Echilavrebbemaidetto! (cit.).
Dopo anni di moniti, previsioni apocalittiche e chiamate al grande crollo, alla fine la bolla è scoppiata. Peccato che la deflagrazione non sia arrivata dal sopravvalutatissimo mercato azionario, ma dagli asset rifugio: in una sola seduta l’oro ha perso il 10%. Peggio ancora l’argento, che, con un tonfo superiore al 30%, ha registrato il ribasso peggiore degli ultimi 50 anni.
Cosa sta succedendo ai metalli preziosi?
È davvero scoppiata una bolla?
E soprattutto: cosa fare adesso, in concreto?
In questo articolo cerchiamo di fare chiarezza sulle dinamiche alla base del crollo di quelli che, fino a ieri, sembravano beni “incrollabili”.
Vedremo le prospettive future, ma soprattutto ci concentreremo sulle implicazioni concrete per la gestione dei portafogli.
Perché quando anche gli asset rifugio vacillano, la lucidità diventa… più preziosa dell’oro e dell’argento.
Le origini del rally
Il rialzo parabolico dell’oro e, in misura ancora più estrema, dell’argento ha assunto proporzioni tali da far impallidire le performance del mercato azionario.
Il rally nasce da una domanda reale, costante e potente: quella delle banche centrali che, da oltre 4 anni hanno iniziato a diversificare le proprie riserve accumulando ora a ritmi senza precedenti.

Un flusso che ha garantito supporto strutturale ai prezzi rafforzando la percezione di una domanda “intelligente” e disciplinata.
In altre parole, finché comprano le banche centrali l’oro può contare su un supporto stabile.
Ma a trasformare il trend rialzista in corsa è stata un’altra leva: la narrativa perfetta del debasement trade. Si tratta di una strategia di investimento che parte da un’idea molto intuitiva: se una moneta perde potere d’acquisto nel tempo, diventa ragionevole proteggersi comprando asset scarsi come, appunto, oro e argento.
Con debiti pubblici in crescita, dubbi sulla credibilità della Fed e timori inflativi, molti investitori hanno visto nell’oro la risposta semplice a un problema complesso: l’inevitabile svalutazione delle valute tradizionali (cd. “fiat”).
La “storia” del debasement ha progressivamente conquistato il consenso della maggioranza.
Da lì in poi la dinamica è diventata quella classica: entra chi vuole protezione, segue chi cerca rendimento e si aggiunge chi vuole far soldi velocemente in modo sicuro (cosa c’è di meglio di un asset rifugio che sale in modo stabile?).
Cosa ha innescato il tracollo
Secondo gli osservatori, l’innesco per scatenare il crollo è stata la nomina di Kevin Warsh come nuovo presidente della Federal Reserve, in sostituzione di Powell. Una notizia che può apparire marginale ma che acquisisce un peso significativo quando sul mercato (dei preziosi) si crea un eccesso di confidenza.
Warsh è noto per le sue posizioni “ortodosse” in materia di politica monetaria. Questo significa: niente svalutazioni pilotate e niente tagli dei tassi a pioggia.
La sua nomina ridimensiona la narrativa dominante del debasement: il dollaro arresta il suo declino, la FED mantiene la sua credibilità e i tassi non scenderanno necessariamente come ipotizzato.
Il risultato è stato immediato: dopo la notizia il dollaro si è rafforzato e i tassi sono saliti. Dinamiche che, storicamente, giocano a sfavore del lingotto (ne abbiamo parlato in dettaglio in questo articolo).

E’ sufficiente tutto ciò a scatenare un ribasso del 10% sull’oro e del 30% sull’argento?
Sì, quando il consenso degli investitori sulla forza del rally diventa eccessivo.
Negli ultimi mesi tutti volevano salire sul treno dei preziosi: protezione e performance in un colpo solo. Oro e argento erano diventati “asset che salgono sempre” e che, quindi, tutti stavano comprando, soprattutto nella fase finale della corsa al rialzo.
Quando tutti acquistano i prezzi salgono ma, al temp stesso, si riduce il numero di nuovi potenziali acquirenti disposti a entrare a prezzi più alti e a dare supporto alle quotazioni.
Questa grafica di Bianco Research relativa all’argento esprime molto bene questa dinamica:

Nella parte alta in blu il prezzo dell’argento, nella parte bassa in nero i flussi in acquisto sull’Etf sull’argento.
Come si nota, gli acquisti si sono concentrati nella parte terminale del rally.
