Il doppio massimo.
Una delle figure grafiche più temute dagli analisti. E’ il segnale che la forza rialzista si sta esaurendo e che il mercato prima o poi cederà
Oggi siamo in presenza di un inconsueto doppio massimo: mercati ai massimi, incertezza ai massimi.
La tesi è ormai nota: un mercato rialzista che poggia sul vuoto.
Incuranti dei rischi, le borse continuano a salire alimentate da speculazione, liquidità, euforia e da quella categoria omnicomprensiva di fattori che potremmo chiamare diavolerie finanziarie: strumenti opachi, algoritmi frenetici, flussi di denaro totalmente disconnessi dall’economia reale.
Come può un mercato toccare i massimi storici proprio nel momento in cui tocca i massimi anche l’incertezza? Chi sta sbagliando i conti — gli investitori o i pessimisti?
Questo rally ha davvero i piedi di argilla, oppure i mercati vedono più lontano di quanto la saggezza sembri consigliare?
Proveremo a capirlo in questo articolo.
Il motore che muove i mercati: gli utili societari
Proviamo a fare un passo indietro, partendo dai “fondamentali”.
Prima dei grafici, delle percentuali e dei commenti degli analisti, vale la pena ricordare una cosa semplice che spesso si tende a dimenticare: un’azione non è un biglietto della lotteria. E’ una quota di proprietà di un’azienda reale che ha clienti, dipendenti, fornitori e che, alla fine dell’anno, realizza un utile o una perdita.
Il prezzo di quell’azione dipende dalla capacità di quell’azienda di guadagnare. Quando le aziende guadagnano di più, i prezzi salgono, quando guadagnano di meno (o quando non guadagnano affatto) i prezzi scendono.
Nel mezzo ci sono i tassi di interesse, le aspettative, le narrazioni che hanno un certo impatto, ma
nel lungo periodo sono gli utili che dettano la direzione del mercato.

Questo grafico, che abbiamo già visto in un recente articolo, confronta la crescita dell’S&P500 (in blu) con la crescita degli utili (in giallo). Una relazione quasi perfetta che ci dice che i profitti sono il principale motore di crescita dei mercati azionari.
Oggi a che punto siamo con gli utili?

Gli utili crescono, e crescono forte.
Contrariamente a quanto potrebbe suggerire la percezione comune gli utili stanno andando “alla grande”.
Prendiamo come riferimento l’economia più importante e più rappresentativa al mondo:
Negli Stati Uniti gli utili sono cresciuti del 28% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente a fronte di una media del 10% circa:

I profitti delle aziende corrono a quasi il triplo della velocità a cui siamo storicamente abituati. Per trovare un tale vigore dobbiamo tornare al periodo post covid, quando l’economia stava uscendo dalla difficile fase di contrazione pandemica.
In mezzo al flusso di notizie negative, ai rischi, alle incertezze le aziende continuano a guadagnare. E a guadagnare tanto. Così tanto da superare persino le più rosee aspettative.
Battere le aspettative: un segnale di salute del mercato
I numbers sono, come abbiamo detto, importanti.
Tuttavia nei mercati finanziari non contano soltanto i numeri in sé. Conta anche il modo con cui quei numeri si confrontano con ciò che gli investitori si aspettavano, le cosiddette “aspettative”.
Quando una società pubblica i suoi risultati trimestrali, gli analisti hanno già scandagliato lo scenario, le potenzialità, le recenti notizie e hanno formulato delle stime. Esistono, cioè, delle previsioni sugli utili che le aziende dovrebbero realizzare.
Talvolta un dato positivo può non bastare: se tutti si aspettavano risultati eccellenti, anche
un buon bilancio può essere accolto con freddezza. Al contrario, quando una società fa meglio del previsto, il prezzo della sua azione tende a reagire in modo più favorevole.
Quello che poi muove davvero i mercati non è il dato in sé, ma lo scarto tra quello che è successo e quello che ci si aspettava.
Nel linguaggio degli analisti si parla di earnings beat rate: la percentuale di società che ha battuto le previsioni degli analisti.

Nel primo trimestre del 2026, l’84% delle società dell’S&P 500 ha riportato utili superiori alle stime degli analisti. La media storica degli ultimi dieci anni è del 76%. Non solo le aziende guadagnano, guadagnano più di quanto i professionisti del settore, già ottimisti, si aspettassero.
Non basta solo battere le aspettative
C’è un ulteriore livello di lettura ancora più approfondito: Non conta solo quante aziende hanno battuto le stime. Conta di quanto le hanno battute:

Nel primo trimestre del 2026 lo scostamento medio è stato del +16,6% rispetto alle previsioni degli analisti. Oltre il doppio rispetto alla media storica, che si attesta intorno al 7,1%.
Il mercato non sta semplicemente festeggiando utili in crescita. Sta reagendo a utili che crescono più del previsto e che, in molti casi, superano aspettative già ambiziose.

