UNICREDIT TASSI NEGATIVI

Il vero rischio dietro alla decisione di Unicredit

In questi giorni si è animato un acceso dibattito a seguito dell’annuncio dell’introduzione di tassi d’interesse negativi sui conti correnti da parte di uno dei maggiori gruppi bancari, Unicredit.

La prima considerazione lampante, che ha scatenato l’agitazione dell’opinione pubblica, riguarda il crollo di uno dei capisaldi dei risparmiatori italiani: il vedersi riconosciuta una remunerazione (seppur minima) sui propri depositi bancari.

Analizzando a fondo quello che è stato comunicato, però, le preoccupazioni maggiori dovrebbero riguardare un aspetto diverso, a latere della dichiarazione sui tassi negativi che, se sottovalutato, potrebbe portare conseguenze ben peggiori sui risparmi degli italiani.

Approfondiamo insieme la questione per capire davvero quali saranno le conseguenze (e gli oneri) per i clienti. 

Tassi negativi: i contenuti della misura annunciata

Per prima cosa dobbiamo ricordare che il provvedimento annunciato riguarderebbe, in realtà, i depositi oltre € 100.000 per cui ne sarebbero colpiti soprattutto  i grandi patrimoni e le aziende che possono arrivare a detenere ingenti disponibilità sui conti per motivi legati al normale ciclo degli affari.

Le motivazioni dichiarate (alla base della misura)

Il presupposto alla base dell’iniziativa sarebbe quello di disincentivare il parcheggio sui conti correnti dei capitali di imprese e famiglie per destinarlo ad investimenti in economia reale ed attività finanziarie.

D’altronde l’enorme ricchezza degli italiani è in larga parte dimenticata sui conti correnti che raccolgono complessivamente circa 1.800 miliardi di euro (oltre la metà del Pil italiano) e potrebbe sicuramente essere destinata ad impieghi ben più remunerativi per famiglie, imprese e sistema Paese.

Tuttavia credere che l’applicazione di una “gabella” sui conti correnti permetta di trasferire ricchezza su investimenti finanziari ed economia rischia di essere riduttivo: le imprese potrebbero comunque mantenere avversione ad investire per l’incertezza del contesto economico.
E non sarà certo una “tassa” sui conti a modificare la consolidata avversione al rischio delle famiglie italiane che guardano con sospetto tutto ciò che non sia titolo di stato o conto corrente (spesso per scarsa educazione finanziaria).

Le conseguenze dei depositi su conti correnti

Guardando infatti oltre l’effetto psicologico suscitato dall’annuncio della manovra, nella pratica già oggi la maggior parte dei conti correnti esprime tassi effettivi negativi: i costi di gestione/tenuta conto già superano gli interessi netti (praticamente inesistenti).

Secondo una ricerca di Banca d’Italia mediamente la tenuta di un conto corrente costa 80 euro all’anno.
A questo importo va sommata l’imposta di bollo annuale (€ 34 circa).

Se si considera (come è giusto che sia!) poi l’erosione del capitale ad opera dell’effetto inflattivo (leggi il post) il conto, negli anni, diventa salato con o senza tassi negativi:

CONTI CORRENTI TASSI NEGATIVI

Si può notare come solo dopo 5 anni 1.000 € di un capitale iniziale di
10.000 € sono andati irrimediabilmente andati persi.

Le motivazioni effettive (alla base della misura)

In realtà il sistema bancario cerca alacremente soluzioni per difendere la propria redditività progressivamente erosa dalla compressione della forbice dei tassi.

Il ruolo tradizionalmente riconosciuto alla banca è quello di intermediaria del credito cioè quello di raccogliere capitali (da parte di chi ne ha in eccesso) per concedere finanziamenti (erogare prestiti ad  imprese e famiglie). Il guadagno per l’istituto bancario è rappresentato dalla differenza tra il tasso applicato alle operazioni di prestito e quello riconosciuto sulle operazioni di deposito.