Tecnicamente queste si dicono posizioni “deboli”: entrando sui massimi basta una correzione per ritrovarsi velocemente con un investimento in perdita da gestire.
La nomina di Warsh è stato il pretesto per dare il via alle prime prese di profitto.
Senza nuovi compratori disposti ad acquistare, le quotazioni non hanno trovato nessun supporto e i prezzi sono scesi. Chi è entrato nella fase finale ha resistito un po’ per poi farsi travolgere dal panico vendendo a sua volta. Le posizioni a leva sono saltate innescando la successiva spirale ribassista.
Et voilà: in meno di 48 ore siamo passati dalla certezza della protezione all’angoscia della trappola.
Per approfondimenti più tecnici rimando alla lettura di questi due articoli esterni:
Cosa dicono gli esperti
Gli esperti sono più o meno concordi sul fatto che “i fondamentali” non sono cambiati.
Goldman Sachs ha recentemente alzato il target sull’oro per il 2026.
Secondo gli analisti di Goldman, la domanda da parte di banche centrali e investitori privati resta solida. Le prime, soprattutto quelle dei Paesi Emergenti, continuano ad acquistare oro a ritmi record offrendo supporto stabile ai prezzi. I secondi, soprattutto i “super ricchi” sarebbero entrati con convinzione e non avrebbero alcuna intenzione di uscire.
Otavio Costa, ex gestore dell’Hedge Fund Crescat Capital e fondatori di Azuria Capital non ha dubbi. La quantità di oro presente nei portafogli degli investitori è ancora nettamente inferiore rispetto ai picchi storici. Quindi nessuna euforia immotivata o bolla speculativa: continuiamo a essere nella fase di rotazione da asset finanziari (azioni e obbligazioni) verso asset reali come, appunto, oro e argento.
Sono molte le voci autorevoli che esprimono ottimismo sul futuro dell’oro.
Del resto è ragionevole credere che le condizioni che hanno determinato la salita dei prezzi esistano ancora e che il mercato debba solo smaltire gli eccessi.
Il problema di tutte queste analisi è che hanno scarsa utilità pratica. Non perché non siano accurate ma perché analizzano uno scenario che non rimane affatto statico. Le condizioni mutano velocemente spesso proprio per effetto delle emozioni degli investitori che, come abbiamo visto, riscrivono le regole da un giorno all’altro.
I fondamentali contano ma la narrativa può prendere il sopravvento e cambiare il quadro complessivo.
Cosa dice il buonsenso
Abbiamo visto come per gli analisti i fondamentali restino solidi.
Tuttavia c’è da considerare che il mercato non si muove solo sui fondamentali: il comportamento gregario degli investitori finisce per assumere proporzioni capaci di stravolgere lo scenario e cambiare persino “i fondamentali”.
Non serve che sopraggiunga un evento esterno. Talvolta basta un cambio collettivo di prospettiva.
L’oro resta un asset strategico ma l’episodio ricorda a gestori e investitori che l’oro è sì uno strumento di diversificazione ma che porta con sé una volatilità estrema.
Ora che inizia a essere chiaro che il lingotto può subire drawdown assimilabili a quelli azionari, molti investitori vorranno rivedere il loro rapporto con questa asset class. Una correzione di queste proporzioni può, infatti, indurre investitori privati e istituzionali a ribilanciare le proprie asset allocation riducendo il peso dell’oro e quindi vendendo.
Questo significa meno flussi in acquisto e ancora minor supporto ai prezzi. La narrativa del debasement trade smette di essere così convincente e il circolo si autoalimenta: si trovano sempre meno investitori disposti a credere nel trend rialzista e a supportare i prezzi.
E’ il tipico meccanismo da mercato azionario, solo che questa volta accade sugli asset rifugio.
C’è una sostanziale differenza:
chi compra azioni è relativamente consapevole di poter subire drawdown.
Chi compra oro come protezione, ha molto meno consapevolezza della volatilità ed è molto meno disposto ad accettare ribassi sulla parte “stabile” del portafoglio.
Resta, dunque, da capire quali saranno le modalità di reazione di questi investitori che potrebbero essere molto rapidi nel rivedere la loro esposizione.
Oro: che fare?
L’oro era un asset strategico prima del recente crollo, lo è oggi e, con ogni probabilità, lo resterà anche domani.
Il suo ruolo all’interno di un portafoglio diversificato rimane intatto e, soprattutto, il suo potenziale diversificativo, soprattutto nei momenti di stress sistemici, non è replicabile da nessun’altra asset class.
