Quanta esposizione azionaria dovrei detenere?
Anche se sembra una domanda semplice, la risposta corretta non è affatto immediata, soprattutto dopo un lungo e generoso bull market.
Con il vento rialzista in poppa è facile convincersi di aver calibrato bene la quota azionaria del proprio portafoglio. Tuttavia è durante i mercati ribassisti che realizziamo se il portafoglio costruito è davvero adatto a noi oppure no.
Scoprire di avere “osato troppo” proprio nel pieno di un bear market è un’esperienza poco raccomandabile.
Per questo oggi può essere un buon momento per fermarsi a chiedersi se la propria esposizione azionaria sia davvero coerente con i propri obiettivi, con la reale tolleranza al rischio e con la propria situazione personale, che inevitabilmente cambia nel tempo.
In questo articolo proveremo ad affrontare la questione in modo pratico partendo da principi noti ma spesso trascurati o applicati male.
Per farlo guarderemo al rischio da tre angolature diverse tutte fondamentali per capire se stiamo davvero correndo il rischio giusto.
I tre punti chiave
Quando si pensa al rischio la tentazione di identificarlo con un rapporto chiaro è forte: Portafoglio 60/40, 40/60, 50/50. …
Nel mondo dei “soldi veri” investiti sul campo non funziona così.
La quota azionaria non si sceglie copiando un modello di un backtest ma sforzandosi di capire come il rischio si inserisce nella nostra vita reale.
La teoria finanziaria ci offre, tuttavia, una cornice utile che si appoggia su tre angoli diversi.
Tre domande semplici ma fondamentali:
- Quanto rischio posso permettermi di assumere? (capacità di rischio);
- Quanto rischio sono davvero disposto a sopportare quando le cose si mettono male? (tolleranza al rischio).
- Quanto rischio mi serve davvero per raggiungere i miei obiettivi? (necessità di rischio);
Le risposte a questi tre punti spesso entrano in evidente conflitto ed è proprio la capacità di conciliarli che rende un portafoglio capace o meno di superare il prossimo momento difficile.
La capacità di rischio
La capacità di assumersi dei rischi è l’aspetto più oggettivo dell’intera questione.
Non riguarda ciò che vorremmo fare o ciò che sarebbe necessario, ma ciò che possiamo davvero permetterci senza compromettere le nostre finanze e, per certi aspetti, anche la nostra vita personale e professionale.
In altre parole, prima di chiedersi se siamo disposti a sopportare un ribasso, dobbiamo capire se possiamo farlo senza mettere a rischio obiettivi importanti e il nostro benessere.
La capacità di rischio dipende da tre elementi concreti:
Orizzonte temporale: quanto tempo hai davanti?
Più tempo abbiamo a disposizione, maggiore è la possibilità di assorbire la volatilità e recuperare eventuali ribassi.
Al contrario se c’è la necessità di disporre del capitale (in tutto o in parte) in tempi relativamente brevi (per l’acquisto di una seconda casa, di un auto, ecc.), la quota azionaria deve ridursi perché il tempo non gioca più dalla nostra parte.
Questo grafico serve a mostrare, in modo immediato, come l’orizzonte temporale influisca sulla “capacità di rischio”.
Non rappresenta, ovviamente, una guida universale ma può essere una buona base di partenza per una riflessione più personale:

Natura delle fonti di reddito: sei un’azione o un’obbligazione?
I redditi prodotti con il nostro lavoro possono essere pensati come una sorta di “capitale umano”.
Si tratta di un concetto molto utile perché, nelle scelte finanziarie, il capitale umano funziona come una sorta di asset personale:
più è stabile e prevedibile, più funziona come un obbligazione. Viceversa più è incerto o variabile più funziona come un’azione.
Dipendenti pubblici e medici, hanno, ad esempio redditi più stabili mentre un professionista o un imprenditore hanno entrate molto più variabili.
Più il reddito è stabile, maggiore è la capacità di tollerare volatilità nel portafoglio, almeno teoricamente.
Più il reddito oscilla, più è necessario bilanciare con strumenti meno rischiosi.
In sintesi, se il tuo reddito si muove come un’azione, il tuo portafoglio dovrebbe somigliare un po’ più a un’obbligazione. Viceversa se percepisci un reddito “obbligazionario”, potresti valutare di assumerti maggiori rischi.
Hai un “piano B”?
La pianificazione non è un banale esercizio teorico. Nella vita reale le cose possono andare diversamente rispetto alle nostre ipotesi, possono subentrare imprevisti, deviazioni e cambiamenti inattesi.
Ci potremmo trovare nella condizione di dover disporre dei nostri soldi prima del tempo o di dover spostare avanti la realizzazione di un obiettivo importante.
Avere un piano B significa avere margini di manovra per poter:
- Ridurre temporaneamente le spese,
- Affrontare un cambio di lavoro senza l’assillo di come pagare l’affitto o la rata del mutuo;
- Essere disposti a vendere un bene non essenziale;
- Fare un part time;
Chi ha più opzioni a disposizione può permettersi di assumere maggior rischio. Chi, viceversa, non le ha, deve teoricamente, seguire un approccio più prudente.

