Jerome Powell

Mercoledì si è conclusa la prima e  attesissima riunione dell’anno della Federal Reserve. Il presidente della banca centrale americana  ha presentato la sua strategia di maggior cautela al cospetto di accresciute incertezze economiche e finanziarie:

è evidente che, dopo un 2018 all’insegna dei timori di strette monetarie, Powell abbia mostrato un atteggiamento più paziente.

Si potrebbe  pensare che il governatore abbia ceduto alle pressioni del  presidente Trump che lo ha pubblicamente accusato di incompetenza (leggi l’articolo), o peggio, alle sollecitazioni dei mercati. Oltre a questi celebri fattori di influenza ci sono, tuttavia,  ragioni più profonde alla base del cambio di rotta:


l’economia americana inizia a mostrare segnali di un fisiologico rallentamento economico dopo anni di inarrestabile crescita.
L’attività delle banche centrali è tradizionalmente mirata a contenere i rischi di inflazione (da gestire, appunto, con il rialzo dei tassi) nelle fasi di sviluppo economico. Il rallentamento in atto comporta una riduzione delle pressioni inflative lasciando spazio ad un approccio più cauto da parte della FED.

Cosa comporta la decisione di Powell? Quali sono le implicazioni per i mercati? E’ un fattore positivo?


Piuttosto che addentrarsi in difficili previsioni sul futuro, è molto più costruttivo osservare il recente passato:

2018 Divergenza del ciclo economico tra le varie aree

Uno dei fattori caratterizzanti del 2018 è stata  la divergenza del ciclo economico americano rispetto alle altre aree del mondo:

mentre Giappone, Cina e, soprattutto, Europa avevano già mostrato segnali di decelerazione, gli Stati Uniti proseguivano il solitario cammino di espansione economica accompagnato, appunto, da un atteggiamento restrittivo della banca centrale americana.

Proprio il progressivo rialzo dei tassi usa, nel 2018  ha rappresentato uno dei principali elementi di disturbo per i mercati azionari: tassi più alti comportano rendimenti dei titoli governativi più interessanti. Tanto interessanti da determinare il deflusso da azioni ed obbligazioni (più rischiose) verso  i più sicuri titoli di stato divenuti più attrattivi proprio a fronte del rialzo dei rendimenti.

Il rallentamento in atto negli USA ed il venir meno del pericolo rappresentato dall’inflazione, sono le motivazioni che hanno indotto Powell a prendere una pausa nel ciclo di rialzo dei tassi. Questa è sicuramente una condizione necessaria per la stabilizzazione dei mercati finanziari.

2019: Tanto peggio tanto meglio?

Dopo l’exploit del 2018 la crescita subirà quindi un rallentamento con un allineamento tra le varie aree geografiche.

Risulta strano che, a fronte di un calo della crescita,  nel primo mese dell’anno i mercati finanziari siano stati capaci di mettere a segno un concreto recupero.

Si tratta di uno scenario speculare rispetto all’anno appena trascorso dove di fatto quasi tutte le piazze finanziarie hanno messo a segno performance negative a fronte di utili in crescita.

L’innesco della logica del tanto peggio (per l’economia) e tanto meglio (per i mercati), risiede nel comportamento delle banche centrali (FED prima su tutti) che, non alzando i tassi, rendono così attraenti le azioni (i dividendi distribuiti sono più allettanti degli interessi sui titoli di stato).

Quanto peggio sta andando l’economia?

La settimana che si avvia alla conclusione è stata caratterizzata dalla presentazione dei bilanci trimestrali delle più importanti società americane quotate.

Il dato positivo che ne è emerso riguarda la dinamica degli utili che, mediamente, sono cresciuti del 10%. Quello negativo è che questa percentuale è dimezzata rispetto all’anno precedente.
Quindi gli utili continuano a crescere ma ad un ritmo molto più lento.

Conclusioni

I mercati azionari, dopo aver ecceduto in pessimismo nella parte finale dello scorso anno, adesso confidano in una stabilizzazione della crescita accompagnata da una parallela stabilizzazione dei tassi:

da una parte chi investe cerca di anticipare le conseguenze economiche delle politiche monetarie, dall’altra le banche centrali reagiscono alle reazioni dei mercati che, a loro volta, reagiscono alle loro decisioni alimentando un loop infinito ed imprevedibile.

Investire in borsa conviene ma solo se si punta sulla crescita sostenibile di medio lungo periodo. Chi teme la volatilità a breve farebbe meglio a starne fuori.

E, a proposito di volatilità di breve periodo:

Guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, Brexit ed elezioni europee di primavera sono temi su cui continuare a prestare la massima attenzione.

Leggi anche:

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L’inversione dei rendimenti sui titoli Usa.

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