Esistono molti modi per investire e molte strategie per raggiungere il successo nei mercati finanziari. Se esistesse un unico metodo realmente vincente, un unico portafoglio capace di funzionare sempre meglio degli altri, tutti finirebbero per adottarlo e, presto, smetterebbe di funzionare.
Tra le varie possibilità che un investitore può prendere in considerazione c’è anche l’investimento settoriale.
E’ una strategia affascinante: l’idea di chi studia i mercati, osserva le dinamiche dell’economia e prova a sfruttarle a proprio vantaggio.
Eppure l’evidenza e gli studi accademici restituiscono un quadro molto meno entusiasmante di quello che spesso si immagina.
Ha davvero senso considerare l’investimento settoriale in portafoglio?
Se sì come?
Escludere i settori di investimento sarebbe, forse, una semplificazione eccessiva, ma inseguirli come fanno in molti è uno degli errori più costosi che si possa fare.
In questo articolo cercheremo di capire quale ruolo può realmente avere l’investimento settoriale, quali sono i suoi limiti e come, eventualmente, introdurlo in portafoglio.
Cosa è l’investimento settoriale
Investire nei settori, significa scegliere deliberatamente di sovrappesare o sottopesare alcuni specifici comparti dell’economia invece di “limitarsi” a investire nell’intero mercato azionario.
L’idea è semplice: alcuni settori possono attraversare fasi di crescita particolarmente favorevoli oppure offrire caratteristiche diverse in termini di rischio o sensibilità a un determinato scenario economico.
Lo strumento più semplice per realizzare lo scopo è rappresentato dai cosiddetti “Etf settoriali”.
Questi sono i principali settori “tradizionali” dell’economia:

Ogni settore ha caratteristiche proprie: diversa reattività al ciclo economico diversa sensibilità ai tassi di interesse e regimi di mercato.
Sono proprio le specifiche particolarità che rendono l’investimento settoriale così attraente ma anche così insidioso.
Perché usare l’investimento settoriale
Gli investitori si avvicinano ai settori principalmente per tre motivi:
- Migliorare le performance;
- Migliorare la diversificazione del portafoglio;
Nel primo caso si cerca, quindi, di battere il mercato. Nel secondo l’obiettivo è, invece, modificare il profilo di rischio del portafoglio.
C’è anche un terzo caso, meno immediato, che ha più a che fare con la pianificazione finanziaria che con l’asset allocation: la gestione del rischio di capitale umano.
Si tratta, quindi, di finalità molto diverse con implicazioni molto diverse.
Vediamole più in dettaglio
Usare i settori per migliorare le performance
L’idea è affascinante nella sua semplicità: individuare in anticipo il settore che farà meglio e sovrappesarlo in portafoglio.
Il problema è che questo esercizio è molto semplice col senno di poi, molto meno in tempo reale.
La leadership settoriale è estremamente volatile e tende a cambiare con grande rapidità.
Le classifiche annuali dei rendimenti dei diversi settori mostrano ribaltamenti continui.
Questa tabella dà un’idea dell’imprevedibilità delle performance settoriali:

L’energia (ENRS) ha guidato le performance nel 2021 e nel 2022 ma è stata tra i peggiori settori nei due anni successivi. I due settori con le performance migliori nel decennio 2015 – 2024 (tecnologia INFT e finanza FINL) erano stati i due peggiori nel decennio precedente.
Se lo stock picking è un esercizio estremamente difficile, il sector picking lo è altrettanto.
Solo che con i settori ci si illude di avere un vantaggio che, in realtà, non esiste.
Si finisce immancabilmente per comprare tardi e vendere presto distruggendo performance.
Secondo una recente analisi di Morningstar è proprio nella scelta dei settori che gli investitori commettono gli errori più costosi arrivando a bruciare fino a 4 punti percentuali di rendimento annuo.
La strada alternativa, largamente diffusa in tema di investimento settoriale, è cercare di anticipare il ciclo economico: privilegiare i comparti più ciclici (finanza, industria, materiali) nelle fasi di espansione e rifugiarsi nei difensivi (salute, beni di prima necessità, utility) nelle fasi di rallentamento (ne abbiamo parlato a proposito di asset allocation tattica)
Questa grafica trasmette bene il concetto:
Anche in questo caso la teoria è molto più semplice della pratica.
Uno studio pubblicato sull’International Journal of Finance & Economics (The Myth of Business Cycle Sector Rotation), ha analizzato diversi cicli economici a partire dal 1950.
Il risultato è stato che il vantaggio massimo teorico ottenibile con il beneficio del senno di poi è di appena lo 0,11% mensile.
Eppure escludere i settori dal portafoglio sarebbe una semplificazione eccessiva.
Quando si smette di inseguire i rendimenti e si inizia a ragionare in termini di diversificazione il quadro cambia.
Usare i settori per migliorare la diversificazione
E’ questa la ragione più solida per considerare l’investimento settoriale a patto di capire bene cosa si paga e cosa si ottiene in cambio.
L’obiettivo non è battere il mercato ma costruire un portafoglio capace di sopportare meglio condizioni e scenari economici specifici.
In quest’ottica il contributo che può arrivare dall’utilizzo di Etf su settori può essere di due tipi.
Aggiungere difensività nei ribassi
Alcuni settori tendono a essere meno sensibili al ciclo economico: i consumi di base, la sanità o i servizi di pubblica utilità, sono attività che continuano a essere utilizzate anche quando l’economia rallenta. Sono i cosiddetti “consumi incomprimibili”.
I dati storici mostrano che durante i quattro peggiori ribassi azionari dal 1994, settori come salute, consumi di base e servizi di pubblica utilità hanno resistito meglio allo stress:

