INFLATION LINKED BOND

Signore e signori è arrivata l’inflazione!

Ormai tutti ne parlano: telegiornali, riviste specialistiche, esperti finanziari e la gente al supermercato (persino questo blog 🤓).
La crescita dei prezzi delle materie prime (come gas, petrolio e benzina), e le prime ripercussioni sul costo di beni e bollette iniziano a manifestare i primi effetti sulle tasche dei risparmiatori.

Così cresce anche la preoccupazione di molti investitori alla ricerca di protezione per i propri investimenti.

In questo articolo parleremo  del  problema dell’inflazione e spiegheremo quali siano le contromosse da intraprendere,  soffermandoci proprio su uno degli asset più incomprensibili di sempre: le obbligazioni indicizzate all’inflazione.
Il funzionamento delle obbligazioni inflation linked è, infatti, estremamente complesso e può spesso essere causa di scelte di investimento errate.

Vediamo, quindi, di comprenderne il reale funzionamento, di capire se sia davvero il momento per investire in obbligazioni indicizzate all’inflazione e quali siano i migliori strumenti obbligazionari inflation linked.

Inflazione: un pericolo per azioni e obbligazioni

Già in altri articoli abbiamo parlato di inflazione (cosa è l’inflazione e le strategie per difendersi dall’inflazione), qui ci limiteremo a ricordare che per “inflazione” si intende la crescita generalizzata dei prezzi di beni e servizi.

Si tratta di una variabile che, oltre certi livelli,  può diventare particolarmente dannosa tanto per le azioni quanto per le obbligazioni:

  • Le obbligazioni pagano, infatti,  un tasso di interesse predeterminato e rimborsano il capitale a una data scadenza. L’inflazione riduce (o addirittura annulla) il rendimento pattuito.
    Allo stesso tempo, l’effetto dell’inflazione erode il valore reale del capitale rimborsato alla scadenza;
  • Per quanto riguarda le azioni, invece, l’inflazione riduce la capacità di spesa dei consumatori che saranno portati a frenare i propri acquisti.
    Conseguentemente diminuiranno gli utili delle aziende con effetto negativo sul prezzo delle loro azioni.

In questo contesto gli investitori cercano, comprensibilmente, soluzioni e strategie  che, magari, possano trasformare l’insidia rappresentata dall’inflazione in un potenziale vantaggio.
A questo proposito le obbligazioni indicizzate all’inflazione si prefigurano come uno degli asset ottimali allo scopo.
Nonostante il crescente interesse per questa tipologia di investimento (come mostra il grafico qui sotto) il funzionamento effettivo delle obbligazioni indicizzate all’inflazione è oscuro alla maggior parte degli investitori.

GRAFICO OBBLIGAZIONI INFLAZIONE

Vediamo allora come funzionano le obbligazioni indicizzate all’inflazione e quando conviene inserirle in portafoglio.

Obbligazioni indicizzate all’inflazione & obbligazioni tradizionali

Per comprendere l’effettivo funzionamento delle obbligazioni inflation linked, dobbiamo partire dalle caratteristiche delle obbligazioni tradizionali (cosiddette “nominali”).
Un’obbligazione nominale, è, fondamentalmente, un prestito di capitale a fronte del quale viene riconosciuto il pagamento di un interesse periodico. Alla scadenza del periodo previsto il capitale sarà restituito all’investitore/prestatore.
Non importa cosa accade al potere di acquisto nel corso della vita dell’obbligazione: interessi e capitale finale saranno riconosciuti all’investitore secondo quanto pattuito inizialmente.
Quindi, ad esempio, se io investo 10.000  in una obbligazione a 10 anni con un tasso del 1%, ogni anno riceverò € 100 di interesse e, alla scadenza del decimo anno, il mio capitale di € 10.000.

Un’obbligazione indicizzata all’inflazione, viceversa, consente di ottenere cedole e rimborso del capitale rivalutati in funzione dell’inflazione.
Ipotizziamo di investire € 10.000 in un’obbligazione inflation linked a 10 anni con un rendimento di partenza dell’1% annuo.
Ogni anno verrà riconosciuto un interesse di € 100 ( € 10.000 x 1%) .
Se l’anno successivo all’investimento l’inflazione dovesse salire al 10%, il capitale investito si adeguerà diventando € 11.000. Si adegueranno anche gli interessi che aumenteranno a € 110 (€ 11.000 x 1%).
Al momento della scadenza, inoltre,  riceverò il capitale rivalutato in funzione dell’inflazione maturata nel periodo di detenzione.
Vale, ovviamente, anche il caso contrario: se l’inflazione dovesse scendere, riceverò interessi ridimensionati.
Alla scadenza mi vedrò rimborsato, comunque, al minimo il capitale nominale investito.

Rappresentata in questo modo la questione sembra piuttosto semplice e conveniente. 
In realtà il funzionamento  è molto più complesso: le obbligazioni inflation linked non sono agganciate al tasso di inflazione ma alle cosiddette aspettative di inflazione (in gergo “breakeven inflation”).