Per fare un esempio volutamente semplicistico se la banca concede il 2% sui depositi ma chiede il 4% sui finanziamenti, alla fine dell’operazione “intasca” la differenza tra i due, cioè il 2%.

Il problema è che, mano a mano che che i tassi di interesse si riducono, il differenziale tra deposito e finanziamento si comprime, pregiudicando la redditività degli istituti che (legittimamente), ricercano fonti di profitto alternative (come il collocamento di prodotti d’investimento, di polizze assicurative, o….l’applicazione di tassi negativi sui depositi).

Il rischio più grosso offerto come alternativa

Ma io credo che il vero rischio sia rappresentato, all’interno della dichiarazione, dal passaggio in cui si comunica che saranno rese disponibili ai risparmiatori una serie di “formule di impiego alternativo della liquidità con obiettivo di rendimento positivo” 

I fondi monetari, che investono in prodotti obbligazionari a breve termine, possono rivestire una funzione specifica ed efficace all’interno di un portafoglio diversificato.

Tuttavia  definire questo strumento come alternativa sicura ai depositi è superficiale e sbagliato: quando i rendimenti del mercato monetario ed obbligazionario sono negativi (come accade oggi), per realizzare un risultato superiore a zero attraverso fondi monetari occorre aumentare l’esposizione al rischio. 

Di fatto la ricerca di un rendimento (per quanto basso) implica l’investimento in obbligazioni di  emittenti (società e stati) a basso merito creditizio che offrono rendimenti più alti : meno affidabile è lo stato o l’azienda che ha emesso l’obbligazione, più alto sarà il rischio di non vedersi restituire il capitale.

Il pericolo concreto è che questa iniziativa possa indurre ad interpretare i fondi monetari come conti deposito senza rischi danneggiando proprio quella fascia di clientela che tradizionalmente è più avversa alla rischiosità.

E’ ipotizzabile che tutta quella fascia di clientela interessata dall’applicazione dei tassi negativi venga sollecitata a trasferire la liquidità su “formule d’impiego alternativo” senza la presentazione delle dovute avvertenze e senza porsi troppe domande, magari per pigrizia mentale.

L’investimento è un processo serio che non può essere ridotto ad una mera sostituzione del ruolo tradizionalmente sicuro del conto corrente con alternative palesemente non altrettanto sicure. 

Investire, in qualunque forma, necessita di tempo da destinare allo studio dello strumento sia da parte di chi presta la “consulenza” (che sia un consulente finanziario piuttosto che un dipendente bancario) ma, soprattutto, da parte di chi si appresta ad allocare i propri capitali: è indispensabile apprendere i processi e le nozioni basilari per capire cosa stiamo sottoscrivendo e non rimanere vittima di già noti “malintesi”.

Lo sprovveduto ed il suo denaro si separano facilmente

Soluzioni/conclusioni

Tassi negativi o no, il conto corrente resta la migliore forma d’impiego per tutti coloro che ritengono di dover disporre del proprio capitale entro breve termine.

In tutti gli altri casi, rifugiarsi nel conto corrente per pigrizia o timore espone a rischi ben maggiori rispetto a quelli normalmente percepiti:

le risorse del sistema previdenziale pubblico saranno sempre più esigue e le pensioni del futuro non saranno sufficienti a garantirci un tenore di vita dignitoso.
E senza guardare troppo lontano, la stagnazione dei redditi rende sempre più arduo migliorare il proprio tenore di vita.
Ecco perché è indispensabile tutelare i nostri risparmi facendo lavorare quella parte di liquidità non necessaria, piuttosto che dimenticarla sul conto corrente.

Tassi negativi o meno, è indispensabile perseguire un attento processo di pianificazione finanziaria che permetta di individuare l’ammontare di  liquidità necessaria da mantenere sul conto corrente e di investire quella in eccesso. 

Il futuro sembra non esistere: attenzione a non comprometterlo irrimediabilmente.

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