I 2 rischi reali
Il fatto che i mercati stiano salendo sulle fondamenta della crescita degli utili, non significa che tutto debba continuare ad andare per il meglio. I rischi reali sono sempre presenti. I rischi di oggi si chiamano
concentrazione dei mercati, valutazioni eccessive, aumento del debito pubblico, credibilità delle banche centrali, nuove fiammate inflattive.
Tra tutti, due meritano un’attenzione diversa.
Le aspettative sempre più elevate
Abbiamo visto come utili e aspettative siano i due principali fattori che sostengono la crescita dei mercati azionari. Due forze che lavorano su tempi diversi. Gli utili sono l’elemento strutturale che supporta la crescita di lungo periodo.
Le aspettative sono il fattore più umano: nascono da fiducia, paura, entusiasmo, delusione
e, nel breve termine, possono avere un impatto anche rilevante sui prezzi.
il fatto che gli utili stiano salendo è chiaramente una buona notizia. Ma porta con sé una conseguenza quasi inevitabile: più il mercato tende ad alzare l’asticella delle aspettative. Non basta più crescere, è necessario crescere sempre di più.
Quando le aspettative iniziano a correre più velocemente degli utili il rischio di correzioni aumenta anche in assenza di brutte notizie.
Basta un bilancio leggermente sotto le attese o un dato economico meno benigno del previsto per innescare le vendite.
È una dinamica che conosciamo bene anche nella vita personale. Quando pianifichiamo nei minimi dettagli una vacanza in una nuova destinazione e partiamo convinti di vivere un’esperienza indimenticabile, basta un contrattempo marginale per lasciare un senso di delusione.
Al contrario un fine settimana improvvisato in un posto qualunque può diventare uno dei ricordi più belli dell’anno.
In fondo i mercati sono
un enorme laboratorio dove, ogni giorno, viene replicato il nostro modo di agire e di reagire.
Il compianto Charlie Munger non a caso affermava:
“Il segreto per la felicità? Avere basse aspettative.”
Un segreto che vale tanto nella vita quanto nei mercati.
I “unknown unknowns”
Donald Rumsfeld, ex Segretario alla Difesa degli Stati Uniti, rese celebre l’espressione unknown unknowns pochi mesi dopo gli attentati dell’11 settembre 2001. Nel corso di una conferenza stampa, spiegò
che esistono cose che sappiamo, cose che sappiamo di non sapere e cose che non sappiamo nemmeno di non sapere.
Rumsfeld parlava di sicurezza nazionale e non di mercati finanziari. Ma è una distinzione sorprendentemente utile anche in finanza. I rischi più insidiosi non sono sempre quelli che leggiamo ogni giorno nei titoli dei giornali. Quelli vengono discussi, monitorati e, almeno in parte, incorporati nei prezzi.
I rischi più difficili da gestire sono quelli che non hanno ancora un nome, non entrano nei modelli e non sono presenti nelle previsioni degli analisti.
Guardando indietro agli ultimi trent’anni, i momenti che hanno fatto davvero male ai mercati sono stati spesso legati a eventi o dinamiche che pochi avevano compreso in anticipo.
L’11 settembre non era nelle previsioni di nessun analista nell’estate del 2001. La crisi dei mutui subprime era stata segnalata da pochi, ma la fragilità dell’intero sistema finanziario fu ignorata dalla maggioranza degli investitori fino a quando era ormai troppo tardi. Il Covid, nel 2020, era fuori da qualsiasi modello di rischio utilizzato dalla maggior parte degli operatori.
In tutti questi casi eravamo molto più preparati alle minacce note che a quelle ignote.
I rischi più pericolosi non sono necessariamente quelli che vediamo. Sono quelli che non abbiamo ancora immaginato.
Contro aspettative e rischi ignoti, non esiste una previsione precisa, un market timing affidabile o una copertura perfetta
Esistono, però, strumenti semplici e più potenti di molte strategie apparentemente sofisticate.
La consapevolezza per accettare che il futuro resterà inevitabilmente incerto.
L’umiltà per rinunciare alla pretesa di prevederlo.
La diversificazione per gestire sia i rischi noti sia quelli che oggi non sappiamo ancora nominare.
La disciplina per resistere alle tentazioni nei momenti di euforia e in quelli di panico.
Conclusioni
Il fatto che ogni mercato ribassista sia iniziato da un massimo storico non significa che a ogni massimo storico segua un mercato ribassista. Tutt’altro. Charlie Bilello
Spesso il mercato riesce a vedere molto più lontano del più brillante degli investitori. I dati confermano che il rialzo non è così ingiustificato come possa sembrare.
Questo naturalmente non significa che i rischi siano scomparsi: in un mercato “prezzato per la perfezione” il margine di tolleranza si comprime: basta una delusione sugli utili, una revisione delle aspettative o un dato meno favorevole del previsto per riportare volatilità sui prezzi.
E, da qualche parte, fuori dalla nostra visuale, esiste già il prossimo
unknown unknown che nessun modello sta calcolando.
In un mercato che cresce per la maggior parte del tempo, i massimi, di per sé, non rappresentano affatto un elemento di rischio aggiuntivo o un livello di fragilità. Sono piuttosto da considerare come un elemento ricorrente che porta con sé i rischi ricorrenti tipici dell’investimento in azioni.
Quei rischi per cui l’investitore azionario viene ricompensato.
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