Perché tanti investitori con strategie teoricamente vincenti finiscono per perdere soldi?

La risposta non va cercata nella bontà della strategia ma in un errore molto più sottile: il disallineamento tra l’orizzonte temporale del portafoglio e quello reale dell’investitore.
Si può avere piena consapevolezza dei meccanismi che stanno alla base della crescita dell’economia e dei mercati, credere fermamente nella propria filosofia e costruire un portafoglio solido. Tuttavia tutto questo servirà a ben poco se la nostra strategia di investimento non è coerente con il nostro orizzonte temporale.

In questo articolo analizzeremo uno dei malintesi più costosi in cui incorrono molti investitori: applicare una strategia efficace a un orizzonte temporale sbagliato.

Più in particolare, parleremo dei tre errori più comuni che trasformano piani teoricamente impeccabili in fallimenti finanziari , e vedremo come evitare che la pressione psicologica trasformi una strategia vincente in un insuccesso annunciato.

Orizzonte temporale e aspettative: i due approcci

In che modo sviluppiamo le nostre aspettative di rendimento di lungo termine e come, di conseguenza, definiamo il nostro orizzonte temporale di investimento?

Anti Ilmanen, in un recente studio, prova a dare una risposta.
Ilmanen è uno dei pochi professionisti capaci di  tradurre la ricerca accademica in strategie di investimento efficaci. Dopo un’esperienza  presso la banca centrale finlandese e in prestigiose istituzioni finanziarie come Citigroup, oggi è una delle figure di riferimento in AQR Capital Management società di gestione statunitense. Ilmanen è considerato una delle voci più autorevoli nel campo delle aspettative di rendimento e della stima dei rendimenti futuri.

Nel suo studio Ilmanen evidenzia come il successo di una strategia di investimento sia strettamente legato all’orizzonte temporale dell’investitore.
In particolare, la sua analisi, fa una distinzione ben precisa tra:

  • Trend in atto (cd. “momentum”): che incide soprattutto sui rendimenti di breve e medio periodo.
  • Valutazioni: che hanno un ruolo determinante per i rendimenti di lungo termine.

Nel breve termine, le valutazioni di un’asset class hanno una rilevanza limitata. È il “trend” in atto che tende a persistere: un’area geografica o un settore che sta andando bene continuerà a farlo perché attirerà nuovi investitori e acquisti crescenti.

Nel lungo termine, invece, le valutazioni diventano decisive: le azioni con valutazioni più convenienti tendono a offrire rendimenti superiori.

Il punto in cui molti investitori sbagliano è applicare la propria strategia all’orizzonte temporale inadeguato.
Chi si concentra solo sulle valutazioni e cerca le asset class più “a sconto” rischia di sottoperformare nel breve periodo.
Viceversa, chi si affida esclusivamente al trend del passato (cd. “momentum”) , concentrando il portafoglio su settori o aree geografiche reduci da forti performance e quindi sopravvalutate,  finirà per ottenere rendimenti deludenti nel lungo periodo.
Questo malinteso è alla base dei tre principali errori che gli investitori commettono sull’orizzonte temporale.
Vediamo ora più nel dettaglio in cosa consistono e, soprattutto, come possiamo evitarli.

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Errore nr 1: ignorare le valutazioni

Molti investitori basano la propria strategia sul “momentum”, privilegiano, cioè, le asset class che hanno ottenuto i rendimenti più alti nel recente passato.
Il problema è che applicano questo approccio a un orizzonte temporale sbagliato: costruiscono un portafoglio per il medio-lungo termine concentrandosi sui top performer del periodo recente.
Una strategia di questo tipo, ad esempio focalizzata su tecnologia, Stati Uniti o intelligenza artificiale, nel medio termine diventa vulnerabile alla regressione verso la media:
quando il vento cambia e i leader del passato passano il testimone a nuovi settori e nuove aree geografiche, un portafoglio così costruito è destinato a soffrire.

