Regola 1: Mai perdere soldi.
Regola 2: Mai dimenticare la regola 1.
Warren Buffett
Se fossimo davvero così abili come “il mito” che cerchiamo tutti di emulare, non esisterebbe il tema del recupero delle minusvalenze.
Ma chi investe “soldi veri”, nella pratica, si trova spesso a dover gestire il problema delle perdite pregresse che, inevitabilmente, finiscono per diventare un problema non tanto finanziario, quanto fiscale.
Per chi gestisce portafogli in Etf quello delle minusvalenze può diventare un vero rompicapo.
Il nostro sistema fiscale, infatti, distingue tra “redditi di capitale” e “redditi diversi” impedendo, di fatto, la compensazione diretta tra plusvalenze e minusvalenze.
In sostanza, puoi costruire un portafoglio ben diversificato, efficiente, disciplinato… ma dal punto di vista fiscale potresti vedere tassate integralmente le plusvalenze da ETF, senza poterle ridurre utilizzando le minusvalenze accumulate.
In questo articolo cercheremo di capire come funziona davvero la tassazione delle minusvalenze e quali strategie siano realmente sensate per recuperarne almeno una parte, soprattutto dal punto di vista dell’investitore “pigro”, che fa della semplicità e degli ETF la colonna portante del proprio portafoglio.
L’obiettivo non è trovare scorciatoie, ma evitare errori diffusi e capire cosa ha senso fare (e cosa no) per gestire in modo accorto il proprio cassetto fiscale.
Cosa sono le minusvalenze e come funziona davvero la tassazione degli investimenti
Prima di parlare di strategie di compensazione, è utile chiarire un paio di concetti di base.
Quando vendiamo un investimento a un prezzo inferiore rispetto a quello di acquisto generiamo una minusvalenza, cioè una perdita.
Quando lo vendiamo a un prezzo superiore otteniamo una plusvalenza, un guadagno.
La compensazione funziona in modo semplice: le minusvalenze accumulate negli anni possono essere sottratte dalle future plusvalenze, così da pagare imposte solo sulla differenza. Ma questo è possibile solo se quelle minusvalenze sono già state “prodotte”, cioè se in passato abbiamo venduto uno strumento a un prezzo inferiore rispetto al prezzo di acquisto.
L’insieme di queste perdite accumulate costituisce quello che molti intermediari chiamano “cassetto fiscale”.
Il problema nasce quando entra in gioco il fisco italiano, che distingue tra due categorie di reddito:
- redditi di capitale
- redditi diversi
Solo i redditi diversi possono essere compensati tra loro.
I redditi di capitale, invece, non possono essere ridotti utilizzando minusvalenze pregresse.
Ed è qui che gli Etf complicano la vita dell’investitore.
Le perdite realizzate vendendo Etf (come anche azioni o obbligazioni) rientrano nei redditi diversi.
Le plusvalenze generate da un Etf armonizzato, invece, sono considerate redditi di capitale: vengono quindi tassate integralmente, anche in presenza di minusvalenze disponibili nel “cassetto fiscale”.
Tradotto: se realizzi una plusvalenza di 1.000 euro su un Etf e nel passato hai generato una minusvalenza di pari importo, la plusvalenza dell’Etf verrà comunque tassata per intero.
Un meccanismo controintuitivo, soprattutto per chi ha costruito un portafoglio efficiente e disciplinato. Negli ultimi anni si discute di una possibile riforma che semplifichi questo sistema, ma allo stato attuale non c’è ancora nulla di concreto.
Per il momento, quindi, l’unica strada è capire quali strumenti permettono davvero la compensazione e come utilizzarli con buon senso, senza snaturare la logica del proprio portafoglio.
Compensazione delle minusvalene: il limite dei 4 anni
Le minusvalenze accumulate nel “cassetto fiscale” non restano utilizzabili in eterno. La normativa prevede che possano essere compensate entro la fine del quarto anno successivo a quello in cui sono state generate (ad esempio, alla fine del 2025, scadranno tutte le minusvalenze generate nel 2021).
E’ un dettaglio tutt’altro che marginale: la minusvalenza resta silenziosa nel cassetto fiscale e spesso, ci si accorge dell’imminente scadenza quando è ormai troppo tardi per intervenire in modo efficace.
