La stragrande maggioranza della pianificazione e della divulgazione finanziaria si concentra, giustamente, su come costruire un portafoglio vincente.
Quello che spesso viene trascurato è l’altra faccia della medaglia: come capire quando è arrivato il momento di ammettere che un investimento non sta funzionando e di tagliare le perdite.

Sappiamo che in finanza vince la disciplina: ignora il rumore di fondo, pensa a lungo termine, mantieni la fiducia e sarai ricompensato. Talvolta, però, questa sana perseveranza rischia di trasformarsi in dannosa ostinazione: insistere nel mantenere strumenti inefficienti può impedirci di cogliere nuove opportunità o, peggio, amplificare inutilmente le perdite già accumulate.

La domanda esistenziale diventa quindi: “Mi sto sbagliando di grosso oppure serve solo pazienza?

In questo articolo vedremo come distinguere un asset valido per il quale serve effettivamente pazienza, da un investimento ormai privo di prospettive.

La ciclicità premia la pazienza

Essere finanziariamente pazienti, sostanzialmente, significa essere capaci di mantenere il proprio piano finanziario anche nelle fasi negative. Un portafoglio correttamente diversificato avrà sempre “vincenti” e “ritardatari” che si alterneranno secondo i cicli di mercato: quando gli Stati Uniti rallentano, l’Europa può accelerare; quando le azioni dei paesi sviluppati arrancano, quelle emergenti possono brillare.
Questa dinamica è inevitabile e, anzi, rappresenta il motore del ribilanciamento di portafoglio.
Per molti investitori, invece, possedere asset non più in auge si rivela emotivamente troppo sgradevole e finiscono per abbandonare i loro ritardatari, proprio poco prima che il ciclo di mercato cambi.

Accettare di avere sempre qualche componente perdente fa parte della strategia: la pazienza consiste nel aspettare che i cicli si invertano per vedere premiata la propria disciplina.
“Tenere duro” è la scelta giusta quando il portafoglio è ben costruito e gli asset in  difficoltà  non hanno problemi strutturali.
Il rischio è confondere questa sana disciplina con dannosa ostinazione.

Quando l’investimento diventa una questione personale

Ognuno di noi tende a guardare alle proprie scelte di investimento con un filtro personale ed emotivo: vendere un asset che ha deluso le aspettative significa, implicitamente, ammettere di aver sbagliato.
La maggior parte degli investitori prova soddisfazione nel vendere i titoli che hanno reso bene, ma fatica a disfarsi di quelli in perdita, perché farlo equivale, appunto, a riconoscere un errore.

Personalizzare guadagni e perdite è una delle situazioni più pericolose in cui un investitore possa trovarsi.
Quando le decisioni diventano personali, si entra in una trappola psicologica: cercare di avere ragione, anziché cercare di fare soldi.
Più si insiste nel voler dimostrare che una scelta era giusta, meno si è disposti a seguire un processo di investimento rigoroso. In questo modo si finisce per spendere tempo ed energia nel cercare scuse plausibili per giustificare la sottoperformance di un titolo o di uno strumento.

Così, nell’angolo buio di molti portafogli restano per anni azioni, ETF e strumenti sprofondati nell’abisso, accompagnati dalla vana speranza che qualcosa si inverta.
La dura realtà è semplice: molti asset “alla moda” non torneranno mai ai massimi precedenti, mentre i titoli di qualità e i portafogli ben costruiti tendono a riprendersi.

Per questo un investitore disciplinato deve saper riconoscere quando un asset è strutturalmente compromesso ed evitare di restarvi aggrappato nella speranza di un miracolo.

Vediamo allora una checklist pratica per distinguere un asset solido, per il quale la pazienza ha un senso, dall’immondizia speculativa.

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Checklist: disciplina o ostinazione

Ecco sei domande chiave per capire se è il caso di mantenere un investimento oppure se ti stai semplicemente ostinando.

L’asset è coerente con la strategia originaria?

La prima domanda da porsi è se l’asset abbia ancora senso all’interno del tuo portafoglio. Qual è il suo contributo in termini di diversificazione e decorrelazione?
Una sottoperformance, anche prolungata, può essere giustificabile se l’asset class è stata inserita per aumentare la solidità del portafoglio.
È il caso di aree geografiche come i Paesi emergenti o l’Europa, che potrebbero brillare nel momento in cui altri mercati perdessero slancio.
Lo stesso vale per gli investimenti fattoriali, per natura destinati ad attraversare lunghe fasi di sottoperformance prima di esprimere il proprio potenziale.
Gli asset difensivi, infine, vanno considerati un contrappeso strategico alla componente azionaria.
Il fatto che le obbligazioni non abbiano ancora espresso il loro potenziale non significa che debbano essere eliminate dal portafoglio.

Perché è stato inserito in portafoglio?

Hai scelto questo strumento per ridurre la volatilità e decorrelare o soltanto per la banale ricerca di extra rendimento?

In finanza c’è una regola aurea:
più si cerca rendimento immediato, meno lo si trova; più si punta alla stabilità, più crescono le probabilità di ottenere performance soddisfacenti nel lungo periodo.

Anche un asset valido perde di significato se inserito con l’obiettivo di ottenere rapidamente grandi guadagni. Questo vale per singole aree geografiche, settori, fattori e azioni specifiche.
L’obiettivo della diversificazione è prepararsi ad affrontare più scenari possibili, non aumentare velocemente i rendimenti.

Uno strumento scelto per facili promesse di rendimento spesso si rivela una scelta sbagliata.
Meglio adottare un approccio sistematico basato su regole chiare e conoscenza approfondita delle asset class.

Si tratta di uno strumento sufficientemente diversificato?

Lo strumento copre ampiamente un mercato o è estremamente specifico?

Un ETF o un fondo ben diversificato su più settori e zone geografiche avrà maggiori probabilità di recuperare terreno grazie alla forza della mean reversion.
Al contrario, se si tratta di un tema specifico, di un singolo settore o di un titolo azionario, potremmo effettivamente aver commesso un errore.
Più un asset è concentrato, più aumenta il rischio: economia circolare, cibi del futuro, ETF sull’intelligenza artificiale sono tutte storie convincenti che devono però reggere alla prova della realtà.

Quanti sono i prodotti simili nel tuo portafoglio?

Verificare la presenza di “doppioni” all’interno del portafoglio è fondamentale.
Ci sono strumenti che si sovrappongono e aumentano la tua esposizione verso uno stesso tema?

Aver inserito contemporaneamente ETF su cibi sostenibili, energie rinnovabili e mobilità elettrica significa esporsi in modo rilevante al tema della sostenibilità ambientale. Certo, può trattarsi di una scelta etica, che traduce preferenze personali, ma è comunque bene porsi il problema.
Concentrarsi troppo su un singolo tema amplifica i rischi nel momento in cui la tendenza di mercato cambia. E questo vale anche per i temi che si sono rivelati i vincenti del recente passato.
Concentrare l’esposizione equivale a aumentare in modo esponenziale le probabilità di insuccesso.

Escludi lo strumento dal calcolo delle performance?

Considerare l’andamento del portafoglio escludendo mentalmente gli strumenti “ritardatari” è indice di ostinazione. Chi evita costantemente di guardare la performance complessiva perché condizionata da un investimento in perdita sta nascondendo a se stesso un errore.
Se spesso ti capita di dire: “senza questo investimento starei guadagnando xxx”, forse è arrivato il momento di ammettere l’errore.

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Ripartendo da zero lo inseriresti?

Se oggi dovessi costruire da capo il tuo portafoglio, inseriresti comunque questo strumento?

Una risposta negativa  è un segnale inequivocabile di vendita.

Questo è probabilmente uno dei test più importanti per capire se ci stiamo “ostinando”:
gli investitori consapevoli si sentono a proprio agio nel confrontarsi con i propri “perdenti”, conoscono i motivi delle proprie scelte e, ripartendo da zero, rifarebbero le stesse scelte.

Dubbi o negazioni a questo quesito dovrebbero far riflettere seriamente sull’opportunità di tagliare le tue perdite.

Attività preventive “anti ostinazione”

Robert Weinberg, un autorevole ricercatore scientifico, sostiene che la svolta nella lotta al cancro è avvenuta grazie alla  prevenzione.
Uno dei punti deboli dei ricercatori del passato è che si concentravano troppo sulle terapie e non abbastanza sulla prevenzione che dovrebbe essere la prima linea.
Secondo Weinberg, convincere qualcuno a smettere di fumare è più efficace nella lotta al cancro di qualunque terapia medica.

Il paragone è forte ma  esprime bene un concetto chiave anche in finanza:
“prevenire e meglio che curare”.
Per evitare di cadere nella trappola dell’ostinazione bisogna mettersi nelle condizioni di non diventare ostinati.

Nel nostro cammino finanziario si presenteranno opportunità di investimento estremamente convincenti e ragionevoli: Etf settoriali su finanza, metaverso, spazio, nuove criptovalute, metalli preziosi come argento e platino, azioni sulla telemedicina. 
Tutte fantastiche idee di diversificazione che, però, complicano il processo di manutenzione e ribilanciamento di portafoglio (in un recente post abbiamo visto le regole per un’attività di ribilanciamento efficace).
Bisogna inoltre considerare che queste opzioni dovranno essere comunque gestite anche nel caso in cui dovessero deludere le promettenti aspettative.
Prima di aggiungere un qualsiasi strumento, è sempre utile chiedersi:
“Sarò davvero in grado di gestirlo se le cose dovessero andare male?”

Evitare scelte troppo specifiche e mantenere un approccio semplice e generalista rimane la strategia migliore per la maggior parte degli investitori.

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Conclusioni

L’unico modo per rimediare a un errore è smettere di perseverare nell’errore.

Jesse Livermore

Quando gestiamo un portafoglio, ricordiamo sempre che c’è una differenza sottile tra perdere soldi e aver sbagliato decisione.
Performance deludenti non significano necessariamente scelte errate: se hai seguito un piano consapevole e ben strutturato, il tempo e la disciplina ti premieranno.

Allo stesso tempo, attenzione alla nostra naturale tendenza a personalizzare guadagni e perdite, cercando di dimostrare a tutti i costi di aver ragione invece di riconoscere gli errori.

Il confine tra pazienza strategica e ostinazione dannosa è sottile ma cruciale.
I mercati premiano la disciplina di chi resiste alla volatilità di breve periodo, ma intestardirsi su asset strutturalmente compromessi rischia di trasformare piccole perdite temporanee in buchi permanenti.

I grandi investitori ammettono rapidamente i propri errori e tagliano le perdite senza esitare.
Noi non siamo grandi investitori, ma possiamo seguire un metodo rigoroso e metterci continuamente in discussione per trovare il giusto equilibrio tra disciplina e flessibilità.

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David Volpe

Consulente finanziario abilitato all'offerta fuori sede. Autore de "Il Sentiero dell'Investitore" (Hoepli). Mi occupo di pianificazione finanziaria personale, portafogli ETF e lazy portfolio per investitori privati italiani. Scopri di più →

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1 Comment

  1. In ogni portafoglio è NECESSARIO avere un “bilanciere” (da intendere anche il capitale umano ovvero bassa età anagrafica) per un ancoraggio mentale nei momenti difficili, ma altrettanto POSSIBILE avere un “cassetto per i sogni”, chiaramente se il patrimonio lo permette, basti pensare ad avere acquistato un SINGOLO titolo “The Coca-Cola Company” o “Apple”, al momento del loro collocamento, il valore creatosi ad oggi con quella singola posizione. Grande articolo David!

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