Spesso ci convinciamo che valutazioni azionarie elevate possano essere giustificate da aspettative di crescita futura altrettanto elevate. Così facendo, tuttavia, ignoriamo che i rendimenti elevati del passato hanno già spinto i prezzi verso l’alto e questo, nel medio lungo termine, si  traduce in rendimenti futuri più bassi.

Estrapolare i trend del passato, per quanto convincenti, può costare molto caro in termini di performance di lungo termine.
Il punto è che tendiamo a dare un’importanza eccessiva al trend rialzista del recente passato proprio quando i mercati stanno per invertire la rotta (mean reversion).

Lo studio di Ilmanen dimostra come, su un orizzonte di 10 anni, ci sia una correlazione negativa tra rendimenti passati e futuri. In altre parole, un’asset class che ha reso molto bene in passato tende a restituire rendimenti più scarsi in futuro e, al contrario, ciò che ha deluso nel periodo recente ha maggiori probabilità di offrire rendimenti migliori nel lungo periodo.

Questo principio vale anche al di fuori dell’asset class azionaria: le obbligazioni, a fronte della discesa dei prezzi degli ultimi anni, oggi offrono un rendimento “a scadenza” più elevato (ne abbiamo parlato in questo post).

Questa immagine può aiutare a dare un’idea di come funzionano “momentum” e “regressione alla media”. Il grafico mostra l’andamento ipotetico di due asset class. Nel primo periodo l’asset class “momentum” offre migliori performance rispetto all’asset class “valutazioni” fino a quando si arriva a un punto di inversione. Concentrare l’esposizione del portafoglio sull’asset class momentum nel 2010 basandosi sui rendimenti del passato avrebbe compromesso i rendimenti futuri:

Errore nr. 2: ignorare il momentum

Ci sono investitori che, viceversa, seguono un approccio più pragmatico, focalizzandosi sulle asset class “sottovalutate” che sembrano offrire un potenziale di rendimento futuro più elevato.
Questa filosofia tende a privilegiare le attività finanziarie più penalizzate nel recente passato, confidando in un recupero nel medio-lungo periodo grazie alla forza della mean reversion.

Tuttavia, un investitore attento alle valutazioni dovrebbe essere consapevole che nel breve periodo queste contano poco: come abbiamo visto, in periodi di tempo brevi il trend in atto (appunto “slancio” o “momentum”) tende a persistere.
Nel breve termine, la probabilità che valutazioni già elevate diventino ancora più elevate è significativa.
Questo comporta che un approccio focalizzato esclusivamente sulle valutazioni potrebbe, verosimilmente ridurre le probabilità di ottenere buoni rendimenti a breve termine, a fronte di una maggiore probabilità di buoni rendimenti a lungo termine.

Chi si riconosce in un approccio basato sulle valutazioni (il cosiddetto “value investor”) dovrebbe considerare due aspetti importanti:

  1. Sono pochi gli investitori disposti a barattare rendimenti peggiori nel breve termine per la possibilità di rendimenti migliori nel lungo termine. C’è quindi un’elevata probabilità che la sottoperformance iniziale diventi insopportabile, spingendoci a rivedere la nostra strategia spesso nel momento meno opportuno;
  2. Valutazioni più basse sono spesso legate a un rischio maggiore. Un mercato è a sconto perché espone l’investitore a un rischio superiore. Viceversa, un mercato caro è generalmente più stabile. Vale un po lo stesso principio per il quale un titolo di Stato di un paese solido offre un rendimento basso ma più sicuro, mentre un’obbligazione high yield offre un rendimento più alto ma a fronte di un rischio di default più elevato.
    Allo stesso modo, valutazioni basse non garantiscono rendimenti futuri più alti, ed espongono l’investitore a un rischio potenzialmente maggiore che va compreso e accettato.
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Errore nr. 3: sovrastimare il proprio orizzonte temporale

C’è un ulteriore aspetto troppo spesso ignorato: tutti tendiamo a sovrastimare il nostro orizzonte temporale che sarà, inevitabilmente, molto più breve di quanto crediamo.