Aspettative di inflazione: quello che pochi sanno

Il rendimento riconosciuto dalle obbligazioni indicizzate all’inflazione (in termini di cedole e rivalutazione del capitale) è ancorato alle aspettative di inflazione e non all’inflazione corrente.
L’aspettativa di inflazione (detta, appunto, inflazione di breakeven) rappresenta il tasso di inflazione medio che gli operatori di mercato si aspettano per gli anni a venire.
Se l’inflazione futura si muoverà sopra il tasso di breakeven, le obbligazioni inflation linked riconosceranno  un rendimento aggiuntivo.
Viceversa se l’inflazione futura sarà uguale o addirittura inferiore al livello di breakeven non si riceverà nessun vantaggio o si verrà addirittura penalizzati rispetto a chi ha investito in obbligazioni tradizionali.

Discorso assolutamente analogo vale, ovviamente, per fondi ed etf che investono in obbligazioni indicizzate all’inflazione.

Si dice anche che l’inflazione di breakeven rappresenta, il tasso di equilibrio in base al quale il rendimento delle obbligazioni indicizzate all’inflazione sarà esattamente uguale a quello delle obbligazioni a tasso fisso

Prendiamo il caso di uno dei principali Paesi più importanti che emette obbligazioni indicizzate all’inflazione: gli Stati Uniti.
Alla data di scrittura di questo post, il livello di inflazione è del 6%, tuttavia le aspettative per il futuro sono sensibilmente inferiori: circa il 2,5%.

Il grafico mostra l’andamento delle aspettative di inflazione nel corso del tempo.

Quando diventa conveniente investire in obbligazioni inflation linked e quando, invece, non lo è affatto?

Il ragionamento da NON fare è il seguente:
“Il  livello di inflazione attuale è arrivato al 6%, quindi investire in obbligazioni indicizzate all’inflazione significa assicurarsi circa il 6% di rendimento”
Soltanto chi ha investito un anno fa (quando le aspettative di inflazione erano di circa ll’1%) ha beneficiato di questo rialzo inaspettato. Il livello attuale di inflazione è già passato. Contano le aspettative future.

Il ragionamento corretto da fare (condivisibile o meno) è invece il seguente:
“Il mercato prevede un tasso di inflazione del 2,5% per i prossimi anni. Ritengo che l’inflazione possa invece attestarsi su livelli più alti. Investo in obbligazioni indicizzate all’inflazione”.

Le obbligazioni indicizzate proteggono dal rialzo dei tassi?

Un altro aspetto oscuro riguarda la relazione che lega tassi di interesse e obbligazioni indicizzate all’inflazione.

Cosa accade alle obbligazioni indicizzate quando le banche centrali rialzano i tassi? 
E’ conveniente detenere obbligazioni indicizzate in caso di rialzo dei tassi?

Sappiamo che il rialzo dei tassi è dannoso per gli investimenti obbligazionari tradizionali (ne ho parlato dettagliatamente in questo articolo).

Contrariamente a quanto molti pensano, il rialzo dei tassi è dannoso anche per le obbligazioni indicizzate.

Per quale motivo?

Le banche centrali rialzano i tassi proprio per contenere l’inflazione.
Semplificando al massimo, tassi più alti da parte delle banche centrali comportano un costo di finanziamenti e mutui più elevato.
Se indebitarsi diventa più costoso, il consumatore sarà disincentivato a contrarre finanziamenti per l’acquisto di auto, elettrodomestici, ecc..
L’aumento dei tassi provoca quindi una diminuzione dei consumi e della domanda.
Con il calo della domanda si riduce anche l’inflazione.

Abbiamo detto nel precedente paragrafo che le obbligazioni indicizzate all’inflazione sono agganciate all’inflazione attesa (cd. “breakeven”).
Se vengono alzati i tassi senza che ci sia un aumento delle aspettative di inflazione, le obbligazioni indicizzate continueranno a pagare lo stesso tasso fisso. Pertanto si comporteranno esattamente come un’obbligazione a tasso fisso (o quasi🤷‍♂️).
Quindi le obbligazioni indicizzate, contrariamente a quanto molti pensano, non proteggono dal rialzo dei tassi (perché “rialzo dei tassi”  non significa “rialzo delle aspettative di inflazione”).

Obbligazioni indicizzate all’inflazione: perché?

E’ impossibile leggere in anticipo l’evoluzione delle molteplici variabili finanziarie: pensare di poter prevedere l’andamento dei mercati azionari, dei tassi di interesse e dell’inflazione è semplicemente folle.

Secondo l’opinione di mercato (che è la somma delle aspettative di investitori grandi e piccoli), nei prossimi anni vedremo un’inflazione relativamente bassa. Più o meno quella che abbiamo visto nell’ultimo decennio.
E’ ragionevole credere che sia così: forze strutturali come innovazione tecnologica e invecchiamento demografico tendono a tenere bassi i prezzi.
E se invece le cose andassero diversamente? Se l’inflazione dovesse sfuggire al controllo delle banche centrali?
Ecco che questo asset darebbe un contributo importante al rendimento del portafoglio.

