Ecchilavrebbemaidetto?!? (cit)
La presidenza Trump 2.0 era iniziata sotto i migliori auspici ma sono bastate poche settimane dall’insediamento del nuovo Presidente per passare dall’idillio all’oblio: i mercati azionari sono capitolati sotto i colpi dei dazi, incapaci di valutare quale sarà l’impatto delle tariffe volute dal Tycoon.
I rischi vanno dall’escalation di una guerra commerciale globale, a una nuova fiammata inflazionistica, fino ad arrivare alla tanto temuta recessione.
Cosa sta accadendo sui mercati finanziari?
Quali sono le reali prospettive per economia e mercati?
E, soprattutto, che fare?
In questo articolo cercheremo di dare una lettura obiettiva alla (difficile) situazione attuale per capire come prepararsi ad affrontare un futuro sempre più incerto.
Dazi: a chi giova tutto ciò?
“Il giorno della liberazione”:
così lo stesso Trump ha definito la data del 2 aprile scorso, giorno in cui ha comunicato al mondo intero i dazi che saranno applicati nei confronti degli altri Paesi.
Mentre c’è ancora chi si interroga su quale sia la prigionia da cui gli Stati Uniti devono liberarsi, è chiaro che il livello delle tariffe è superiore rispetto alla più pessimistica delle previsioni:
l’Europa sarà colpita da un’aliquota del 20%, per la Cina è, invece, previsto un 34% (che va a sommarsi al precedente 20% per un totale di oltre il 50%).
Questi sono le aliquote previste contro i principali partner commerciali degli Stati Uniti (giunti a questo punto il termine “partner” potrebbe non essere più così appropriato):

La reazione immediata è stata quella di una revisione delle probabilità di recessione:
l’imposizione di dazi potrebbe, ragionevolmente, provocare ritorsioni da parte dei paesi colpiti degli altri Paesi scatenando una guerra commerciale globale.
Difficile stimarne la portata e gli effetti ma una cosa è certa: non gioverebbe sicuramente alla crescita economica e agli utili delle aziende.
La recessione che fino ad appena due mesi sembrava uno scenario neppure ipotizzabile, è diventata drammaticamente probabile: è iniziata la corsa di analisti, gestori ed economisti all’aggiornamento al ribasso delle stime di crescita.
Secondo JP Morgan la probabilità di recessione ora è addirittura del 60%:

I mercati che confidavano nella forza dell’economia si stanno, adesso, velocemente adeguando al nuovo possibile scenario recessivo. Quegli stessi mercati che, all’indomani della sua vittoria elettorale, avevano brindato al ritorno di Trump considerato un presidente pro economia e pro mercato.
Il Business President, almeno per il momento si sta comportando più come un Madness President.
La domanda che viene naturale porsi è: “A chi giova tutto ciò? Qual è l’obiettivo del governo Trump?”
L’obiettivo dichiarato di Trump è quello di affrontare “un’emergenza nazionale” legata agli squilibri commerciali degli Stati Uniti. I dazi mirano a stimolare la produzione interna e a creare nuovi posti di lavoro per gli americani: i cittadini saranno incentivati a comprare prodotti made in USA visto che quelli importati diventeranno più costosi per effetto delle tariffe.
Le aziende statunitensi con stabilimenti all’estero, inoltre, saranno stpinete a riportare la produzione in patria per evitare di vedere tassati i beni realizzati fuori dagli Stati Uniti.
Gli introiti delle tariffe, secondo l’amministrazione, potranno, poi, essere utilizzati per ridurre le tasse e il debito pubblico.
Con misure così dure il rischio che la situazione sfugga di mano e degeneri in una crisi commerciale globale è indubbiamente elevato.
Lo stesso Trump ha ammesso che una recessione non può essere esclusa e che rappresenta il prezzo da pagare per avere un’economia più forte, più a lungo.

