SEMPLIFICARE VS BANALIZZARE NELLA COSTRUZIONE DEL PORTAFOGLIO

“Semplice è meglio di complesso” (Zen of Python).
Gli investitori più attenti hanno spesso una naturale attitudine a scartare le cose semplici ma efficaci in favore di quelle più complesse ma molto meno efficaci. Gli investitori più scaltri e pratici, viceversa, rifiutano ogni tipo di complicazione rischiando di scivolare nella banalizzazione.

Nel processo di costruzione di un portafoglio deve essere mantenuto un delicato equilibrio tra la necessità di semplificare e il pericolo di banalizzare.

In questo articolo cercheremo di capire come evitare i rischi associati a questi due estremi per trovare il giusto livello di semplificazione.

Il fascino della complicazione

Negli anni ‘60 in piena guerra fredda e nella corsa alla conquista dello spazio, gli scienziati della NASA si resero conto  che le normali penne a sfera non potevano funzionare nel vuoto cosmico: l’assenza di gravità impediva all’inchiostro di uscire attraverso la sfera.
Fu così avviato un impegnativo progetto di ricerca per progettare una penna spaziale che portò nel 1960 all’invenzione della Fisher Space Pen che consentiva di scrivere in condizioni di gravità zero.

Le controparti sovietiche risolsero il problema in modo molto più pragmatico fornendo delle banalissime matite a grafite ai loro cosmonauti.

Molti di noi sono impegnati nella costante ricerca della propria Fisher Space Pen: proviamo a implementare  il portafoglio con strategie sul VIX; Etf settoriali e tematici, Etf a leva 2,3,4; Etf short, strategie sulle bande di Bollinger.
La gestione di un portafoglio complesso, richiede un impegno significativo in termini di monitoraggio, ribilanciamento e comprensione dei diversi movimenti degli asset.
Alla lunga, questa complessità può diventare ingestibile, e portare a decisioni affrettate o, peggio, a errori dovuti alla difficoltà di tenere tutto sotto controllo.

Quando aumentano gli strumenti e le strategie, aumentano anche le decisioni da prendere nel processo di gestione e manutenzione del portafoglio. Per ogni decisione, nella maggior parte dei casi, c’è un’opzione corretta e una sbagliata. Quando si aumenta il numero di decisioni, quindi, aumenta la probabilità di commettere errori.

Allora perché siamo così attratti dalla complessità?

Proviamo a trovare la risposta a questa domanda per imparare a resistere al fascino di ciò che è complesso.

  1. Tutto ciò che è complesso ci dà l’illusione del controllo mentre tendiamo a confondere la semplicità con la sprovvedutezza.
    Quando si dà eccessiva importanza alle variabili principali (come ad esempio obbligazionario e azionario globale) abbiamo l’impressione di lasciare alla casualità un ruolo determinante nel nostro successo. Quando si tratta dei nostri soldi non vogliamo essere approssimativi;
  2. Complessità è sinonimo di impegno.
    Trovare una soluzione complessa ci serve a dimostrare l’impegno profuso nell’approfondimento e nella padronanza di un determinato argomento. Questo vale sia per il nostro operato (quando progettiamo un portafoglio autonomamente) sia quando ci rivolgiamo a un professionista: una soluzione chiara, semplice e trasparente non ci convince perché chiunque potrebbe trovarla.

Ora proviamo a esaminare l’estremo opposto della complicazione, ovvero la banalizzazione.

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Il rischio della banalizzazione

Dell’aneddoto della Nasa e della penna spaziale, c’è un aspetto che abbiamo omesso di considerare: le punte delle matite possono rompersi dando origine a frammenti che, in assenza di gravità, vanno alla deriva causando potenziali danni all’attrezzatura degli astronauti. Ma, soprattutto, questi frammenti sono altamente infiammabili.
Un incendio in una navicella spaziale in orbita nello spazio non è certo un rischio che si corre volentieri.

Ecco perché si è pensato alla progettazione di una penna a sfera che, successivamente, fu utilizzata anche dall’agenzia spaziale sovietica (Space Pens, Pencils, and How NASA Takes Notes in Space).