Le obbligazioni inflation linked rappresentano un’attività di investimento strategica che dovrebbe essere presente strutturalmente all’interno di ogni portafoglio.
Questo ovviamente non significa che debbano andare a sostituire integralmente altri asset (come, ad esempio, le obbligazioni nominali).
L’importante è saperne combinarne il giusto peso con le altre asset class.
In questo modo potranno dare un contributo positivo in caso di crescita dell’inflazione (superiore alle aspettative) senza recare danni nello scenario opposto.

Dovrebbero, quindi, essere interpretate come una sorta di polizza assicurativa contro il rischio inflattivo.

Il passato più o meno recente ha visto una quasi totale assenza dell’inflazione. 
Questo grafico mostra l’andamento del tasso medio di inflazione negli Stati Uniti (escludendo il prezzo di beni alimentari e energia):

I mercati e le economie sono profondamente cambiate rispetto al passato, tuttavia non possiamo sapere cosa ci riserverà il futuro.
Ecco perché è indispensabile prepararsi anche allo scenario in cui l’inflazione potrebbe sorprendere al rialzo (e rivelarsi superiore alle “aspettative”).

contatta David Volpe

I migliori strumenti per investire in inflation linked bond

Sono molti gli strumenti che consentono di investire in obbligazioni indicizzate in modo diversificato.
Esistono sia fondi attivi che etf a replica passiva che consentono di prendere un’esposizione efficiente su questo asset.

Prima di andare ad analizzarne una selezione, facciamo due considerazioni pratiche sull’utilizzo di questi strumenti:

  1. Gli strumenti con focus globale sono preferibili rispetto a quelli su aree specifiche.
    Non sappiamo come, se e dove l’inflazione si manifesterà. Inoltre gli stati che emettono i bond indicizzati più funzionali sono localizzati al di fuori dell’Europa;
  2. L’andamento dell’inflazione può avere ripercussioni anche sulle valute. Per evitare brutte sorprese, è sempre meglio scegliere strumenti con copertura del rischio di cambio.

Ecco una lista degli strumenti che considero più idonei:

  • Xtrackers global inflation linked:
    Etf globale con copertura del rischio di cambio per gli amanti della gestione passiva. Consente di investire in obbligazioni inflation linked in modo efficiente. L’etf presenta un’adeguata dimensione e un elevato track record che lo rendono uno strumento ideale;
  • Schroder global inflation linked:
    Strumento che rappresenta una valida alternativa a gestione attiva per investire in obbligazioni indicizzate con cambio coperto. Anche in questo caso abbiamo un elevato trackrecord e un costo di gestione contenuto;
  • UBS Global inflaton linked
    Fondo a gestione attiva che si caratterizza per una gestione mirata a ridurre la durata finanziaria del portafoglio sottostante. Si tratta, dunque, di uno strumento che presenta maggiore flessibilità il cui obiettivo è quello di ridurre la volatilità dell’investimento nel tempo.

Conclusioni

I più pericolosi nemici sono quelli da cui l’uomo non pensa a difendersi

Arturo Graf

Comprendere correttamente il significato di strumenti apparentemente complessi è utile per evitare di abbandonarli al primo segnale di cedimento.
Per investire bisogna avere pazienza: talvolta, il tempo necessario perché un determinato asset esprima appieno le proprie potenzialità può essere molto lungo.
Bisogna, quindi, avere la costanza di attendere e ribilanciare con disciplina.

“Si investe sempre in condizioni di incertezza” (cit.) : non ci è dato sapere cosa ci aspetterà per i prossimi anni. 
Non possiamo prevedere con certezza se avremo elevata inflazione, crescita economica vigorosa, recessione e in quale ordine questi scenari si susseguiranno.
L’unica soluzione è quella di costruire un portafoglio diversificato attribuendo ad ogni asset il peso corretto.

Le obbligazioni indicizzate sono un ottimo strumento per proteggere il portafoglio dall’inflazione.
Se l’inflazione non dovesse materializzarsi, saranno le altre componenti a dare il giusto contributo.
Molto meglio che investire sulla base delle previsioni.

Ricevi gratuitamente tutti i nuovi articoli via mail, insieme ad aggiornamenti esclusivi!

Iscriviti

* indicates required
Potrebbero interessarti anche

1 Comment

  1. …se attendo la scadenza non posso perdere i soldi investiti perché ottengo indietro comunque il nominale, considerato che se non vi è stata inflazione il valore del capitale non perde comunque il potere di acquisto, mentre sul lungo periodo comunque anche in caso di forte inflazione reale l’indicizzazione all’aspettativa d’inflazione si allineerebbe, verosimilmente con una correlazione elevata, a quella poi realmente avuta, pertanto a mio parere il pericolo principale è di non avere guadagnato nulla o meno rispetto ad altre forme d’investimento nel debito. Correttamente tale asset deve essere sempre incluso nella diversificazione di portafoglio a scopo di protezione.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *