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Rating: l’effetto declassamento sui tuoi Titoli di Stato

Nel corso della settimana che si è appena conclusa, l’attenzione di molti si è concentrata sulla notizia del declassamento dell’Italia ad opera dell’agenzia di rating “Fitch”.

Oltre che per importanza, la notizia ha suscitato un certo clamore in quanto è giunta in maniera totalmente improvvisa e inaspettata.

Ma cosa è davvero il rating?

Cosa comporta un suo declassamento e come influisce sui tuoi  investimenti?

Cosa è il rating

Il “rating” è un giudizio che esprime la capacità di una società o di uno stato di riuscire a pagare regolarmente i propri debiti.

Nello specifico si tratta di una valutazione accurata effettuata da  società specializzate (dette appunto “Agenzie di Rating”) sulla capacità di stati e aziende di onorare i finanziamenti di cui hanno beneficiato/che hanno sottoscritto.

Inutile specificare che tanto più alto è il rating di uno stato (o di una società) tanto più alta sarà la sua capacità di rimborsare i prestiti ricevuti.

Nel nostro caso questi prestiti  sono rappresentati da titoli di stato e obbligazioni che stati e società emettono per reperire capitali da destinare alla propria attività.

Infatti con un titolo di stato (o con un’obbligazione)  una nazione (o una società) ottiene capitali direttamente dai risparmiatori impegnandosi a restituirli ad una determinata scadenza. Il compenso per il risparmiatore sarà il ricevimento di un interesse periodico

Le agenzie di rating più importanti sono 3:

  • S&P;
  • FITCH;
  • MOODY’S.

Il rating è particolarmente importante perché influisce direttamente sul tasso d’interesse che società e stati devono pagare sulle proprie obbligazioni: tanto più basso sarà il rating (e dunque il grado di affidabilità) tanto maggiore sarà l’interesse da pagare per invogliare gli investitori ad acquistare le proprie obbligazioni.

Al contrario invece,  chi gode di rating più elevati emetterà titoli di stato con interessi più bassi, proprio per la maggiore tranquillità data all’investitore relativamente al rimborso del capitale.

Il rating viene espresso secondo una “scala  di giudizio” che varia da agenzia ad agenzia e che vede un’importante suddivisione tra  giudizi relativamente elevati che esprimono una solida capacità di rimborso (investimento “sicuro” = investment grade) e giudizi bassi che, al contrario, esprimono una scarsa capacità di rimborso (investimento rischioso e, quindi, più redditizio = speculative grade).

Questa è la scala adottata dalle 3 agenzie:

Qual è l’attuale rating dell’Italia?

RATING ITALIA
Fonte: Borsa Italiana

Qual’è l’attuale rating dell’Italia

Attualmente l’Italia è collocata sull’ultimo gradino della soglia “investment grade” per 2 delle 3 maggiori agenzie di rating (Fitch & Moody’s).
Infatti ad opera della recente revisione al ribasso (downgrade) Fitch ha portato il rating dell’Italia da BBB a BBB-.

Essere posizionati ad un passo dalla lista dei “cattivi” comporta una serie di conseguenze per l’Italia e per chi ha deciso di investire nei suoi “solidi” titoli di stato.

Non si tratta del rischio di incorrere in un potenziale default (fallimento): diamo pure per assodato che l’Italia sarà comunque in grado di rimborsare puntualmente alle scadenze i propri titoli di stato.

Chi ha investito in questi strumenti (o ha intenzione di farlo) contando sulla sicurezza espressa da uno stato come l’Italia farebbe bene a considerare molte altre variabili oltre al rischio di fallimento, che andremo ora ad analizzare e che influenzeranno non poco la riuscita dell’investimento.

Le conseguenze del declassamento

Si potrebbe discutere molto sull’operato presente e passato delle agenzie di rating, sulla loro imparzialità e della scelta di tagliare un rating in una fase delicata come quella attuale.

