ribilanciamento portafoglio quando

Il tema del ribilanciamento del portafoglio è particolarmente caro a chi fa della consapevolezza la principale strategia di investimento.
Se l’approccio teorico  è relativamente semplice da percepire, mettere in pratica una corretta attività di ribilanciamento è molto più complesso.

In questo articolo vedremo quali sono le regole per modulare le attività di ribilanciamento: i tempi giusti per ribilanciare e gli spostamenti necessari per farlo al meglio.

Cosa è il ribilanciamento di portafoglio

Ho già parlato del ribilanciamento  in un precedente articolo. Qui mi limiterò a ricordarne brevemente il significato.

Le varie asset class investibili (azioni, obbligazioni, materie prime, oro), nel corso del tempo seguono traiettorie diverse e realizzano rendimenti profondamente divergenti.
Ad esempio le azioni presentano rendimenti a lungo termine profondamente superiori rispetto a quelli delle obbligazioni. Quindi cresceranno raggiungendo una percentuale sempre più elevata all’interno del portafoglio.
In altre parole un portafoglio composto per il 50% da azioni e per il 50% da obbligazioni, nel corso del tempo si sposterà sempre più verso le azioni.

Dunque l’evoluzione delle diverse asset class anno dopo anno cambia profondamente la composizione del portafoglio iniziale alterandone il profilo rischio/rendimento.
Il ribilanciamento  è quell’attività di manutenzione ordinaria che serve per riequilibrare il portafoglio e riportare  i pesi delle diverse attività finanziarie alla composizione scelta inizialmente.

Presupposti e benefici del ribilanciamento di portafoglio

L’assunto alla base dell’attività di ribilanciamento sta nel fatto che mercati e cicli economici non possono essere anticipati con certezza.
Le variabili che regolano l’andamento di azioni, obbligazioni e la crescita economica sono molteplici e la loro interazione è imprevedibile. Quindi piuttosto che inseguire il market timing cercando di anticipare crolli e rimbalzi, la scelta saggia è quella di costruire un portafoglio buy & hold composto da diverse asset class.
Nel momento in cui un asset class sovraperforma rispetto alle altre, si prenderà parziale profitto vendendone una parte per andare ad incrementare l’attività che sta sottoperformando.
In altre parole il ribilanciamento consente di “vendere alto” e “comprare basso” senza rincorrere i mercati.

Il presupposto fondamentale per poter seguire questa regola con successo è aver creato un portafoglio decorrelato (con fondi ed etf), cioè composto da attività di investimento che seguono andamenti diversi in occasione dei diversi scenari di mercato. Ad esempio, durante le recessioni, le azioni soffrono mentre le obbligazioni di elevata qualità offrono rendimenti positivi. Durante i periodi di inflazione, scendono le obbligazioni ma salgono oro e materie prime.

Costruire un portafoglio decorrelato consente di poter sfruttare efficacemente il potenziale del ribilanciamento migliorando le performance nel tempo e gestendo il rischio (in questa sezione del blog propongo alcuni lazy portfolio costruiti con asset class decorrelate).
Viceversa un portafoglio composto da asset class legate tra loro (ad esempio azioni di diverse aree geografiche) sarà molto meno idoneo al ribilanciamento.

Il ribilanciamento di portafoglio consente quindi di:

  • Gestire il rischio e mantenere il portafoglio allineato ai propri obiettivi e al proprio profilo di rischio;
  • Migliorare le performance di un portafoglio correttamente decorrelato: banalmente un portafoglio composto da azioni e obbligazioni di elevata qualità consente di vendere una parte di obbligazioni per comprare azioni durante i ribassi e sfruttare, così, il successivo mercato rialzista;
  • Seguire una strategia preimpostata e liberarsi da scelte difficili di movimentazione, rispettando regole di riequilibrio semplici da seguire.

Vediamo quindi quali sono queste “semplici” regole.

Quando ribilanciare il portafoglio

Esistono molti modi per ribilanciare il portafoglio. Ci sono strategie relativamente semplici  da seguire ed altre più complesse. 
Vediamo le principali:

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Ribilanciamento periodico

E’ la regola più semplice. E’ quella che prevede di seguire l’attività di ribilanciamento a date prefissate: su base annuale, semestrale , trimestrale o mensile.

A meno che tu non sia un investitore professionista, non ha nessun senso ricercare periodicità frequenti.
Dunque se si sceglie questo semplice approccio, il ribilanciamento dovrebbe essere eseguito su base annuale o, al massimo, semestrale.

Ribilanciamento secondo la regola del 5/25

E’ la  regola ideata da Larry Swedroe,  asset manager americano ideatore del Larry Portfolio e autore di testi famosi su finanza ed investimenti.

Secondo Larry Swedroe  il ribilanciamento deve essere effettuato quando la variazione nella composizione delle attività del portafoglio si discosta di un 5 o di un 25 percento rispetto all’allocazione originaria in funzione dello “scostamento inferiore”.  Cosa significa nello specifico?

