SOLDI A COSA SERVONO

“I soldi non comprano la felicità”.

Questa affermazione è tanto diffusa quanto sbagliata.
Si parla molto della relazione tra felicità e denaro spesso in modo fuorviante. 

Secondo una larga schiera di moralisti, il benessere non si raggiunge con l’accumulo di ricchezza. La felicità ha più a che fare con la capacità di apprezzare la semplicità e la moderazione.
Mi sembra un’analisi un po’ riduttiva.
Sicuramente, se gestito male, il denaro può causare risentimento, insicurezza e ansia ma, soprattutto, scelte di investimento sbagliate.

Dopo un periodo non certo semplice per  i nostri soldi, ho pensato di chiudere l’anno con un articolo che ci aiuti a capire a cosa serve veramente il denaro in modo da riuscire a gestire meglio la nostra vita e i  nostri investimenti.

La lezione di Rockefeller (da cui non imparare)

Quando si parla di soldi e di ricchezza, uno dei personaggi storici più spesso preso ad esempio è John Davison Rockefeller.
Secondo alcuni storici si tratta dell’uomo più ricco della storia che per primo  è riuscito ad accumulare un patrimonio superiore al  miliardo di dollari.

Imprenditore statunitense, Rockefeller fondò il suo impero sull’industria petrolifera che, grazie al suo genio, conobbe un’espansione senza precedenti.
E’ stato uno degli uomini d’affari di maggior successo. Al tempo stesso era anche un personaggio solitario che non amava la confusione. Parlava raramente, si rendeva inaccessibile e rimaneva in silenzio quando qualcuno si relazionava con lui.
Dai libri che parlano della sua vita si comprende che fosse un tipo particolare.

Rockefeller aveva compreso un aspetto della vita che oggi è valido per molti di noi lavoratori: il suo mestiere non era quello di trivellare il suolo in cerca di petrolio o stoccare e spedire barili di greggio.
La sua abilità stava nel pensare e prendere le decisioni giuste.
Il suo punto di forza non era il prodotto dell’attività estrattiva ma era frutto delle sue idee e riflessioni.
Nel suo cervello trascorreva la maggior parte del suo tempo e spendeva le sue energie.
La gente non lo percepiva, ma Rockefeller lavorava senza interruzioni cercando continuamente soluzioni ai suoi problemi.

Al suo tempo quasi tutti i mestieri erano di natura manuale: i suoi silenzi e la sua solitudine erano interpretati come momenti di riposo. 
Le attività che richiedevano  l’utilizzo delle mani erano faticose,  sfiancanti: il  lavoro alle intemperie nei campi o nel chiuso di una fabbrica comportava sforzi fisici logoranti che, tuttavia, alla fine della giornata lasciavano  libera la testa dai pensieri.
L’impegno dell’imprenditore, decisamente più confortevole, implicava, invece, un lavoro continuo in termini di riflessioni e risoluzione delle difficoltà che continuava  ben oltre l’orario di lavoro.

Oggi vale l’esatto contrario: l’innovazione, il processo tecnologico, e l’evoluzione delle nostre abitudini hanno rivoluzionato il modo in cui viene concepita l’attività lavorativa.
La stragrande maggioranza dei posti di lavoro riguarda posizioni da manager, funzionari, professionisti, addetti commerciali ecc.
E’ cresciuta a dismisura l’industria dei servizi in cui le mansioni degli addetti si basano non solo sul lavoro manuale ma anche sui pensieri.

ROCKEFELLER STANDARD OIL

L’unica domanda da porsi a proposito della ricchezza è: cosa ci faccio?

John Davison Rockefeller

Siamo tutti Rockefeller …ma più poveri

Rockefeller non si “sporcava le mani” con attività manuali, ma era costantemente impegnato nella gestione del suo impero con il lavoro incessante della sua testa.

Oggi abbiamo tutti occupazioni che somigliano più a quella di Rockefeller che non a quella di un operaio ai tempi dei nostri nonni. 
In altre parole  non finiamo la nostra giornata lavorativa quando timbriamo il cartellino o quando chiudiamo il portone del nostro ufficio. Viceversa proseguiamo senza sosta a lavorare nella nostra testa e, comprensibilmente, abbiamo la percezione che il nostro lavoro non finisca mai.
Chi fabbrica  elettrodomestici, chi costruisce muri o automobili può fare ben poco quando non è sul posto di lavoro.
Gli operai ai tempi delle catene di montaggio (fortunatamente quasi del tutto sostituiti dal processo di industrializzazione e dai macchinari) non potevano lavorare senza gli attrezzi del mestiere. 
Ma da quando, oggi,  il nostro lavoro è diventato  ricercare nuovi clienti per l’azienda del capo, far quadrare un bilancio di fine anno, occuparsi della manutenzione del software di una grande azienda, ottimizzare gli spazi in magazzino, il nostro attrezzo principale è il nostro cervello da cui non ci separiamo mai.
Spesso finisce che ci troviamo istintivamente a pensare ai nostri problemi lavorativi in treno nel tragitto dall’ufficio a casa, quando cuciniamo la cena a nostra moglie che ci rimprovera (giustamente) per la nostra distrazione lavorativa, o quando ci svegliamo in mezzo alla notte.

I nostri nonni passavano nel luogo di lavoro molto più tempo di noi, ma una volta a casa si dedicavano ad altro.
Noi stiamo molto meno tempo in ufficio o in fabbrica ma abbiamo la percezione di lavorare sette giorni alla settimana, 24 ore al giorno.

Lo stabilimento del ventunesimo secolo è diventato il PC portatile e il principale strumento di lavoro ora è il nostro cervello: la fabbrica non è più un luogo di lavoro, ma si è dilatata fino ad assorbire la nostra intera giornata.

A questo punto la domanda è:
come risolviamo questo grave problema?
E come il denaro gioca a favore della nostra serenità?

Il denaro è tempo (e benessere)

Associamo alla ricchezza la facoltà di poter dire “Oggi posso fare tutto quello che voglio”

Essere più ricchi dà la possibilità di diventare più felici perché se aumentano i nostri soldi aumenta il controllo che abbiamo sulla nostra vita.
Poter fare quello che ci piace quando, dove e con chi ci pare è uno degli obiettivi più facilmente misurabili che ci rende felici.

Il denaro ci rende felici perché ci dà il controllo del nostro tempo. Poco alla volta ci dà la libertà di scegliere cosa fare e quando farlo.

Avere un fondo di emergenza pari a 6/12 mensilità dello stipendio che percepiamo, ci consentirà, ad esempio, di affrontare con maggiore serenità un cambio di lavoro senza dover essere costretti ad accettare la prima offerta. Non saremo obbligati ad accettare le pretese assurde del nostro capo perché non finiremo in rovina se avremo bisogno di più tempo per trovare un lavoro che ci piace di più. 

Aver costruito nel tempo un patrimonio personale di una certa entità ci permetterà, inoltre, di scegliere un impiego part time o anche meno retribuito del precedente ma più corrispondente alle nostre passioni concedendoci più tempo da dedicare alle attività che ci gratificano.

O, ancora, i soldi accumulati durante gli anni ci daranno la possibilità di andare in pensione quando vogliamo e non quando possiamo farlo.

Non voglio essere frainteso: non c’è niente di sbagliato nel sentirsi gratificati nell’esercizio della propria attività lavorativa.
Quindi la ricchezza non necessariamente deve essere vista come un mezzo per smettere di lavorare.
Tuttavia un lavoro particolarmente stimolante può diventare terribile quando siamo costretti a farlo con ritmi e regole che non possiamo controllare.
Lavorare a un progetto appagante ma con lo spettro di una scadenza assurdamente stringente imposta dal nostro superiore o dal nostro cliente si avvicina troppo ad una costrizione, piuttosto che ad una scelta. 
Accumulare denaro ci rende liberi di fare il lavoro che ci piace, con i ritmi più adatti alle nostre esigenze e, magari, in un luogo più piacevole del nostro ufficio in una metropoli.

Il denaro ci rende anche liberi di esprimere verità critiche sul nostro lavoro senza timore di ritorsioni.
Ci sono professioni ben remunerate che non consentono di mantenere la propria integrità morale: si può essere costretti, ad esempio, a vendere un prodotto  o un servizio che, secondo noi, non crea nessun valore aggiunto all’utente finale.
O, ancora, un lavoro stimolante in un ambiente lavorativo dove non troviamo affinità con i nostri colleghi diventa insopportabile.
Un capitale da parte ci dà la possibilità di  dire “non sono d’accordo” o, comunque, di esprimere il proprio dissenso.
Sapremo che, comunque, avremo facoltà di riorganizzare la nostra professione altrove, con calma, grazie alle nostre “spalle finanziariamente larghe”.
Essere onesti e aperti con se stessi  corrisponde  ad un rendimento inquantificabile.

contatta David Volpe

Conclusioni

Avere il controllo del proprio tempo è il dividendo più elevato che il denaro possa fruttare

Morgan Housel

Al giorno d’oggi con molta probabilità siamo tutti un po’ più ricchi dei nostri nonni.
Conduciamo uno stile di vita che i nostri avi non avrebbero neppure saputo immaginare:
abbiamo case più grandi, riscaldate d’inverno e refrigerate d’estate con tutte le comodità del caso.

Il progresso ha generato un benessere oggettivo ma questo ha poco a che fare con l’essere felici.

Grazie al progresso e all’aumento del tenore di vita che ne deriva, abbiamo comprato cose migliori e più grandi e abbiamo lavori più confortevoli.
Il prezzo che abbiamo pagato per questo benessere è vederci sempre più sottratto il nostro tempo, in una corsa senza fine di tutte le incombenze da sbrigare.
E questo ci rende infelici o, comunque, molto meno soddisfatti di quanto potremmo essere.

Come si può uscire da questa situazione? Accumulando e valorizzando i propri risparmi.
Fare quello che vogliamo quando, dove e con chi vogliamo è il rendimento più elevato che i nostri soldi (investiti) possono restituirci.
Una volta che avremo chiaro questo obiettivo saremo in grado di identificare correttamente la nostra propensione al rischio e di tollerare molto meglio  i capricci di breve termine dei mercati finanziari.

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1 Comment

  1. Un grande regalo 🎁 per noi stessi è imparare a leggere il nostro portafoglio invece di ascoltare il mercato! La semplice lettura insegna a capire noi stessi e quindi agire per convinzione e non per induzione.
    “Vorrei che tutti leggessero, non per diventare letterati o poeti, ma perché nessuno sia più schiavo”. Gianni Rodari
    Buon Natale 🎄

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