Nonostante il responso positivo bisogna comunque ricordare che non esiste un vero e proprio rifugio all’interno dell’asset class azionaria. Ogni crisi ha dinamiche diverse e, soprattutto nelle fasi di stress più intenso, le correlazioni tra i settori tendono ad aumentare. In altre parole, quando il mercato scende in modo violento anche i settori considerati difensivi possono subire ribassi significativi.
Un aspetto importante da considerare riguarda il fatto che le performance che abbiamo si basano su periodi più o meno lunghi.
Per la bolla internet e la crisi finanziaria globale l’osservazione si riferisce a oltre due anni.
Ogni anno è composto da dodici mesi e ogni mese da circa venti sedute di borsa.
Noi investitori, invece, viviamo il nostro portafoglio giorno per giorno. Nell’arco di settimane o mesi anche i settori più difensivi possono attraversare fasi di volatilità drammatiche, pur riuscendo poi a chiudere l’anno con risultati magari migliori rispetto a quelli del mercato.
Sopperire alla correlazione positiva tra azioni e obbligazioni
Sappiamo, ormai, che in contesti caratterizzati da inflazione elevata o da shock energetici le obbligazioni non sono capaci di svolgere la loro “tradizionale” funzione difensiva dai ribassi azionari.
In questi scenari alcuni settori legati alle materie prime (come energia o materiali) possono offrire un contributo positivo proprio quando i titoli di stato faticano a svolgere il loro ruolo di stabilizzatori.
Secondo Christine Benz, giornalista e analista di Morningstar, l’energia è uno dei pochi settori che vale la pena considerare.
Questa grafica mostra la performance di energia, azioni e titoli di stato durante le due crisi inflative più drammatiche degli ultimi 50 anni:

Fonte: New York University – Fama French Library
Il ruolo diversificante di energia e materiali in contesti inflativi è confermato anche da uno studio di MSCI del 2022:

Questo grafico mostra il comportamento dei principali settori azionari in contesti di inflazione elevata e crescita sostenuta (heating-up) e di inflazione elevata e crescita debole (stagflation).
Tra i settori che fanno bene quando l’inflazione accelera e l’economia è ancora in espansione (quadrante in alto a sinistra) troviamo i materiali. Quando invece l’inflazione resta alta ma la crescita rallenta (quadrante in basso a destra) l’energia è tra i comparti che regge meglio.
La gestione del rischio di capitale umano
Il terzo caso in cui vale la pena considerare l’esposizione settoriale viene spesso trascurato:
bilanciare il rischio legato alla propria professione.
Quando il rischio di reddito è strettamente correlato con le performance di un settore specifico, l’investitore dovrebbe ridurre l’esposizione a quel settore.
Un ingegnere informatico con redditi e prospettive di carriera legate al settore tech dovrebbe, teoricamente, sottopesare la tecnologia in portafoglio. Una crisi del settore tecnologico significa perdere simultaneamente stabilità lavorativa e stabilità del portafoglio.
Stessa logica per un lavoratore bancario: l’esposizione ai finanziari è giù implicita nel suo stipendio, nei suoi bonus, nelle sue potenzialità di realizzazione professionale.
Tradurre in pratica questa modalità di gestione del rischio non è, tuttavia, così semplice.
Gli indici globali incorporano naturalmente una predefinita esposizione ai settori. Calibrarla sulla base della propria professione significa “ricostruire” artigianalmente la quota azionaria.
La cosa più sensata è, quindi, evitare di introdurre deliberatamente Etf settoriali correlati alla propria professione. L’ingegnere informatico dovrebbe evitare gli ETF tecnologici, il dipendente bancario quelli finanziari. Non perché siano strumenti sbagliati in assoluto, ma perché su quel rischio si è già investiti, che si voglia o no.

Tre regole per usare gli Etf settoriali senza farsi male
Contemplare l’inserimento di Etf settoriali all’interno della propria asset allocation può, quindi, avere una logica difendibile purché si rispettino alcune regole di buonsenso.
Ecco tre raccomandazioni da osservare se si decide di ricorrere all’investimento settoriale:
- Definire preliminarmente la quota massima da dedicare.
L’investimento settoriale deve rappresentare una quota marginale della componente azionaria. Il rischio è che uno strumento di diversificazione si trasformi in una scommessa fondata su discutibili convinzioni personali.
Un livello ideale può essere tra 10% e il 20% dell’esposizione azionaria totale: abbastanza per avere un potenziale beneficio, troppo poco per compromettere le sorti del portafoglio; - Definire preliminarmente quali settori considerare.
La scelta dovrebbe essere guidata dall’esigenza di migliorare la diversificazione, non dalle performance recenti o dalle previsioni. Per un investitore individuale i settori che vale davvero la pena considerare sono pochi: energia e materiali per gestire scenari inflativi, comparti anticiclici per conferire maggiore difensività, reit e tecnologia da affiancare all’azionario globale.
Un avvertimento a parte meritano gli Etf tematici (transizione energetica, invecchiamento della popolazione, batterie elettriche e simili). Costi più alti, track record brevi, e un pericoloso tratto comune: vengono lanciati esattamente al picco di attenzione mediatica su un tema. Che è quasi sempre il momento peggiore per comprare. - Utilizzare l’investimento settoriale in modo strategico.
Inserire ETF settoriali per sfruttarne i vantaggi in determinati contesti economici ( i difensivi quando l’economia rallenta, energia e materiali quando l’inflazione accelera) è un’attività che spesso non riesce neppure ai gestori professionisti. Le fasi di rallentamento e le fiammate inflative arrivano senza preavviso.
I rialzi del settore energetico dopo shock geopolitici sono reali, ma brevi: difficili da intercettare se non si è già posizionati prima che accadano.
L’investitore che insegue i settori dopo una crisi geopolitica, una rotazione ciclica, si trova sistematicamente dalla parte sbagliata.
Per questo il modo migliore di utilizzare l’investimento settoriale non è tattico, ma strategico
Sarà il ribilanciamento opportunistico a consentire di sfruttare l’investimento settoriale nei contesti in cui esprime al meglio le sue potenzialità.
Il prezzo della diversificazione settoriale
Aggiungere Etf settoriali in portafoglio può aiutare a migliorare la diversificazione ma comprorta una serie di costi che si deve essere disposti a pagare.
- Il primo costo è la sottoperformance nei periodi normali e nelle fasi di inversione.
I settori che proteggono meglio nei ribassi (utility, consumi di base, healthcare) sono anche quelli che restano più indietro nei mercati rialzisti. Nel periodo 2011 – 2025 l’S&P500 ha reso il 14,1% annualizzato, l’energia il 5,5% e le utility il 10% circa.
Inoltre i settori che alleviano il problema della correlazione positiva tra azioni e obbligazioni (energia e materiali) nei contesti inflativi, sono anche quelli che soffrono di più nelle fasi di rallentamento economico; - Il secondo è un costo comportamentale. Quando una settore attraversa una lunga fase negativa o accelera inaspettatamente al ribasso, la tentazione di abbandonarlo proprio nel momento meno adatto diventa forte, talvolta irresistibile. E’ lo stesso meccanismo che spesso porta gli investitori a comprare i settori dopo grandi rialzi e a venderli dopo lunghe delusioni.
- Il terzo costo riguarda l’aumento della complessità e, con essa, il rischio di commettere più errori. Maggiori sono gli strumenti in portafoglio, maggiori sono le decisioni da prendere. I dati Morningstar ci ricordano che, mediamente, la complessità non crea valore, lo distrugge.
L’investimento settoriale è uno strumento di diversificazione avanzato ma complesso.

Conclusioni
Storicamente, le soluzioni semplici tendono a funzionare meglio di quelle troppo complesse.
Se si decide di rendere qualcosa più complicato, dovrebbe esserci una ragione davvero convincente per farlo.
Barry Ritholtz
La diversificazione più potente e più gestibile rimane quella tra asset class diverse.
Chi possiede un indice azionario diversificato ha già una rotazione settoriale incorporata e gratuita: i settori vincenti crescono automaticamente di peso, i perdenti si ridimensionano.
Andare oltre ha senso solo se giustificato da circostanze personali concrete (il “rischio professionale”) o da finalità legate al miglioramento della diversificazione.
Alcuni settori possono contribuire a migliorare la tenuta del portafoglio in regimi specifici come quelli caratterizzati da inflazione persistente, shock energetici o geopolitici.
Il beneficio dell’investimento settoriale non è, tuttavia, affatto gratuito.
L’introduzione dei settori comporta fasi di sottoperformance anche lunghe e un aumento della complessità nella gestione del portafoglio.
Gli Etf settoriali sono strumenti avanzati di diversificazione che possono avere senso come componente satellite all’interno di un portafoglio ampiamente diversificato.
A patto che ci sia una ragione solida dietro la scelta e la consapevolezza che un prezzo, in un modo o nell’altro, va sempre pagato.
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…devi usare il settoriale se guardi dove sono i tuoi soldi ed ignori cosa fa il mercato nel momento. Complimenti per l’articolo. Buona domenica
Grazie Luca! 🙏