Supponiamo di aver costruito un portafoglio 60/40 (quindi 60% azionario e 40% obbligazionario).
Se le azioni scendono al 55% e le obbligazioni salgono al 45% si verifica il presupposto del “5%”.
Dovremo quindi ribilanciare vendendo il 5% di obbligazioni per acquistare il 5% di azioni. Questa attività consentirà, tra l’altro, di vendere alto (la parte obbligazionaria) e comprare basso (la parte azionaria). 

La struttura dei portafogli nella realtà, però, è molto spesso più complessa. Le varie macro asset class (azioni e obbligazioni) vengono scomposte in più micro asset class (azioni Europa, azioni value, small cap ecc.). Inoltre portafogli più strutturati prevedono anche l’esposizione ad asset class (oro e materie prime come nell’ All Seasons di Ray Dalio) con allocazioni molto più contenute.
In questo caso entra in gioco il presupposto del “25%”: se, ad esempio, si dispone di un allocazione del 10% alle azioni small cap, l’intervallo da prendere in considerazione non sarà del 5% assoluto.
Visto che l’allocazione è più modesta, si dovrà considerare il 25% del 10% di esposizione iniziale. Dunque l’intervallo per il ribilanciamento sarà tra il 7,5% ed il 12,5% (determinato applicando il +/- 25% al 10%).

Regola del 5/25: Quale dei due principi ha prevalenza? Quello che si realizza prima.

Ribilanciamento a bande differenziate

Bande differenziate per asset class

Le varie attività di investimento (azioni, obbligazioni, materie prime, oro) hanno potenzialità di rendimento e volatilità diversa. Questo significa che ha un senso logico prevedere intervalli di tolleranza e soglie per il ribilanciamento differenziate tra le varie attività.
Ad esempio si potrà prevedere rispettivamente una banda di ribilanciamento del 15% per la parte azionaria e del 5% per quella obbligazionaria.

Riportiamo ancora il caso del portafoglio 60/40.
Ipotizziamo che durante un bull market la parte obbligazionaria di elevata qualità abbia registrato una flessione e sia scesa del 5% modificando la composizione in 62/38. Secondo quanto  pianificato si procederà a riequilibrare vendendo azioni e comprando obbligazioni per il 2%.
Viceversa durante un bear market, si provvederà a ribilanciare quando le azioni saranno scese sotto la soglia del 15% per cui il portafoglio si sarà modificato in un 51/49.

Bande differenziate al rialzo e al ribasso

Anche l’attività di ribilanciamento può essere modulata in funzione del proprio profilo di rischio.
In altre parole chi ha un profilo più dinamico può prevedere un intervallo più generoso al rialzo e più basso al ribasso.

Propongo ancora l’esempio del portafoglio 60/40.

L’investitore con un profilo dinamico potrà considerare di ribilanciare riducendo la percentuale azionaria al superamento della soglia del 20% al rialzo e incrementandola del 10% al ribasso.
Quindi si ridurrà l’esposizione azionaria al superamento della proporzione  72/38 e si incrementerà al raggiungimento dell’allocazione 54/46.
In caso di proseguimento del trend al ribasso ovviamente si effettueranno ulteriori operazioni di ribilanciamento.

L’investitore con un profilo conservativo invertirà le bande di tolleranza per cui  il ribilanciamento al rialzo sarà effettuato in corrispondenza dell’allocazione  66/34 (+10%) e quello a ribasso al 48/62 (- 20%).

Ribilanciamento con nuova liquidità

Una strategia di ribilanciamento tanto banale quanto efficace è quella di riequilibrare il portafoglio apportando nuova liquidità.
Non ha quindi senso effettuare operazioni di ribilanciamento sul portafoglio preesistente se si prevede che di lì a breve saranno aggiunti ulteriori capitali a quanto già investito.

Secondo questa regola  i nuovi versamenti andranno indirizzati in percentuale maggiore verso le attività che hanno sottoperformato e in misura minore verso quelle che hanno sovraperformato. Il risultato sarà un portafoglio riequilibrato all’allocazione individuata inizialmente.

Ribilanciamento misto

L’investitore potrà prevedere anche di seguire un approccio “ibrido” prevedendo un attività di ribilanciamento annuale (da effettuarsi a giugno o a dicembre) a cui aggiungere un’attività straordinaria al verificarsi di eventi di mercato relativamente violenti.

L’obiettivo, in questo caso, è quello di non complicarsi troppo la vita e scegliere il ribilanciamento periodico. Al tempo stesso non saranno precluse eventuali opportunità di acquisto in occasione di profondi drawdown del mercato.
Anche per questa opzione la soglia di ribasso del 15% per l’azionario e del 5% per l’obbligazionario può essere un’indicazione efficace.

Ribilanciamento: pregi e difetti

Nei paragrafi precedenti è stato preso come riferimento il portafoglio classico 60/40.
Vediamo dunque quale siano nel lungo termine gli effetti del ribilanciamento su questo lazy portfolio:

Il grafico mostra l’evoluzione di un portafoglio di 1.000.000 di dollari USA dal 2000 ad oggi ribilanciato annualmente al 31/12 (linea arancione) e non ribilanciato (linea blu).