Ed è qui che nasce il verol rompicapo fiscale:
se le plusvalenze da Etf non sono compensabili e le minusvalenze hanno una data di scadenza, quali strumenti posso utilizzare per evitare che vadano perse e ridurre il peso dell’impatto fiscale?
La risposta non è affatto banale e richiede attenzione.
La tentazione, di fronte a una minusvalenza in scadenza, è quella di rincorrere soluzioni rapide pur di “non sprecarla”, finendo però per introdurre nel portafoglio posizioni incoerenti o irragionevolmente rischiose.
Vediamo, allora, quali possano essere le strade percorribili per tentare un recupero sensato delle minusvalenze mantenendo la coerenza con il portafoglio senza sovraccaricarlo di rischi inutili.

Strategie per la compensazione delle minusvalenze
Prima di entrare nel merito degli strumenti utilizzabili, vale la pena ricordare una regola essenziale (non suggerita da Buffett ma dal buon senso):
mai rischiare di creare nuove minusvalenze nel tentativo di recuperare le vecchie.
Eppure, nella pratica, questo è uno degli errori più diffusi.
La priorità deve rimanere sempre preservare la logica del portafoglio evitando soluzioni che ne snaturino gli equilibri.
Partendo da questa fondamentale premessa, vediamo quali strumenti possano realmente contribuire a perseguire una efficace compensazione.
- Azioni singole
I titoli azionari sono il primo strumento a cui molti pensano, tuttavia occorre molta prudenza. Comprare un singolo titolo azionario significa esporsi al rischio specifico dell’azienda e riuscire a selezionare azioni capaci di battere un “banale” portafoglio diversificato di Etf è statisticamente molto difficile.
Se si decide di percorrere questa strada, ha senso farlo solo con società “solide” e con business molto diversificati, evitando scommesse settoriali o titoli legati a megatrend di moda; - Obbligazioni sotto la pari
Le obbligazioni acquistate al di sotto del loro valore nominale (cioè 100, appunto “sotto la pari”), generano guadagni in conto capitale utili alla compensazione.
Tuttavia nell’attuale contesto di mercato i bond governativi offrono rendimenti troppo modesti per recuperare minusvalenze significative nell’arco di quattro anni (tempo massimo per la compensazione).
Allo stesso tempo, puntare sulla roulette dei bond corporate alla ricerca di “rendimenti compensabili”, significa assumersi di rischi di credito non giustificabili da una mera finalità fiscale. Meglio rimpiangere una minusvalenza non compensata che un rovinoso default; - Etc su preziosi e materie prime
Gli Etc su metalli preziosi e materie prime rientrano in quella categoria di strumenti che generano redditi diversi utilizzabili per la compensazione di minusvalenze pregresse.
Oro e materie prime sono asset class fondamentali che hanno un ruolo strategico all’interno di un portafoglio diversificato, e, pertanto, ben si conciliano con l’esigenza di recuperare, almeno in parte, le minusvalenze.
Si tratta di una strategia lineare e “fiscalmente efficiente”: in fase di ribilanciamento da queste asset class verso altre componenti del portafoglio, la vendita genererà plusvalenze compensabili.
Occorre, tuttavia, ricordare che, per quanto molto simile, un Etc non è un Etf: è un titolo di debito dell’emittente (come un obbligazione) e comporta quindi un rischio di controparte (ovvero il default dell’emittente), assente invece negli ETF.
Per mitigare questo rischio gli emittenti utilizzano la “collateralizzazione”: prevedono, cioè, la creazione di un portafoglio di titoli a basso rischio a garanzia degli investitori.
Inoltre molti Etc su preziosi sono collateralizzati con lingotti reali custoditi da un depositario.
La presenza di un collaterale riduce in modo significativo il rischio per l’investitore.
A questo link una selezione di Etc che consentono la compensazione delle minusvalenze; - Etn su criptovalute
Anche gli Etn (Exchange Traded Note) su criptovalute generano redditi diversi che possono essere utilizzati per il recupero delle minusvalenze.
Si tratta di strumenti altamente volatili che, comunque, se inseriti in dose omeopatica all’interno di un portafoglio più strutturato, possono rappresentare una valida fonte di diversificazione (ne abbiamo parlato in questo articolo dedicato al bitcoin e in questo articolo dedicato agli Etn su criptovalute).