Il vero problema dell’oro è che è uno strumento tremendamente difficile da detenere in portafoglio.
Da quando è diventato un asset accessibile agli investitori privati, l’oro è sempre stato protagonista di rialzi verticali seguiti da ribassi brutali:

Nei recenti movimenti, a ben guardare, non c’è nulla di nuovo: anche in passato abbiamo visto rally parabolici, correzioni profonde e lunghi tempi di recupero.
Il punto è come riuscire a gestire un portafoglio con allocazioni significative all’oro quando il nobile metallo smette di brillare e inizia a pesare.
Affrontare perdite a doppia cifra su una porzione rilevante del portafoglio, peraltro destinata alla difesa, fa perdere lucidità anche al più disciplinato degli investitori.
E senza lucidità aumentano le probabilità di prendere decisioni impulsive, e di commettere errori grossolani nella gestione del portafoglio. La conseguenza certa è sempre il rimpianto..
Uno degli obiettivi principali nella costruzione di un portafoglio per il lungo periodo dovrebbe essere proprio minimizzare il “rischio rimpianto”.
Per questo motivo servono allocazioni realistiche e gestibili:
per la maggior parte degli investitori, una quota tra il 5% e il 10% è sostenibile sia in termini finanziari che emotivi (ne abbiamo parlato approfonditamente nella guida sull’oro).
Esposizioni superiori rischiano di non essere “umanamente gestibili”.
Lo stesso Golden Butterfly (di cui abbiamo parlato in un recente articolo) che prevede un esposizione al nobile metallo del 20% è un ottimo portafoglio nei backtest ma lo è molto meno per chi investe con i soldi veri.
Per chi ha inserito oro in portafoglio senza fare i conti con la profondità dei suoi ribassi e la durata dei suoi tempi di recupero, questo potrebbe essere il momento giusto per rivedere la propria esposizione.
Per capire davvero cosa fare adesso può essere utile porsi la domanda: “Perché ho inserito oro in portafoglio?”.
Se la risposta è “per ottenere rendimento” o “per assicurarmi una crescita stabile” allora sicuramente c’è più di qualcosa da riconsiderare.
In questo articolo trovi alcune indicazioni per costruire la parte difensiva del portafoglio.
Conclusioni
Nessuno ha mai preso decisioni per un numero. Abbiamo bisogno di una storia.
Daniel Kahneman
Nei rally dei mercati preziosi abbiamo visto una versione un po’ diversa del potere delle storie:
inflazione, svalutazione, fine della fiducia nel sistema. La narrativa del debasement ha dato senso a ogni rialzo convincendo molti che oro e argento fossero destinati, sempre, a salire.
Quando una storia è troppo condivisa, diventa pericolosa perché rischia di condizionare il mercato.
Se per un qualsiasi motivo la narrazione dominante si indebolisce, il mercato diventa vulnerabile a correzioni profonde. Anche se permangono le condizioni che hanno alimentato il trend rialzista.
L’oro non fa eccezione.
Le recenti turbolenze non evidenziano nulla di nuovo sull’oro ma dicono molto su come viene percepito e usato.
Chi ha costruito la propria allocazione con consapevolezza e moderazione, non ha nulla da rivedere.
Chi, viceversa, ha inserito preziosi in portafoglio come scorciatoia per ottenere protezione e rendimento dovrebbe rivedere la sua posizione.
Non c’è nessuna magia nell’oro: come ogni asset class funziona solo se usata per la funzione che le compete.
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…per chi ha una corretta diversificazione di portafoglio, con i giusti pesi per ogni asset, costruita nel tempo, oggi questo investitore si trova ancora solo nella condizione di dover accettare una riduzione della plusvalenza, chiaramente se ha seguito la mia linea guida di non fare liquidazioni in corso d’opera con vendita dei guadagni, pertanto deve restare comodamente seduto sul bilanciere che nel suo complesso di non correlazione, ad esempio valute USD/CHF/YEN offre ancora una comoda “seduta”. Ultima cosa, aspettiamo ad alzare subito bandiera bianca…
Grande David
Certo Luca!
Il titolo è volutamente provocatorio: è un po’ presto per parlare di “bolla”.
Mi sembra, comunque, che ci sia già da tempo un eccesso di confidenza sull’oro da parte di molti investitori. Dubito che la maggioranza di chi inserisce massicce allocazioni all’oro conosca davvero le conseguenze in termini di gestione del portafoglio.