Amore o odio.
Se c’è un tema che riesce ancora a dividere nettamente gli investitori è l’investimento fattoriale.
Sembra che non possano esserci mezze misure: c’è chi lo considera una sofisticazione inutile o addirittura dannosa e chi, al contrario, lo difende come se fosse una legge naturale dei mercati.
In sintesi: Il factor investing è una strategia che seleziona titoli in base a caratteristiche specifiche come la bassa valutazione (value), la piccola dimensione (size) o il momentum recente
Nel tempo il dibattito si è fatto sempre più serio. Critiche autorevoli, e per lo più fondate, hanno messo in discussione le promesse implicite del factor investing: l’idea di un extra rendimento quasi automatico e persino l’utilità di parlarne in un contesto di mercati sempre più efficienti.
In questo articolo torneremo a occuparci dell’argomento, ma con un obiettivo diverso dal solito: non per promuovere o difendere l’utilizzo dell’investimento fattoriale ma per evitare che venga scartato, a priori, magari per le ragioni sbagliate.
Proveremo quindi a:
- chiarire cosa si intende davvero per investimento fattoriale, senza mitizzazioni;
- capire perché oggi sia oggetto di critiche sempre più frequenti;
- domandarci se abbia ancora senso considerarlo, almeno come opzione, all’interno di un ragionamento più ampio sulla costruzione del portafoglio.
Cosa è (e cosa non è) il factor investing
Con l’espressione “factor investing” si fa riferimento a un approccio che mira a scomporre il rendimento dei mercati azionari in componenti ricorrenti, chiamati, appunto, fattori.
In altre parole i fattori sono caratteristiche specifiche di determinate aziende (e, quindi, delle loro azioni azioni) che, nel tempo, ne determinano il rendimento.
Storicamente il fattore più noto è il value: titoli con valutazioni più basse rispetto ai fondamentali economici (utili, patrimonio, flussi di cassa), in alcuni periodi e contesti, hanno offerto rendimenti superiori rispetto alla media del mercato azionario.
La ricerca accademica ha, poi, individuato altri fattori. I più consistenti sono, appunto, il value, il size (le società di dimensioni più piccole) e il momentum (che individua i titoli che hanno registrato le migliori performance recenti).
Nel tempo, con l’affinarsi delle tecniche di ricerca, il numero dei fattori è cresciuto in modo esponenziale tanto da portare alcuni studiosi a parlare di zoo o bestiario fattoriale.
Il termine sta a indicare, appunto, la proliferazione di fattori spesso fragili, instabili e difficilmente replicabili nella pratica:
non tutti i fattori hanno la stessa rilevanza economica e la stessa persistenza nel tempo.
E, soprattutto, i fattori di investimento non rappresentano una fonte certa né stabile di extra rendimento.
Le recenti critiche al factor investing
Nell’ultimo periodo il factor investing è finito sotto osservazione, forse come poche altre aree della finanza. Non perché sia improvvisamente diventato di moda, ma perché sono emerse critiche serie, articolate e difficili da ignorare.
Critiche che non arrivano da chi “non ci ha mai creduto”, ma da studiosi e professionisti che conoscono molto bene questo mondo.
La prima riguarda il tema dell’efficienza dei mercati ed è stata espressa da Aswath Damodaran, professore di finanza alla New York University e tra i massimi esperti mondiali in tema di valutazioni.
Il suo ragionamento è semplice, quasi disarmante: in mercati sempre più informati, competitivi e globalizzati, è difficile pensare che le caratteristiche dei fattori, ormai note a tutti, possano continuare a offrire un vantaggio.
Se tutti sanno dove guardare, è probabile che quel “vantaggio” sia ormai già incorporato nei prezzi.
In questo contesto, strategie come il value investing rischiano di trasformarsi più in una convinzione personale che in una vera strategia per battere il mercato. Non perché siano sbagliate in assoluto, ma perché presuppongono un mondo che forse non esiste più: quello in cui l’informazione era lenta, frammentata e accessibile a pochi (suggerisco la lettura di questo articolo).
Una seconda critica, ancora più profonda, riguarda il modo in cui i fattori sono stati identificati.
Arriva dai Marcos López de Prado, matematico e ricercatore quantitativo, noto per i suoi studi sui limiti statistici dei modelli finanziari.
Il punto centrale è questo: molti fattori nascono dall’osservazione dei dati storici, ma senza un vero legame “causale” che ne spieghi il funzionamento. In altre parole,il fatto che qualcosa abbia funzionato in passato non significa che esista una ragione strutturale per cui debba funzionare anche in futuro. Potrebbe trattarsi semplicemente di coincidenze statistiche, amplificate da anni di analisi retrospettive e selezione dei risultati migliori (in questo articolo un’analisi più approfondita del punto di vista di De Prado).
Il messaggio che emerge da queste critiche è chiaro:
non esiste alcuna magia nei fattori di investimento.
Non offrono scorciatoie, non aggirano le regole dei mercati efficienti e non garantiscono alcun premio automatico in termini di maggior rendimento.
Chi utilizza i fattori in modo inconsapevole rischia addirittura di ottenere risultati peggiori rispetto a un’esposizione più semplice e tradizionale (ad esempio attraverso gli indici azionari globali)

Perché allora considerare il factor investing
Pensare di poter sfruttare il factor investing per la mera ricerca di extra rendimento è una pessima idea. La rincorsa ossessiva alla performance finisce spesso per comprometterla, soprattutto quando è guidata dai dati del passato.
Ha invece senso considerare l’investimento fattoriale per un motivo diverso: il suo potenziale diversificativo.
Un potenziale che non va cercato nelle evidenze dei dati storici, nella spasmodica ricerca del “fattore miracoloso” o in una presunta regola causale in grado di garantirne l’affidabilità.
Questo tipo di certezza, semplicemente, non esiste.
Il vero valore dei fattori ha un’origine diversa: è di natura comportamentale.
Il mondo progredisce, l’economia evolve e i mercati, inevitabilmente, cambiano.
Quello che non cambia mai è il modo in cui gli investitori si muovono sui mercati in continua evoluzione.
In ogni epoca, in ogni contesto e in ogni regime di mercato, tendiamo a fare, più o meno, le stesse cose. Quando investiamo vogliamo, legittimamente, il meglio: le aziende più forti, più innovative, più capaci di crescere. In altre parole tendiamo tutti a inseguire le storie di successo e a evitare ciò che è impopolare, noioso o difficile da raccontare.
Questo nostro comportamento ha una conseguenza inevitabil: le aziende di moda vengono progressivamente sovrapagate, mentre quelle trascurate finiscono per essere sottovalutate.
Gli indici tradizionali cap weighted, non fanno altro che assecondare questa dinamica.
Per la maggior parte del tempo funzionano bene. Ma ciclicamente si ritrovano sovraesposti proprio a quelle aree del mercato che hanno beneficiato dell’eccesso di entusiasmo.
I mercati (e, dunque, gli indici cap weighted) sono saggi “quasi” sempre, ma diventano irrazionali con una certa regolarità. A un certo punto l’idea di stabilità e crescita perpetua porta i prezzi delle azioni ben oltre ciò che gli utili aziendali possono sostenere.
Quando questo accade, non è solo il mercato a diventare fragile, ma anche i portafogli che dipendono da un’unica narrazione di successo.
All’estremo opposto troviamo ciò che gli investitori hanno evitato: aziende di piccole dimensioni, settori percepiti come superati, business poco “narrabili”.
Nessuno vuole queste storie noiose in portafoglio quando l’attenzione è catturata da temi ben più avvincenti.
Proprio per questo, i loro prezzi si comprimono e i rendimenti attesi aumentano.
Inserire in portafoglio esposizioni che si collocano dall’altro lato rispetto alle preferenze dominanti, non serve a dimostrare di essere più intelligenti della maggioranza, né, tantomeno, a cercare scorciatoie di rendimento.
Serve, piuttosto, a ridurre la dipendenza dall’unica narrazione raccontata dagli indici principali.
Il rischio insito in ogni portafoglio non è fatto solo di volatilità, drawdown e tempi di recupero. E’ anche concentrazione, esposizione eccessiva a una sola narrazione e difficoltà nel gestire le fasi in cui quella narrazione smette di funzionare.

L’investimento fattoriale, dunque, non va inteso come una strategia per battere il mercato.
E’ uno strumento che offre al portafoglio la possibilità di non dipendere esclusivamente dall’idea di mondo incorporata negli indici tradizionali cap weighted. Nulla di più. Ma neppure nulla di meno.
Conclusioni
Attenzione a seguire le prove, non facciamo i magistrati .
Vincenzo Bernardini
Le prove contano.
L’analisi attenta dei dati storici è uno strumento prezioso perché aiuta a escludere sciocchezze evidenti, a smascherare illusioni grossolane e a ridimensionare promesse irrealistiche.
Ma le prove hanno un limite chiaro: non servono a costruire certezze operative sul futuro.
Investire non significa emettere sentenze sulla base di ciò che è accaduto. Significa prendere decisioni in condizioni di permanente incertezza, accettando il fatto che il futuro non sarà, necessariamenre, una replica ordinata del passato.
Confondere questi due piani è uno degli errori più comuni e pericolosi nella gestione del rischio.
Le recenti critiche “scientifiche” mosse al factor investing ne mettono in luce i tratti fondamentali:
non offre certezze, non garantisce extra rendimenti e non poggia su leggi “causali” immutabili. In un mondo che è cambiato profondamente, più volte, da quando i fattori sono stati scoperti credere il contrario sarebbe ingenuo.
Eppure in un contesto che cambia di continuo, rimane una costante: il comportamento degli investitori. Continueremo ad assistere, e a farne parte, all’alternanza ciclica tra entusiasmo e paura, tra euforia e disillusione, tra narrazioni dominanti e improvvisi ripensamenti.
E’ su questo terreno, più che sulle evidenze statistiche, che l’investimento fattoriale può trovare la sua ragione d’essere.
Non come scorciatoia per cercare extra rendimento ma come scelta consapevole per ridurre la dipendenza da un’unica idea di mondo che funziona.
Altri articoli sul factor investing:
- Factor investing: comprenderlo per usarlo al meglio;
- Small Cap: l’opportunità scomprasa per sempre;
- Investire in small cap: rischi, rendimenti e ruolo in portafoglio;
- Fortifica il portafoglio con l’investimento fattoriale;
- Diversificare con le small cap value;
- Small cap: piccolo è bello;
Domande frequenti
Cos’è il factor investing e come funziona?
Il factor investing è un approccio che scompone il rendimento dei mercati azionari in componenti ricorrenti chiamati “fattori”: caratteristiche specifiche delle aziende che nel tempo ne influenzano il rendimento. I principali sono il value (titoli a bassa valutazione), il size (piccole capitalizzazioni) e il momentum (titoli con performance recenti positive).
Il factor investing funziona ancora nel 2026?
Non come fonte automatica di extra rendimento. Le critiche di Aswath Damodaran e di altri ricercatori hanno mostrato che in mercati sempre più efficienti i premi fattoriali tendono a ridursi. Ha ancora senso, però, come strumento di diversificazione: aggiunge al portafoglio esposizioni alternative rispetto alle narrazioni dominanti degli indici tradizionali.
Perché il factor investing è stato criticato negli ultimi anni?
Per due motivi principali.
Il primo: i mercati sono diventati più efficienti e i fattori, essendo ormai noti a tutti, potrebbero essere già incorporati nei prezzi.
Il secondo: molti fattori sono stati identificati analizzando i dati storici senza una vera spiegazione causale, il che li rende potenzialmente fragili fuori dal periodo di analisi.
Vale la pena inserire fattori come value o small cap nel portafoglio?
Può avere senso, ma con aspettative corrette. L’obiettivo non è battere il mercato né ottenere rendimenti extra garantiti, ma ridurre la dipendenza da un’unica narrazione di mercato. Inserire piccole esposizioni fattoriali diversifica le fonti di rendimento senza snaturare la struttura del portafoglio.
Qual è la differenza tra un ETF fattoriale e un ETF globale tradizionale?
Un ETF globale tradizionale (come l’MSCI World) replica il mercato pesando le aziende per capitalizzazione, concentrandosi quindi sulle più grandi. Un ETF fattoriale seleziona invece titoli in base a caratteristiche specifiche come la bassa valutazione o la piccola dimensione, offrendo un’esposizione alternativa e complementare.
Quanta parte del portafoglio dedicare al factor investing?
Non esiste una regola universale, ma la quota fattoriale dovrebbe rimanere contenuta — orientativamente tra il 10% e il 20% dell’esposizione azionaria complessiva — e mai sostituire il nucleo centrale costruito sugli indici globali principali.



…le prove ricostruiscono un fatto passato, mai futuro, infatti esse possono solo dimostrare un’ evento accaduto e non ipotetico. Passato, presente e futuro, solo il presente esiste! Buona domanda David
Buongiorno David, intanto davvero complimenti per il Suo blog, che seguo da tempo con molta attenzione. In questi giorni ho letto su Morningstar questo articolo: How a Total Portfolio Approach Can Improve the 60/40 Portfolio
A beginner’s guide to the Total Portfolio Approach for building portfolios”. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensa, se sia applicabile operativamente ad un investitore retail abbastanza sul pezzo in tema di competenze finanziarie (ma non ovviamente al livello di un consulente) e se possa essere argomento di un suo futuro post. Ancora complimenti per il suo ottimo lavoro.
Buongiorno Marco,
la ringrazio: fa sempre molto piacere sapere che i contenuti vengono apprezzati.
Mi sembra di capire che il principio del Total Portfolio Approach voglia andare oltre la suddivisione classica “azioni/obbligazioni” per classificare gli strumenti in base al reale comportamento/rischio. Il punto chiave è che molti strumenti etichettati come “obbligazionari” si comportano molto di più come azioni nei momenti critici. Si potrebbe forzare un po’ il concetto per sostenere, addirittura, che alcune asset class azionarie possono avere finalità difensiva (fattori come il minimum volatility o settori come Healthcare o consumi difensivi ad esempio).
In linea generale il principio mi trova totalmente d’accordo: il portafoglio dovrebbe essere suddiviso tra asset per la protezione e asset per il rendimento e non necessariamente tra azioni e obbligazioni. In un articolo di qualche anno fa, sostenevo la tesi che l’esposizione obbligazionaria debba essere composta in funzione della quota azionaria: portafogli più esposti alle azioni dovranno considerare solo obbligazioni difensive. Viceversa portafogli più conservativi potranno comprendere anche obbligazionario corporate high yield ecc.
Ho trattato la questione proprio in riferimento al portafoglio 60/40 in un articolo dedicato e, più nello specifico, nel mio librio “Il sentiero dell’investitore”.
Le lascio il link all’articolo del blog:
Portafoglio 60/40: da buttare o da riciclare?
Un caro saluto.