Titoli di stato: un investimento sicuro… ma non troppo

I titoli di stato rappresentano da sempre l’investimento preferito dagli italiani. Investitori grandi e piccoli, mostrano un intramontabile interesse per questa tipologia di prodotto.

Le ragioni sono individuabili nella radicata esigenza di sicurezza e di stabilità dell’investitore medio che, prima di tutto, punta a “non perdere”.

Questa analisi è avallata dall’ultimo report consob che dimostra come la ricchezza finanziaria degli italiani sia concentrata sui conti bancari,  postali e titoli di stato:

Allocazione del risparmio degli italiani

Questo bisogno di sicurezza si concilia in maniera naturale con un investimento di immediata comprensione, facilmente accessibile e storicamente ben conosciuto come il titolo di stato: una data di emissione, una cedola periodica ed un rimborso certo ad una scadenza certa. Ecco che si parla, infatti,  di investimento garantito.

Siamo sicuri che le cose stiano davvero così?

Il mondo finanziario si evolve talvolta in maniera inaspettata: gli ultimi 20 anni ci hanno regalato dissesti di stati (Argentina, Grecia), di grandi società (Parmalat, Cirio) e di banche più o meno grandi (Lehman, Dexia, Landsbanki e le tristi vicende delle banche italiane), che non hanno scalfito la fiducia nel granitico  BTP.

Questo articolo non intende demonizzare l’investimento in titoli di stato:  le obbligazioni governative sono una componente imprescindibile di un portafoglio ben diversificato.
Il mio intento è piuttosto quello di fare chiarezza sull’argomento.

Troppo spesso  si trascura che  concetti come “sicurezza” e “ capitale garantito” mal si conciliano con l’investimento finanziario.
Ed i titoli di stato non fanno eccezione.

Gennaio 2013: la linea di confine tracciata dalle “CAC”

E’ credenza diffusa che il fallimento di uno stato sia un evento estremamente raro. Anche se il passato più o meno recente ci racconta che le cose non stanno proprio così, prendiamo pure per buono questo assunto.

Da gennaio 2013 sono entrate in vigore le cosiddette “Clausole di azione Collettiva” (CAC) che riguardano  tutti i bond sovrani europei di nuova emissione con durata superiore all’anno (quindi BoT esclusi).   
Si tratta di una serie di regole che consentono agli stati che attraversano una situazione di particolare difficoltà di ristrutturare il debito (e quindi termini e condizioni che disciplinano il rimborso ed il pagamento degli interessi dei titoli di stato) senza dichiarare default.

Tradotto in termini semplici, uno stato europeo, in caso di dissesto finanziario, potrebbe accordarsi con i detentori dei suoi titoli (bond) per ridurre l’onere relativo al pagamento degli interessi ed al rimborso del capitale.

Ecco che vengono meno molte di quelle certezze che, impropriamente, qualificano  il BTP (CCT, CTZ ECC..) come un investimento “garantito”.
In particolare la ristrutturazione potrebbe avere effetti su:

  • il valore di rimborso che potrebbe essere ridotto;
  • l’entità ed il pagamento delle cedole (che potrebbero anche essere annullate);
  • la data di scadenza che potrebbe essere posticipata;
  • e la valuta di denominazione (che potrebbe essere modificata).

Per chi volesse approfondire il testo normativo ecco il link al decreto che le ha istituite: decreto nr. 96717 del 7 dicembre 2012.

A questo punto  le solide certezze aprono gli spazi a qualche ragionevole dubbio sulla sicurezza di questa amatissima forma di investimento.

Limitazioni delle CAC

Come osservato in premessa, il proposito di questa analisi non è certo quello di terrorizzare il lettore, quanto piuttosto quello di fare chiarezza.

L’applicazione delle Clausole di Azione Collettiva (e quindi dell’iter di ristrutturazione debitoria conseguente), non è certo un processo di agevole attuazione: intraprenderlo significa compromettere seriamente la propria reputazione finanziaria e, di conseguenza, la possibilità di collocare i propri titoli di stato.

Ma soprattutto, per poter essere applicate, queste clausole devono essere accettate da una maggioranza qualificata del 75% dei detentori dei titoli. Potrebbe essere difficile raggiungere un consenso così elevato, ma non bisogna dimenticare che la grossa fetta dei titoli di stato è in mano ad istituti bancari che, alla fine,  si troverebbero a governare la trattativa.

Senza dimenticare che,  se uno stato propone un’azione di ristrutturazione cac, la mancata accettazione potrebbe essere assai più dolorosa (un default disordinato).

Infine, in Europa, è allo studio una riforma che ha l’obiettivo di rendere il processo per l’applicazione delle cac più agevole (leggi l’articolo).

Sulla questione, quindi, potrebbero aprirsi scenari  che renderebbero l’ambito BTP ancora meno allettante.

Polizze assicurative garantite: il btp dove non credi

Potresti anche trovarti ad investire in btp a tua insaputa   attraverso la sottoscrizione di prodotti assicurativi che, in larga parte, vi investono a loro volta.

E’ il caso delle polizze vita tradizionali (gestioni separate) che offrono la sicurezza del capitale all’investitore tuttavia a fronte di salate commissioni che, spesso, finiscono per vanificarne il rendimento.

Il patrimonio in gestione viene quasi totalmente investito in titoli di stato dell’area euro. Pertanto la garanzia offerta (dietro laute commissioni) verrebbe vanificata da una eventuale (seppur remota)  ristrutturazione del debito sovrano.

Conclusioni

Proviamo ad immaginare una scena dal medico curante:

“ Dottore, mi prescrive il miglior trattamento preventivo che mi consenta di non morire anche in caso di disastro aereo, attraversamento col rosso e avvelenamento da arsenico? ”

La richiesta ha poco senso.

Tuttavia quando si parla di investimenti, l’assurdità delle richieste è assai frequente.

Immaginiamo ora lo stesso soggetto in banca:

“ Vorrei investire rischiando poco e guadagnando molto, anzi vorrei una soluzione a capitale garantito anche in caso di guerra nucleare o di fine del mondo ”.

Ogni tipo di investimento implica un rischio più o meno elevato. Legittimamente si tende ad evitare ciò che non si conosce sopravvalutando, tuttavia, la confidenza in ciò che ci è più comprensibile.

Come tutti  gli investimenti, titoli di stato e polizze assicurative, implicano dei rischi a fronte di rendimenti che, nel tempo, si sono drasticamente assottigliati (1 % ca. annualizzato per i btp a 10 anni).

I rischi non possono essere eliminati tuttavia possono essere gestiti (e quindi limitati) attraverso una ragionata opera di diversificazione che contempli, ovviamente, anche il ricorso a titoli governativi nel rispetto degli obiettivi di ciascuno di noi (approfondisci l’argomento).

La consapevolezza è il primo vero baluardo difensivo contro i rischi finanziari… e non solo!

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