La tolleranza al rischio
Se la capacità di rischio è un elemento più o meno oggettivo, la tolleranza al rischio è la parte più emotiva, più fragile e più sottovalutata del rapporto con gli investimenti.
Stiamo parlando della volontà di farsi carico dei ribassi inevitabili che accompagnano l’esposizione azionaria. In pratica:
“Sono davvero in grado di sopportare un ribasso profondo senza mettere in discussione il mio piano?”.
Purtroppo la verità è che la maggior parte degli investitori non è in grado di dare una risposta oggettiva fino a quando non vive sulla propria pelle un bear market doloroso.
E quando arriva quel momento, la tentazione di cambiare rotta, spinti dal rumore mediatico, dalla paura di perdere anni di risparmi o semplicemente dall’incertezza, può diventare irresistibile.
Per questo la tolleranza al rischio non si improvvisa:
è importante essere onesti con se stessi prima che il mercato metta alla prova la nostra disciplina.
Un’indicazione utile può arrivare dall’analisi dei dati storici.
In funzione della quota azionaria, ogni portafoglio è esposto a ribassi e tempi di recupero più o meno profondi e lunghi. La tabella che segue offre un riferimento di massima e permette di farsi un’idea concreta dell’ordine di grandezza dei ribassi e dei tempi di recupero in base alla percentuale di azioni in portafoglio.
Per un approfondimento più completo rimando al minicorso di pianificazione finanziaria: la giusta esposizione azionaria per il tuo livello di rischio.

La necessità di rischio
“Di quanto rendimento ho davvero bisogno per raggiungere i miei obiettivi?”
E’ questa la domanda a cui risponde il concetto della “necessità di rischio”.
Non parliamo del rischio che siamo emotivamente disposti a prenderci, ma di quello che serve per portare il piano a destinazione.
Ogni obiettivo finanziario ha un costo ben preciso in termini di capitale, tempo e rendimento.
Più alto è il rendimento necessario, maggiore sarà la quota azionaria richiesta dal piano (cioè il rischio).
Un giovane che sta risparmiando per la pensione, ad esempio, parte spesso da un capitale contenuto e ha quindi bisogno di assumersi più rischio per generare un rendimento adeguato nel lungo periodo.
Se invece il capitale disponibile è già elevato, la capacità di risparmio è buona e l’obiettivo è ragionevole rispetto al tempo a disposizione, il rischio necessario può essere sorprendentemente basso.
Può capitare che il rendimento richiesto (appunto la necessità di rischio) per il raggiungimento degli obiettivi sia più elevato della reale tolleranza al rischio.
In questo caso la scelta non dovrebbe mai essere “forzare il rischio”, perché il piano diverrebbe insostenibile.
Le soluzioni, piuttosto, sono:
- Rivedere gli obiettivi;
- Aumentare il risparmio,
- Estendere l’orizzonte temporale,
- Valutare alternative di spesa o stile di vita.

Aumentare le proprie conoscenze finanziarie, o farsi accompagnare da un professionista, può aiutare ad avvicinare la propria tolleranza personale alla necessità del piano, rendendo l’intero percorso più solido e sostenibile.

Come conciliare i tre punti
Arrivati a questo punto abbiamo tre indicazioni distinte:
- Quello che possiamo fare (capacità di rischio);
- Quello che siamo davvero in grado di sopportare (tolleranza al rischio),
- Quello che serve per raggiungere i propri obiettivi (necessità di rischio).
Nella pratica queste tre dimensioni raramente sono perfettamente allineate.
Ed è proprio da questo disallineamento che nasce il rischio più grande: costruire un portafoglio teoricamente impeccabile che, nella vita reale, diventa insostenibile.
Un corretto processo di pianificazione finanziaria serve, prima di tutto, a conciliare i risultati delle tre dimensioni del rischio attraverso una corretta organizzazione dell’intero patrimonio disponibile e non solo del portafoglio destinato al rendimento.
E’ anche importante impostare un processo di verifica periodica della la coerenza del piano rispetto ai cambiamenti che, inevitabilmente, incorrono nella vita di ognuno di noi.
Quando le tre dimensioni trovano coerenza, il portafoglio diventa uno strumento affidabile: non necessariamente “ottimale” in senso teorico, ma molto più sostenibile ed efficace nel lungo termine di un portafoglio perfetto sulla carta.
Nell’articolo: pianificazione finanziaria da zero – crea il tuo piano in tre passi, abbiamo condiviso le indicazioni basilari per trovare questa “coerenza.

Conclusioni
Se non riesci a immaginare quanto potresti perdere, allora non dovresti investire
Jason Zweig
Determinare la giusta esposizione al rischio non è un esercizio teorico o matematico e neppure un atto di coraggio. E’ un lavoro di equilibrio tra ciò che possiamo fare, ciò che siamo disposti a sopportare e ciò che serve davvero per raggiungere i nostri obiettivi.
Quando queste tre dimensioni trovano coerenza, il portafoglio smette di essere una fonte di ansia e diventa uno strumento affidabile a cui affidare il proprio futuro finanziario.
L’obiettivo non è trovare il portafoglio più prestante, ma quello che permette di restare investiti nel bene e nel male, di evitare scelte impulsive e aumentare in modo concreto le probabilità di arrivare, con soddisfazione, a destinazione.
Il modo migliore per compiacersi dei risultati raccolti in questi anni è mettersi nella condizione di non comprometterli con un errore nella calibrazione del rischio azionario.
E il momento più opportuno per riflettere sul rischio non è durante un mercato ribassista ma durante un mercato rialzista: nei bear market si agisce, nei bull market si riflette.
È così che ci si prepara, con lucidità e consapevolezza, alla prossima fase avversa.
Questo articolo è ispirato a: How much equity risk should you take di Larry Swedroe.

Il bilanciere…