Le tesi e l’ipotesi del “Mar a Lago Accord”
Le tesi avanzate per individuare una strategia più profonda nella tattica di Trump sono molteplici, alcune plausibili, altre un po’ meno.
C’è chi parla di un obiettivo non dichiarato: provocare recessione negli Stati Uniti per far scendere i rendimenti e alleggerire il peso del debito pubblico USA.
Altri ipotizzano una riscrittura degli equilibri economici globali, o addirittura l’intenzione di provocare un collasso del dollaro.
Tutte interpretazioni condivisibili ma che, forse, partono da un presupposto molto forte:
che i dazi siano una misura permanente.
Eppure l’aggettivo “permanente” non si associa così facilmente con il nome “Trump” che ci ha abituato a colpi di scena degni del miglior thriller politico.
Tra tutte le interpretazioni proposte quella del Mar a Lago accord sembra essere molto convincente.
Si tratta di un progetto politico che si ispira a uno studio di Stephen Miran (consigliere economico del presidente) su cui si basano molti punti del programma di Trump.
L’idea su cui si fonda il progetto è che gli Stati Uniti si stanno facendo carico di costi che spetterebbero ad altri paesi in particolare riguardo a:
- Difesa:
all’interno dell’alleanza NATO, gli Stati Uniti sostengono un costo per la difesa molto più alto rispetto a quello degli altri Paesi, - Valuta di riserva:
gli Stati Uniti mettono a disposizione del mondo il dollaro che rappresenta la valuta di riserva globale. L’enorme domanda di dollari proveniente da tutti i paesi del mondo determina il suo apprezzamento.
Ma un dollaro forte può penalizzare l’industria americana: poiché i prodotti statunitensi vengono venduti in dollari, il loro prezzo risulta più alto per i consumatori esteri, riducendone la competitività sui mercati internazionali, - Supporto alla crescita globale:
le famiglie statunitensi sono, notoriamente, quelle con la più elevata propensione al consumo.
Il consumatore americano, particolarmente incline a spendere, sostiene anche le economie di tutto il mondo comprando tutti i beni che vengono prodotti globalmente.
Secondo l’amministrazione Trump è giunto il momento di far pagare questi costi anche agli altri paesi.
In questo senso le tariffe rappresenterebbero un’arma di negoziazione per indurre gli altri paesi ad accettare le condizioni statunitensi come ad esempio aumentare le spese nella difesa, stimolando le proprie economie in modo da avere consumatori più forti per comprare i beni prodotti dalle imprese americane, a comprare titoli di stato degli Stati Uniti per renderne sostenibile il debito (a questo link un’analisi più dettagliata su questo tema).

Recessione: tre scenari per preparare i portafogli
Le cose potrebbero peggiorare ulteriormente?
Purtroppo sì.
Le recessioni possono avere molte cause:
gli eccessi accumulati durante le fasi di crescita che rendono l’economia più vulnerabile agli shock, errori di gestione da parte dei CEO, valutazioni sbagliate delle banche centrali o scelte discutibili da parte dei decisori politici.
Abbiamo già detto che “i nobili intenti” di Trump potrebbero avere risvolti tutt’altro che graditi.
L’atteggiamento duro sul fronte dei dazi genera incertezza che si traduce in minori investimenti da parte delle imprese e minori consumi da parte delle famiglie. Alla lunga l’incertezza deprime attività economica e consumi danneggiando l’economia.
Questa grafica di Apollo mostra la reazione dell’economia in contesti di incertezza limitati nel tempo (in blu) e la dinamica in caso di incertezza persistente (in verde):

Il rischio economico, finanziario e geopolitico sta crescendo, al punto che persino figure storicamente ottimiste della divulgazione finanziaria stanno invitando alla massima cautela
Joshua Brown autore e amministratore di Ritholtz Wealth Management, in un’intervista alla CNN, ha affermato che per la prima volta dal 2023, lui e il suo team hanno deciso di ridurre l’esposizione azionaria dei portafogli dei propri clienti dal 100% al 40%. Una riduzione di ben il 60%!
Una scelta significativa, specie se arriva da chi ha sempre mantenuto una visione positiva anche nei momenti più bui.
La spiegazione è stata tanto semplice quanto potente: è vero che “non fare niente” è spesso la strategia vincente ma è altrettanto vero che è difficile persuadere un cliente con un portafoglio da 10 milioni di dollari a non fare niente durante un crollo del mercato (come dargli torto?).
Per chi non possiede un portafoglio da 10 milioni, invece, potrebbe essere più utile affrontare la situazione con un approccio probabilistico.
La guerra dei dazi è appena iniziata ed è ancora presto per stimarne la durata e l’intensità.
Tuttavia possiamo ipotizzare tre scenari:
- Scenario peggiore:
Trump è davvero intenzionato a mantenere i dazi a lungo perseguendo l’obiettivo di riportare la produzione negli Stati Uniti. Questo comporterebbe prezzi più alti per i consumatori, una nuova fiammata inflattiva e una recessione. In questo caso i ribassi sarebbero appena iniziati è ci attenderebbe il peggiore dei regimi: la staglfazione (recessione + inflazione); - Scenario migliore:
I dazi sono davvero uno strumento per portare gli altri paesi al tavolo della trattativa e negoziare migliori condizioni commerciali. In questo caso la recessione sarebbe evitata e questa sofferenza di breve termine porterebbe a una ripresa vigorosa del mercato; - Scenario di base:
Trump mira alla negoziazione ma le ritorsioni degli altri paesi allungano i tempi.
Le catene di distribuzione globale si inceppano, le aziende posticipano gli investimenti in attesa di maggior chiarezza e i consumatori perdono la fiducia e contraggono i consumi. Questo provoca una recessione lieve che viene poi superata a seguito della conclusione dei negoziati.
Il mercato azionario è sceso di oltre il 10% in due sole sedute il che porta il ribasso totale al -18%: siamo ormai prossimi alla soglia tecnica del bear market.
Due mesi fa ci lamentavamo delle valutazioni care: oggi, quelle stesse valutazioni iniziano a sembrare da “meno care” a “molto convenienti”.
Una simile discesa dovrebbe incoraggiarci all’acquisto o con nuova liquidità o con una corretta attività di ribilanciamento.
L’importante è avere un piano d’azione che tenga conto dei tre scenari appena descritti:
comprare a caso azioni o asset rischiosi nel bel mezzo di un ribasso di mercato equivale ad avventurarsi in una giungla sconosciuta senza nessun tipo di mappa.
Acquisti e ribilanciamenti vanno impostati con attenzione in modo da non esaurire la liquidità o l’eccedenza di asset difensivi prima che il mercato abbia toccato il fondo.

Mettiamo le cose in prospettiva
Proviamo adesso a mettere i recenti eventi e i potenziali sviluppi nella giusta prospettiva.
Quanto scendono le azioni durante una recessione?
Abbiamo detto che la recessione è una delle ipotesi sul tavolo (e pensare che c’è chi da tempo aveva dichiarato concluso il ruolo difensivo degli Etf obbligazionari).
Quanto può scendere il mercato azionario durante una recessione?
La nostra esperienza in termini di recessioni non è così vasta: dal dopo guerra, in 75 anni di mercati azionari abbiamo avuto “solo” 12 recessioni.
Questo grafico di Goldman Sachs prova a darci una possibile risposta:
L’immagine ci dice quanto possono scendere utili aziendali ed azioni nel corso di una recessione.
I ribassi azionari vanno da poco più del 10% in caso di recessione lieve, fino a oltre il 50% in caso di crisi profonda.
Il ribasso medio è del 24%. A livello puramente statistico, dunque, anche in caso di recessione, buona parte della discesa sarebbe alle nostre spalle.
Il pessimismo degli investitori
Abbiamo già osservato altre volte come lo scetticismo sia un segnale incoraggiante:
quando la maggioranza degli investitori vede nero, i mercati diventono più sensibili alle sorprese positive e aumenta la probabilità di vedere le azioni salire.
In questo momento l’umore degli investitori privati è decisamente (e comprensibilmente) depresso:
la percentuale di pessimisti supera il 50% da oltre 5 settimane.
In passato un così elevato livello di pessimismo protratto nel tempo è sempre stato preludio di rialzi.
Questa grafica mostra l’andamento dell’S&P500. I punti verdi contraddistinguono i periodi di in cui il pessimismo dilagante è durato oltre le 5 settimane:

Fonte: Ryan Detrick
In passato i punti verdi hanno sempre contraddistinto un minimo a cui sono seguiti generosi rialzi azionari.
Vediamo ora l’atteggiamento degli asset manager (i gestori di fondi):
Il grafico mette a confronto l’andamento dell’S&P500 (in arancione) con l’esposizione azionaria degli asset manager (gli istogrami verdi).
Spesso i gestori dei fondi sono scarichi di azioni proprio nel momento più sbagliato: quando il mercato raggiunge i minimi (contraddistinti dalle frecce rosse).
L’esposizione media dei gestori dei fondi è scesa dal 100% di dicembre all’attuale 64%. L’ultima volta che abbiamo raggiunto questo livello era luglio del 2022, poco prima dei minimi dell’ultimo bear market.
L’umore degli investitori privati e degli asset manger non è, ovviamente, un segnale di rimbalzo certo ma ci dice che gran parte della negatività è già nei prezzi e che una notizia positiva potrebbe innescare una corsa agli acquisti e un rialzo dei prezzi.
Ci vorrebbe, appunto, una notizia positiva che possa fare da innesco.
Trump: oltre il lato oscuro
Abbiamo già detto che a seguito dell’annuncio del giorno della liberazione, si sono impennate le probabilità di recessione.
Le recessioni, generalmente, sono caratterizzate da massicce perdite di posti di lavoro, fallimenti, crack bancari, esattamente l’opposto dell’ambizione dichiarata da Trump: fare l’America di nuovo grande (Make America Great Again).
Difficile credere che l’amministrazione Trump non si renda conto di questo rischio.
Per il momento abbiamo visto soltanto il lato oscuro delle politiche di Trump: dazi, lotta all’immigrazione e taglio della forza lavoro nel settore pubblico.
In campagna elettorale Trump aveva anche promesso il taglio della tassazione che costituisce uno dei principali volani per la crescita economica e per gli utili aziendali.
A breve si potrebbe iniziare a parlare proprio di un imponente taglio alle tasse finanziato proprio con l’entrate dei dazi: questo potrebbe rappresentare l’innesco a cui facevamo riferimento nel paragrafo precedente (questa prospettiva è stata approfonditamente trattata in questa analisi esterna).
Un’analogia col passato
Per quanto il passato sia uno dei pochi strumenti di analisi a nostra disposizione, cercare di incasellare i contesti attuali dentro schemi del passato può essere fuorviante.
Spesso si tenta di sovrapporre l’andamento grafico di un mercato o di una specifica asset class con la traiettoria di un periodo storico simile.
Questi grafici, da un punto di vista visivo, risultano convincenti ma, a ben vedere, hanno poco senso: ogni situazione è diversa, così come diverse sono le cause che determinano certi movimenti di mercato, anche quando appaiono simili a quelle del passato.
Tuttavia, non ho resistito.
Ho voluto confrontare l’andamento attuale dell’S&P 500 con la correzione del 2018, durante la prima presidenza Trump, quando prese il via la guerra commerciale con la Cina e l’indice arrivò a toccare un -19,80% (un soffio dal bear market).
Questo è il risultato:

Il confronto è artigianale e impreciso .
Due grafici simili non rappresentano una grande indicazione: sarebbe ingenuo pensare che l’andamento futuro del 2025 possa ricalcare fedelmente quello del 2018.
Piuttosto, dovremmo riflettere su come funzionano economia, politica e mercati.
C’è un limite a tutto: la politica può tirare la corda per raggiungere i propri obiettivi, ma oltre un certo punto, qualcosa si spezza. I mercati crollano, si innescano disfunzioni finanziarie e le autorità, a quel punto, sono costrette a intervenire. È proprio in quel momento che i mercati trovano un punto di svolta e riprendono la via verso l’alto.
Questa volta sarà davvero diverso?
Ma, soprattutto, preoccuparsi e perdere il sonno servirebbe a qualcosa?

Conclusioni
“Se non sei confuso, non stai prestando attenzione.”
Charlie Munger
Con i titoli dei giornali tornati a parlare di “falò” accesi sulle borse di tutto il mondo, analisti e gestori che annunciano lo sconvolgimento degli equilibri economici globali, e una guerra commerciale che si somma a quella militare già in atto, sentirsi confusi è non solo normale, ma forse inevitabile.
L’obiettivo di questo articolo è riportare le cose nella giusta prospettiva e invitare a concentrarsi su ciò che, in questi momenti, possiamo ancora controllare: i nostri comportamenti.
Seguire un piano predefinito, che disciplini i ribilanciamenti e i nuovi investimenti, ci aiuta ad agire con lucidità.
E per chi un piano non ce l’ha, questo è il momento di dotarsene. Rimandare non è più un’opzione.
Il rischio più grande per un investitore non è ciò che accade sui mercati, ma farsi guidare dalla narrazione dominante.
Siamo passati dal “l’intelligenza artificiale ci renderà tutti ricchi” al “diventeremo tutti poveri a causa dei dazi”.
Negli ultimi anni ci siamo convinti che non ci saremmo più tolti le mascherine, che non avremmo più viaggiato.
Abbiamo creduto che l’inflazione post-Covid sarebbe stata transitoria, salvo poi rassegnarci all’idea di una crisi inflattiva peggiore di quella degli anni ’70.Forse è arrivato il momento di smetterla di raccontarci storie e di preoccuparci di ciò che non possiamo controllare.



Grande analisi di contesto come sempre David, ma forse al comune risparmiatore alias investitore come lo scrivente gli conviene attuare una forma mentis legata ad un ancoraggio mentale alle parole di un documentato professionista: il mitico Buffett che una volta disse: “Se comprano un’azione e pensano che se sale, è meraviglioso, e se scende, è male. Noi pensiamo esattamente l’opposto. Quando scende, la amiamo perché ne compreremo di più. », ma questo sempre con una strategia che lascia spazio a non esaurire o rigenerare la imprescindibile detenzione di LIQUIDITÀ! Dai🙌
Certo Luca! Assolutamente condivisibile.
L’importante è darsi delle regole per poi utilizzarla quella liquidità, altrimenti, navigando a vista, sarà destinata a rimanere sempre “parcheggiata” in attesa dell’occasione migliore.
…infatti io ho parlato di non esaurire e quindi diminuire USANDOLA per entrare nel mercato, ma rigenerandola poi con altri asset investiti a scadenza tipo titoli di Stato debito sovranazionale.
…infatti io ho parlato di diminuire USANDOLA per entrare gradualmente nel mercato, ma rigenerandola poi ad esempio con investimenti sicuri scadenza tipo titoli di Stato o debito sovranazionale.
…infatti io ho parlato di diminuirla USANDOLA per entrare gradualmente nel mercato, ma rigenerandola poi ad esempio con investimenti sicuri scadenza tipo titoli di Stato o debito sovranazionale.
Certo Luca! Non mi permetto di mettere in dubbio le tue regole. La mia risposta serviva a ribadire l’importanza di avere un piano. Una puntualizzazione che ritengo sia utile per molti lettori.
Un saluto.