Il nostro orizzonte di investimento non coincide semplicemente con il periodo necessario a raggiungere i nostri obiettivi a lungo termine. Ha a che fare con il nostro stato d’animo e con la nostra serenità tanto nel breve quanto nel lungo periodo.

Pianificare a 10, 15,  20 anni è, ovviamente, lodevole ma poi dobbiamo fare i conti con le pressioni emotive del breve termine che ci spingono all’azione.
Se ci siamo detti che il nostro orizzonte ideale è di 10 anni ma dopo un solo anno i mercati mettono sotto pressione noi e il nostro portafoglio, quest’orizzonte si accorcerà rapidamente a un anno.
Dobbiamo quindi fare in modo di ridurre l’impatto che le nostre emozioni possono avere sui nostri risultati.
Una strategia di buonsenso dovrebbe preoccuparsi di non metterci troppo sotto pressione nel breve termine, anche a costo di accettare un rendimento di lungo termine leggermente più basso. Questa consapevolezza non è una rinuncia, ma un modo realistico e intelligente di investire.

Bilanciare momentum e valutazioni

La teoria finanziaria fa spesso riferimento all’importanza della diversificazione: combinare asset class diverse aumenta significativamente le probabilità di successo di un piano finanziario.

La diversificazione, in realtà, non riguarda soltanto asset class e strategie, ma dovrebbe abbracciare anche le potenziali fonti di pressione psicologica di breve termine.
Impostare la propria filosofia di investimento combinando valutazioni e momentum non serve tanto ad aumentare il rendimento, ma piuttosto a massimizzare la probabilità di mantenere nel lungo termine il nostro piano originale senza inutili deviazioni.

Bilanciare queste due componenti significa ridurre il rischio di sottoperformance nel breve termine, senza perdere di vista l’obiettivo finale del lungo periodo.
Questo  grafico riassume il ruolo giocato dai due approcci nel breve e nel medio periodo:

Nel breve termine (1-3 anni) il momentum è predominante, mentre nel medio termine (3-10 anni) le valutazioni tendono a prevalere. Il punto è trovare un equilibrio che ti consenta di rimanere fedele alla tua strategia.
In un prossimo post vedremo come troavare un approccio pratico per bilanciare al meglio la tua strategia.

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Conclusioni

Il lungo termine è solo una sequenza di brevi periodi che devi attraversare e sopportare.

Morgan Housel

Predisporre una strategia di investimento efficace non serve a molto se poi viene applicata a un orizzonte temporale sbagliato..

Concentrare le proprie scelte sui vincenti del passato può aiutarci nel breve termine ma aumenta i rischi nel lungo periodo. Viceversa un approccio “pragmatico” basato sulle valutazioni può risultare potenzialmente più redditizio nel lungo termine ma espone al rischio di sottoperformance nel breve.

Prima di impostare la nostra filosofia di investimento vale la pena chiedersi quanto tempo siamo davvero disposti ad attendere senza nascondersi dietro il comodo pretesto del “lungo periodo”.

Trovare un buon bilanciamento tra questi due approcci è la chiave per affrontare con maggiore serenità una sequenza di brevi periodi volatili, turbolenti e imprevedibili.
Gli investitori che mantengono il controllo del proprio orizzonte temporale hanno un profondo vantaggio rispetto a quelli che non ce l’hanno
Seguire una filosofia che combini focus sul lungo termine senza trascurare le pressioni del breve termine può aiutarci a rimanere coerenti con il nostro orizzonte temporale dichiarato e investire con maggiore consapevolezza.