Indipendentemente dalla loro effettiva correttezza, le decisioni delle agenzie di rating rappresentano una variabile estremamente importante per il nostro paese e per chi ha deciso di investire nei suoi titoli di stato: 

moltissimi grandi investitori (fondi, fondi pensione, assicurazioni, banche ecc..) nelle proprie scelte d’investimento sono tenuti a seguire regole che utilizzano il rating come unico parametro su cui basare le proprie scelte.

Tradotto in termini pratici, se un’obbligazione o un titolo di stato presentano un rating “investment grade” possono investirci, viceversa non possono farlo.

Quindi se il rating di un paese cade dal settore virtuoso (investment grade) a quello rischioso (speculative grade) scattano automaticamente le vendite forzate da parte di tutti quei grandi investitori che, per regolamento, non possono più detenere i titoli in portafoglio.

Visto che si tratta di investitori “di peso“ che smuovono migliaia di miliardi di titoli, una vendita in massa genererebbe un calo dei prezzi notevole: quando molti vendono e pochi comprano il prezzo scende precipitosamente.
Affinché si inneschi questo meccanismo è necessario che 2 su tre delle maggiori agenzie di rating abbassino il proprio giudizio alla categoria “speculative grade”.

Le conseguenze del declassamento per lo Stato

Il downgrade del rating e, in particolare, il passaggio dalla categoria investment grade a quella speculative grade comporta conseguenze catastrofiche per il bilancio del Paese.

Vediamo perché:

Abbiamo appena detto che, in caso di declassamento, i grandi investitori dovranno effettuare una vendita “forzata” immettendo sul mercato una mole molto importante di titoli di stato.
Questo ovviamente porterà ad una riduzione del prezzo di mercato, vista la molta offerta a fronte di una richiesta non adeguata.

Chi deciderà di acquistare, in questo momento, questi titoli di stato godrà di un “aumento di rendimento” proprio per effetto della riduzione del prezzo di mercato.

Utilizzo un esempio per spiegare questo concetto:

ipotizziamo che Il Sig. X abbia investito € 10.000  in titoli di stato a 10 anni che offrono un rendimento dell’ 1%.
In “condizioni normali” il prezzo di mercato di questi titoli si mantiene stabile (€ 10.000).

Ipotizziamo adesso che il valore di mercato scenda da € 10.000 ad € 9.000  per effetto di una serie di vendite massicce.
Il Sig. X  continuerà a percepire l’interesse (1% = 100 €  annui) ) e otterrà il rimborso di € 10.000 a scadenza (10 anni).

Il Sig. Y invece decide di investire nello stesso titolo di stato dopo il ribasso.
Il Sig. Y otterrà ovviamente, un rendimento maggiore perché investendo solo € 9.000 riceverà titoli di stato per un va lore di € 10.000 e quindi:

  • interessi periodici su € 10.000 (valore originario del titolo detto “nominale”) 
  • un sovrappremio di € 1.000 alla scadenza (saranno rimborsati €10.000 a fronte di un investimento di € 9.000).

Riassumo con due tabelle a fini puramente esemplificativi:

Sig. X

INVESTIMENTO INIZIALEINTERESSE ANNUORIMBORSO A SCADENZARENDIMENTO TOTALERENDIMENTO ANNUO
€ 10.000€ 100€ 10.000€ 1.0001%

Sig. Y

INVESTIMENTO INIZIALEINTERESSE ANNUORIMBORSO A SCADENZARENDIMENTO TOTALERENDIMENTO ANNUO
€ 9.000€ 100€ 10.000€ 2.0002%

Ovviamente lo Stato, a questo punto, non potrà più continuare a emettere titoli di stato con una rendimento dell’ 1% ma dovrà riallineare i rendimenti dei nuovi titoli con quelli in circolo al momento (cioè quelli comprati dal Sig. Y).
Altrimenti nessuno comprerebbe i titoli nuovi preferendo  quelli già presenti sul mercato in quanto più redditizi.

Questo è il motivo per cui le decisioni delle agenzie di rating e le reazioni dei “mercati” sono determinanti per le finanze di un paese. L’aumento dei rendimenti per effetto della riduzione dei prezzi comporta un immediato innalzamento della spesa per interessi sul del debito pubblico. E una maggiore spesa per interessi implica minor disponibilità da destinare ai servizi, all’assistenza e al rilancio dell’economia.