Nell’ipotesi senza ribilanciamento Il milione iniziale del 2000 oggi sarebbe diventato  3.914.324,79 $ con un guadagno annuo del 13,55%.
Il portafoglio ribilanciato avrebbe invece restituito un capitale finale di 4.156.691,31 $ con un guadagno annuo del 14,68%.

E’ importante considerare che l’assenza di ribilanciamento determina nel tempo una prevalenza degli asset con rendimento potenziale più elevato (azioni) rispetto agli asset con rendimento minore (obbligazioni).
Nel caso in esame l’allocazione finale del portafoglio non ribilanciato sarebbe stata 70% azioni e 30% obbligazioni.
Si tratta di un dettaglio di non poco conto. Questo significa che nel lunghissimo termine non ribilanciare  significa avere un portafoglio che evolve in una asset allocation più redditizia visto che aumenta l’esposizione azionaria.

Quale conclusione trarre da questa considerazione?

Chi ha un orizzonte di lunghissimo termine (20 anni ed oltre) dovrebbe preoccuparsi poco di ribilanciare e prediligere il ricorso alle azioni.
Prendendo in esame portafoglio più complessi che contemplino l’utilizzo di altre asset class (oro, materie prime, reits) come ad esempio il Golden Butterfly, l’attività di ribilanciamento consente comunque di restituire rendimenti allineati a quelli di un portafoglio totalmente azionario con volatilità sensibilmente ridotta.

Avvertenze finali

La teoria è una cosa, la pratica un’altra.

Fin qui non è stata fatta menzione all’aspetto fiscale.

Ogni volta che si esegue un’attività di ribilanciamento si vende un asset in guadagno per acquistarne uno in perdita. Ciò significa che sulla parte venduta subirò l’imposizione fiscale vigente (12,5% o 26% – leggi l’articolo sulla tassazione degli strumenti finanziari -). Quindi disinvesto una cifra per investirne una minore.
Inoltre devono essere considerati i costi di negoziazione e le commissioni applicate dal proprio intermediario di fiducia.
Ne consegue  che l’attività di ribilanciamento deve essere eseguita con parsimonia perché fiscalità e costi sottraggono capitali al portafoglio. E minori capitali significano minori rendimenti.

Questa considerazione è ancora più valida per i portafogli di dimensioni più contenute: l’incidenza dei costi fissi di negoziazione sarà maggiore su ogni operazione di ribilanciamento.
Quindi meglio prevedere bande di tolleranza più ampie e ribilanciamenti meno frequenti.

Conclusioni

Sapere cosa dobbiamo fare non ci dice niente su cosa succede nella nostra testa quando cerchiamo di farlo.

Morgan Housel

Questo articolo non vuole mostrare l’efficacia di una regola di ribilanciamento rispetto ad un’altra.
Il senso è quello di dimostrare l’importanza dell’attività di ribilanciamento e dell’utilizzo di asset class decorrelate.

Un recente studio di Vanguard mostra come l’attività di ribilanciamento seguita secondo una qualsiasi logica sia comunque migliore rispetto all’assenza di ribilanciamento.
L’importante è individuare la strategia più semplice da seguire e attenervisi senza ricercare necessariamente la perfezione.

Proprio per evitare di cadere vittima dell’eccessiva operatività suggerisco di tenere un “contatore dei ribilanciamenti” che consenta di tracciare le operazioni effettuate.
Quando il contatore supera i 2 ribilanciamenti annui è bene iniziare a mettere un freno alla propria frenesia.

Concludo ricordando che qualsiasi portafoglio, qualsiasi strategia, qualsiasi strumento perde totalmente di efficacia se non si impara prima a conoscere bene il proprio rapporto con gli investimenti.
Pianificare sulla carta è molto più semplice che investire nella vita reale: grafici e simulazioni su fogli excel ti dicono molto poco su come ti sentirai quando vedrai polverizzare i tuoi guadagni e “bruciare” il tuo capitale.
Quando giornali, notiziari ed esperti enfatizzeranno i crolli di borsa presagendo nuovi drammatici ribassi, sarà molto difficile seguire le regole che hai preimpostato.

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1 Comment

  1. Per un risparmiatore, alla base di costruire una strategia d’investimento, serve il metodo prima del veicolo che porta a dover individuare un campo da gioco neutrale dove: costi, plus e minus possano compensarsi e bilanciarsi tra loro, altrimenti al di fuori di strategie gestite preconfezionate (ad oggi generalmente deludenti), per il retail comune, il ribilanciamento di portafoglio illustrato, certamente sano ed efficace teoricamente, diviene nella pratica costoso in modo fortemente deturpante (si pensi al solo costo fisso e commissionale per acquistare un singolo etf, caso non così raro visto i capitali generici medi e il NAV di molti etf) e di conseguenza inefficiente perché troppo sbilanciato nei costi fiscali iniqui e transazionali. Se invece si lavora in modo gestito, stile gestione patrimoniale sul singolo, magari con strumenti liberi di mixare strumenti multibrand nelle classi istituzionali, per i fondi attivi e gli etf quotati, ottenibili con soglie d’ingresso di capitali molto basse, allora sì che il consulente può fare la differenza… queste realtà iniziano ad emergere!

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