Leggi anche:

Il lato oscuro della mean reversion

Questo post è ispirato all’articolo “Trouble on the Horizon” di Joe Wiggins

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David Volpe

Consulente finanziario abilitato all'offerta fuori sede. Autore de "Il Sentiero dell'Investitore" (Hoepli). Mi occupo di pianificazione finanziaria personale, portafogli ETF e lazy portfolio per investitori privati italiani. Scopri di più →

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2 Comments

  1. Buona domenica David! Partiamo dalle conclusioni: mi permetto di eccepire che per l’investitore retail il portafoglio non può essere costruito ex-ante per obiettivo temporale complessivo, ma suddiviso per singoli obiettivi di vita. Pertanto direi che non si deve predisporre una strategia EFFICACE, ma soggettivamente SOSTENIBILE. Tornando all’oggetto orizzonte temporale e come gestire gli stili d’investimento value e momentum, magnificamente illustrati nel tuo articolo, sintetizzerei in 3 punti:
    1. al momento che si investe si deve essere coscienti che il prezzo del NAV non è il valore del titolo, ma quello attribuitegli dal mercato;
    2. far coesistere con pesi soggettivi VALUE e MOMENTUM, ma con approccio d’inserimento diverso: il primo prevalentemente in PIC ed il secondo in PAC con o senza base di PIC iniziale a seconda della capitalizzazione di portafoglio;
    3. per controllare l’emotività ritengo necessario avere un BILANCIERE, per i portafogli a bassa capitalizzazione può essere efficace inserirgli anche un semplice TITOLO DI STATO AREA EURO, per poi strutturare il portafoglio con satelliti dedicati a singoli obiettivi da imparare a visionare singolarmente per obiettivo di tempo.
    Anche se non titolato mi sono permesso di esprimermi in forma critica costruttiva per dare un contributo fattivo anche a te per capire come ragiona un profano risparmiatore alias investitore!
    Pronto a recepire le tue correzioni…
    🙏

    1. Ciao Luca,
      il tuo intervento solleva temi, a mio avviso, molto interessanti.

      Provo a risponderti presentando il mio personalissimo punto di vista.

      Innanzitutto non c’è una strategia di investimento universalmente corretta e praticabile da tutti gli investitori. A livello generale va bene qualunque strategia di buonsenso (e quella che hai presentato mi sembra lo sia) che aiuti a mantenere disciplina, fiducia e convinzione.

      Per quanto riguarda la mia esperienza, la ricchezza finanziaria di ognuno di noi è composta da tre patrimoni:

      1) ricchezza precauzionale: destinata a far fronte a necessità o perdita di reddito improvvise (fondo di emergenza);

      2) ricchezza pianificata: destinata a soddisfare progetti a medio termine già pianificati (portafoglio di breve-medio periodo);

      3) ricchezza aspirazionale: destinata a soddisfare le proprie ambizioni a medio lungo termine (portafoglio di lungo periodo).

      Dunque idealmente i portafogli dell’investitore dovrebbero essere, al massimo, 3. Tutta la teoria del Goal Based Investing che sostiene la costruzione di tanti sottoportafogli quanti sono gli obiettivi dell’investitore è molto bella in teoria ma di difficile attuazione pratica. Non credo molto all’idea che l’investitore possa avere più profili di rischio e più orizzonti temporali: all’atto pratico quando il mercati scendono stile 2000 o 2008, non c’è obiettivo di medio lungo termine che tenga.

      Il PAC è il miglior modo per investire la ricchezza in formazione e può essere efficace per avvicinare parzialmente e gradualmente ai mercati azionari anche i profili più prudenti (magari strutturando, come hai osservato, una strategia barbell). L’aspetto che va considerato è che, alla fine, qualsiasi PAC diventa un PIC: una volta che si sono accumulate tante rate, l’incidenza dei nuovi versamenti sul montante accumulato sarà marginale e l’investitore rimarrà in balia dei mercati. Dunque si deve pensare, preventivamente, a una qualche regola di ribilanciamento.

      Un saluto.

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