Anche in questo caso, il recupero delle minsuvalenze può avvenire nella normale attività di ribilanciamento:
la vendita di ETN su criptovalute dopo un forte apprezzamento può generare plusvalenze compensabili.
Ai fini della rischiosità vale lo stesso principio visto per gli Etc: questi strumenti espongono al rischio di default della controparte, tuttavia la maggior parte dei prodotti prevede la presenza di un collaterale: un portafoglio (“wallet”) in bitcoin come garanzia per gli investitori.
A questo link una selezione di Etn su criptovalute garantiti da collaterale. - Etn su singoli indici
Da qualche tempo, alcuni emittenti hanno introdotto Etn che replicano l’andamento dei principali indici azionari (come S&P500, Russel 2000, Msci World).
Si tratta di strumenti potenzialmente molto utili quando si vuole mantenere un’esposizione azionaria ampia pur potendo beneficiare della compensazione.
Trattandosi di prodotti relativamente “giovani”, le masse in gestione non raggiungono certo i livelli di un omologo Etf. L’indicazione è, pertanto, di limitare l’utilizzo di questi prodotti utilizzandoli per investire in modo marginale sull’asset class da coprire.
A questo link una selezione di Etn su indici garantiti da collaterale; - Certificates
Un’ulteriore categoria di strumenti che consente la compensazione delle minusvalenze è rappresentata dai certificates, prodotti strutturati che generano redditi diversi.
Pur essendo fiscalmente efficienti, sono strumenti complessi, con meccanismi di funzionamento e profili di rischio molto diversi tra loro.
Per questo è fondamentale comprenderne a fondo la struttura, le modalità di calcolo del rendimento e le condizioni di mercato che possono influenzarne il comportamento.
Inserirli nel portafoglio solo per finalità fiscali, senza una profonda conoscenza dello strumento, può esporre a rischi non immediatamente evidenti.
Questa tabella sintentizza la compensibilità delle plusvalenze con le minusvalenze tra i diversi strumenti che abbiamo analizzato:

Conclusioni
Un portafoglio ben diversificato ha minusvalenze che sono sempre recuperabili
Benjamin Graham
Il recupero delle minusvalenze è un tema importante che, tuttavia, non dovrebbe mai diventare un’ossessione.
Le minusvalenze sono spesso il costo inevitabile dell’apprendimento: nessuno diventa un buon investitore senza attraversarle.
La vera priorità resta sempre costruire un portafoglio coerente, ben diversificato e allineato al proprio profilo di rischio.
La compensazione fiscale può offrire un beneficio ma non dovrebbe mai trasformarsi nella bussola che guida le decisioni di investimento.
Rincorrere soluzioni creative solo per evitare la scadenza di una minusvalenza rischia di snaturare l’asset allocation e compromettere gli equilibri del portafoglio.
Meglio accettare una minusvalenza non compensata, che ritrovarsi con un portafoglio distorto o, peggio, con nuove perdite da gestire.



“Obbligazioni sotto la pari”: correggimi se sbaglio David, ma se io acquisto un Btp a 110 e lo vendo a 120, posso beneficiare lo stesso del benefit in parola? del 12,5% sul guadagno, ma se si parla di corporale il recupero sale al 26%. Giusto? Grazie e buona domenica
Assolutamente sì Luca. A tutte le tue osservazioni. Grazie a te per la precisazione.
Mi pare invece non sia valido per i BOT o gli zero coupon in generale, che sono tassati al momento dell’acquisto. Corretto?
Comunque la normativa italiana sulla tassazione degli investimenti è assurda…
Corretto.
Scendendo nei tecnicismi c’è una precisazione da fare: gli ZC possono generare plusvalenze compensabili nel caso vengano acquistati a un prezzo inferiore al loro valore teorico. E’ una casistica marginale ma, in determinate condizioni, sfruttabile. E’ il caso di uno ZC a lunga scadenza emesso prima di un rialzo dei tassi. Il rialzo dei tassi farà scendere la quotazione (esattamente come per le altre obbligazioni) al di sotto del valore teorico (come un obbligazione che scende al di sotto di 100). La differenza tra prezzo d’aquisto e valore teorico è compensabile. E’ un meccanismo non così semplice da seguire.