Ecco perché è importante fare in modo che il rating del nostro paese resti solidamente ancorato alla famiglia “investment grade”.

Le conseguenze del declassamento per l’investitore

Alla data di pubblicazione di questo articolo i rendimenti (netti) offerti dai BTP sono i seguenti:

3 anni: 0,35%;

5 anni: 1,10%;

7 anni: 1,25%;

10 anni: 1,30%

15 anni: 1,88%;

30 anni: 2,25%

Vista la scarsità di rendimenti e l’instabilità dei mercati finanziari, molti investitori rimangono attratti da un rendimento superiore al 2% confidando nel pronto rimborso del capitale a scadenza.

E il rischio non è certo quello che L’Italia non riesca tra 30 anni a rimborsare i propri titoli.
Per cui, se avete intenzione di acquistare dei titoli di stato per poi “tenerli” fino alla fine, potete ragionevolmente dormire sogni tranquilli.

Il problema potrebbe esserci se tra una decina di anni (o anche meno), mettiamo il caso ci fosse la possibilità di ottenere rendimenti maggiori con altri strumenti di investimento.

Sbarazzarsi dei titoli di stato acquistati per poter sottoscriverne di nuovi, o destinarli ad altri strumenti di investimento comporterebbe una significativa perdita di capitale, perché nessuno avrebbe più interesse a comprare dei titoli di stato che rendono meno di quelli di nuova emissione, se non acquistandoli a cifre ribassate.

Ogni rialzo dei rendimenti dei titoli di stato comporta una significativa perdita in conto capitale qualora si decidesse di vendere il titolo prima della scadenza.

Non a caso si parla di “effetto iceberg”:

DOWNGRADE ITALIA
Rendimenti e variabilità dei prezzi

Investire in un titolo di stato a 10 anni (che oggi rende poco più dell’ 1%) significa vedere ridurre il proprio capitale di oltre l’8% in caso di aumento dei rendimenti di 1 punto (sempre che lo si voglia vendere).

Per chi avesse invece deciso di investire nel più redditizio titolo trentennale, la riduzione di valore sarebbe di oltre il 16%.

Si tratta di oscillazioni che hanno poco da invidiare a quella delle azioni (ben più redditizie: leggi l’articolo dedicato)

Quindi perché siamo così tranquilli ad avere titoli di stato immobilizzati per 30 anni per un misero 2% e così smaniosi di vendere alla prima oscillazione del mercato azionario senza la pazienza di attendere gli obiettivi prefissati che potrebbero portare rendimenti a 2 cifre?

Dunque sei davvero certo che sia così sicuro/redditizio investire in titoli di stato?

Conclusioni

Le considerazioni da fare per valutare la convenienza ad investire in BTP non riguardano tanto il rischio di non vedersi rimborsare il proprio capitale quanto piuttosto le dinamiche su rating e rendimenti.

  1. Il nostro paese si trova già lungo il varco per entrare nella categoria degli emittenti “spazzatura”.
    E questo rappresenta già un pericolo concreto per il valore futuro degli investimenti in BTP;
  2. In secondo luogo troppo spesso ci assuefacciamo allo status quo pensando che la situazione non debba mai cambiare.
    La crisi e la recessione, ragionevolmente parlando, manterranno il livello dei rendimenti eccezionalmente basso per un bel po’ di tempo. Ma non è assolutamente da escludere che il prossimo futuro ci riservi un rialzo dei tassi (ad esempio per contrastare possibili focolai di inflazione).
    Un rialzo di un solo punto percentuale significa una perdita significativa in “conto capitale”.

Quindi se sei certo di mantenere il tuo investimento in BTP per 10, 20 o 30 anni e sei sicuro di accontentarti di un  rendimento tra l’1 ed il 2%,  scegli pure la strada dell’investimento “certo”.

Se credi, invece, di poter vendere anticipatamente i tuoi titoli di stato in qualunque momento, o peggio, ritieni che il valore dei tuoi BTP non possa che salire, potresti rimanere profondamente deluso.

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