Per quanto sia fondamentale semplificare, è altrettanto importante riconoscere che investire e progettare un portafoglio di investimento per il medio lungo termine è un’attività seria e non affatto banale.
La tentazione di sfidare le complesse menti pensanti dell’industria finanziaria  riducendo il portafoglio a un banale abbinamento sparuto di isin può portare a sottovalutare i rischi. Il confine tra “semplice” e “banale” è molto più sottile di quello tra “complesso” e “semplice”.
Abbiamo già visto che l’asset allocation non è magica, ma non per questo il processo di costruzione del portafoglio deve essere banalizzato.

Un portafoglio composto da due soli Etf (banalmente uno azionario e uno obbligazionario globale) forse restituirà risultati di lungo termine simili a quelli di un portafoglio più articolato e con minore impegno in termini di manutenzione e di  ribilanciamento.
Tuttavia sarà, molto probabilmente, più vulnerabile ai rischi e soggetto a fluttuazioni più pronunciate e prolungate.  Come insegna John Bogle, maggiori sono le fluttuazioni del tuo portafoglio, maggiore è l’impatto negativo delle tue emozioni e dei tuoi comportamenti sui tuoi risultati da investitore.
Dunque è importante trovare un giusto equilibrio tra complessità e banalità tale da limitare i rischi di perdere la testa nel momento meno opportuno.

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Trovare il compromesso: semplificare senza banalizzare

Probabilmente non abbiamo bisogno di una penna altamente sofisticata per scrivere  in assenza di gravità, tuttavia una banalissima matita potrebbe non essere sufficiente per disegnare un portafoglio a cui affidare il nostro futuro.

La chiave del successo nel costruire un portafoglio di investimenti sta nel trovare un giusto compromesso tra semplificazione e complessità, evitando la banalizzazione.
Un portafoglio ben bilanciato dovrebbe essere abbastanza semplice da gestire ma, allo stesso tempo, abbastanza articolato da contenere i ribassi e i tempi di recupero.
Proviamo adesso a fare un banale esempio teorico confrontando due portafogli 60/40, uno composto da due soli strumenti (uno azionario e uno obbligazionario) e l’altro, invece, più articolato:

I risultati di lungo termine sono molto simili: in poco meno di 30 anni il rendimento è stato dell’8,70% annuo per il portafoglio “banale” (composto da 2 soli Etf) e dell’8,90% per il portafoglio “articolato” (composto da 7 Etf).

E’ davvero valsa la pena complicarsi la vita in termini di progettazione, controllo e ribilanciamento per ottenere un risultato pressoché identico?

Probabilmente sì:
E’ sempre facile guardare al passato tramite la lente di un backtest e pensare: “Ho capito: mantenendo una visione di lungo periodo le cose si sistemano sempre, i ribassi vengono recuperati e i guadagni aumenteranno”.
Tutte le volte che ragioniamo in questo modo non ci rendiamo conto che i mercati e i portafogli recuperano sempre, ma il nostro stato d’animo fa molta più fatica a riprendersi dopo un crollo.

Con i backtest possiamo misurare performance, drawdown, indicatori di efficienza, rendimenti aggiustati per il rischio; tutto tranne l’impatto che un ribasso di mercato può avere sui nostri sentimenti e sulla nostra condizione emotiva.

Questo è ciò che è accaduto ai due portafogli durante lo scoppio della bolla tecnologica del 2000:

Quando il mercato azionario scende (e con esso il portafoglio), non è solo il prezzo delle azioni a cambiare. Il crollo del mercato è spesso causato dal fatto che società, politici e banchieri centrali hanno preso decisioni sbagliate. Questi sbagli hanno minato la fiducia nella capacità dell’economia di riprendersi. In questi contesti è molto probabile che le nostre priorità di investimento passino dalla crescita a lungo termine alla conservazione a breve termine (cit.).
Tanto più lunghi sono i ribassi del portafoglio e tanto più protratti i tempi di recupero, tanto maggiore sarà la tentazione di “cambiare qualcosa”  per alleviare il nostro disagio a causa di un portafoglio che “non funziona”.
Diciamo che, comunque, come investitore di lungo termine, avresti tenuto duro mantenendo fede ai tuoi propositi di lungo termine.
A 10 anni dallo scoppio della dot.com questi sarebbero stati i risultati dei due portafogli:

Considerando che nello stesso periodo di tempo un titolo di stato avrebbe restituito un 6% annuo, saresti riuscito a rimanere investito fino per altri 20 anni o avresti perso pazienza e opportunità?
Solo un investitore dotato di immensa disciplina riuscirebbe a mantenere un portafoglio “diversificato”, con un’esposizione azionaria consistente, dopo aver atteso 10 anni per ottenere un rendimento inferiore a quello dei titoli di stato (oltretutto passando da ribassi profondi).

Per investire con successo, oltre a un buon portafoglio, serve una grande disciplina che consenta di mantenere saldo l’approccio di lungo periodo. La disciplina richiesta per un portafoglio banale è inarrivabile per la maggior parte di noi.
Diversificare in modo semplice ma non banale il portafoglio serve per rendere la nostra strategia meno imperfetta nel breve periodo e, quindi, aiutarci a mantenerla più a lungo senza modificarla.

Quello che abbiamo visto è un puro esempio teorico: la prossima crisi avrà dinamiche diverse da quella degli anni 2000, da quella del 2020 o dal mercato ribassista del 2022.
Costruire un portafoglio semplice ma adeguatamente diversificato serve per aumentare le probabilità di successo nel lungo periodo ma anche per riuscire a superare meglio il prossimo bear market e qualsiasi altro incidente di percorso del breve termine.

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Conclusioni

Fa le cose semplici, ma non più semplici di così

Albert Einstein

Einstein era noto per la sua capacità di spiegare concetti scientifici complessi in termini relativamente semplici. Sapeva anche che l’eccesso di semplificazione è causa di malintesi e interpretazioni errate. Trovare il giusto equilibrio tra semplicità e completezza serve a non  fraintendere il processo di  progettazione di un portafoglio con la sua gestione nel mondo reale.

La complessità è affascinante ma spesso funziona molto peggio della semplicità. Inoltre maggiore complessità significa maggiore probabilità di errore: aumentando gli elementi da gestire aumentano le scelte da effettuare. Ogni volta che si è chiamati a scegliere si corre il rischio di prendere una decisione errata. 

La banalizzazione, pur non essendo affascinante, è altrettanto pericolosa. Nel lunghissimo termine un portafoglio banale può funzionare bene quanto un portafoglio semplice ma più articolato. Il problema è riuscire a mantenere un portafoglio per un tempo ragionevolmente lungo da ottenerne un’adeguata gratificazione. Il problema di un portafoglio banale è la sua minor capacità di funzionare bene quanto basta per non farci spazientire e farci perdere di vista l’obiettivo di lungo termine.

Un portafoglio semplice ma non banale ha maggiore probabilità di reagire meglio a scenari inattesi rendendo, così, il nostro percorso di investimento più comodo. 

Evitare l’illusione del controllo attraverso la complicazione e, al tempo stesso, il rischio di banalizzazione sono atteggiamenti cruciali per ottenere il successo a lungo termine.
Del resto “Investire è semplice ma non è facile” (Warren Buffett)  e neppure banale.

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David Volpe

Consulente finanziario abilitato all'offerta fuori sede. Autore de "Il Sentiero dell'Investitore" (Hoepli). Mi occupo di pianificazione finanziaria personale, portafogli ETF e lazy portfolio per investitori privati italiani. Scopri di più →

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2 Comments

  1. …solo se capisci lo strumento che utilizzi puoi stabilire la differenza tra semplice e complesso. Prima capire poi agire. Sempre!

  2. Ottimo articolo David. Trasuda molta saggezza. Benché il portafoglio più articolato che hai mostrato sia solo un esempio, come hai chiaramente sottolineato, per me oro e treasury restano imprescindibili tra gli asset difensivi in qualunque regime di mercato. Anche solo nella misura del 10% ciascuno del portafoglio.
    Prima o poi un nuovo decennio perduto tornerà . E sarà dura attraversarlo.
    Felice week end.

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