ribilanciamento portafoglio finanziario

La funzione del ribilanciamento nella gestione degli investimenti

Il ribilanciamento è uno strumento fondamentale per la gestione dei portafogli, che ha, però, un funzionamento controintuitivo e complesso, difficile da utilizzare se non se ne comprendono bene i meccanismi.

Possiamo paragonare il ribilanciamento al fertilizzante utilizzato nel giardinaggio: Il giardiniere deve sapere quanto e quando utilizzare il fertilizzante perchè corre un duplice rischio:

  • Impoverire la pianta se si dimentica di utilizzarlo;
  • Bruciare la pianta se ne fa un uso eccessivo.

Chi ben comincia è già a metà dell’opera

Ovviamente una corretta impostazione iniziale del proprio portafoglio  è, senza ombra di dubbio, importante per riuscire ad investire con successo.

Tuttavia una composizione efficiente non basta: col passare del tempo le oscillazioni delle diverse componenti del portafoglio, dovute all’andamento dei mercati di riferimento,  provocano dei disequilibri rispetto all’esposizione iniziale che devono essere monitorati per ottimizzare le performance:

Ed ecco che scende in campo il ribilanciamento.

Con questo termine si fa riferimento ad un’attività di manutenzione ordinaria che consiste nel riequilibrare i vari componenti di investimento per riportare il portafoglio alle percentuali di esposizione originaria dopo periodi di i oscillazioni più o meno forti sui mercati di riferimento.

La teoria che sta alla base di questo strumento, che andremo a spiegare attraverso un esempio pratico, si basa principalmente su una regola:

  • riequilibrare le percentuali di investimento iniziale, andando a spostare il denaro guadagnato verso quegli asset che nel tempo hanno ottenuto segni negativi.

E’ qui  che la questione si fa controintuitiva: praticamente con il ribilanciamento andrò a togliere denaro dall’investimento che va meglio per “rinforzare” quello che sta perdendo e non il contrario, come comunemente si pensa essere la scelta migliore.
L’esempio che faremo più in basso ti chiarirà le idee, ma prima voglio cercare di spiegarti l’importanza del pensiero controintuitivo con una curiosa storia bellica.

Ribilanciamento e pensiero controintuitivo: Il ragionamento di Abraham Wald

Durante il secondo conflitto mondiale le forze alleate avevano la necessità di migliorare le performance dei loro aerei e renderli meno vulnerabili. 

Per fare questo mapparono attentamente i fori di proiettile negli aerei al loro ritorno dalle missioni contro le forze naziste. 

Infatti non sarebbe stato possibile rinforzare completamente l’aereo perché avrebbe significato  anche appesantirlo, e peggiorarne quindi le performance. 

Si pensò, così, di potenziare solo i punti dove fosse presente il numero maggiore di fori

Lo statistico ungherese Abraham Wald (ingaggiato dal governo britannico), giunse, utilizzando un acuto ragionamento controintuitivo, a tutt’altra conclusione:

quelli che potevano essere analizzati erano solo gli aerei superstiti.

Questo significava che, al contrario di quanto si poteva pensare inizialmente, le zone più colpite dai puntini rossi (riportati nell’immagine) erano proprio quelle aree che non avevano bisogno di protezione. 

Era proprio l’assenza di segni in alcune zone di questi aerei che aveva comportato la loro salvezza. 

Altrettanto presumibilmente, gli aerei non rientrati alla base erano stati colpiti proprio nelle parti intatte negli altri aerei, ipotesi ovviamente non verificabile.

Le conclusioni di Wald vennero messe in pratica, e fu una mossa efficace.

Wald aveva messo in pratica, di fatto, una tecnica di ribilanciamento.

Cosa significa “ribilanciamento”

Vediamo adesso cosa significa mettere in pratica il ribilanciamento e quale sia la sua efficacia con un esempio pratico:

Poniamo il caso che ad inizio 2018 tu abbia deciso di investire un capitale di 10.000€ suddiviso per metà in titoli di stato e per metà in un fondo comune d’investimento azionario.

Ad ottobre 2018 (periodo della crisi azionaria) il tuo capitale si sarebbe trasformato indicativamente (non userò i dati puntuali per semplicità) come segue:

allocazione iniziale e ribilanciamento

Come puoi vedere la situazione al momento sarebbe stata  sbilanciata a favore dei titoli di stato, visto che sono stati l’asset che ha performato  meglio.

L’idea che più intuitivamente sembrerebbe corretta, sarebbe quella di rafforzare l’esposizione ai titoli di stato visto che sono l’asset che sta guadagnando, ma è assolutamente sbagliata, come lo è lasciare inalterato il disequilibrio. Vediamo perché:
Ipotizzando un futuro andamento del mercato favorevole al settore azionario ( ipotesi, di fatto, realizzatasi nel corso del 2019) la situazione a ottobre 2019 sarebbe la seguente:

L'errore di non effettuare il ribilanciamento

Se, seguendo un ragionamento intuitivo, avessimo deciso invece di potenziare dell 8% l’asset in guadagno (titoli di Stato) la situazione a ottobre 2019 sarebbe la seguente:

Errore ribilanciamento intuitivo

Avendo, infine, deciso  di potenziare dell 8% l’asset in perdita (fondo azionario) la situazione a ottobre 2019:

Ribilanciamento portafoglio benefici

Quando ricorrere al ribilanciamento del portafoglio

Tutto questo accade perché il mercato azionario (del resto come i mercati obbligazionari) dopo forti scossoni (verso il basso o verso l’alto) tende a riassestarsi: la strategia vincente quindi è rafforzare la parte in perdita che tenderà a recuperare. 

Il principio che regola questo andamento si chiama regressione verso la media:  i mercati finanziari si muovono spesso su notizie e aspettative che tendono ad esasperare gli eventi sulla base dell’emotività collettiva (approfondisci l’argomento leggendo il post dedicato: come si determina il prezzo delle azioni).

Nel tempo gli eccessi del mercato tendono ad aggiustarsi e a ritornare su valori razionali.

Quando il ribilanciamento diventa controproducente

Come già accennato ad inizio del post è necessario prestare attenzione ai comportamenti estremi.
Se il ribilanciamento dovesse determinare una movimentazione eccessiva del portafoglio, l’attività diventerebbe, allora,  controproducente:

  1. Il principio fondamentale è il mantenimento della ripartizione iniziale. Eccessivi interventi rischiano di alimentare una rincorsa ai mercati in cui si finisce per arrivare sempre ultimi;
  2. Non bisogna trascurare l’aspetto della fiscalità: tutte le volte che vendiamo (anche parzialmente) un investimento in guadagno, il profitto viene tassato. Rimandare nel tempo il pagamento delle imposte contribuisce ad incrementare i profitti: finché non “incassiamo” le plusvalenze queste non saranno tassate e contribuiranno ad alimentare ulteriori profitti.
    Esistono prodotti d’investimento di natura assicurativa (polizze united linked) che consentono di movimentare il portafoglio durante la vita dell’investimento posticipando il pagamento delle tasse totali al momento del riscatto finale. Dal punto di vista fiscale questa caratteristica rappresenta un importante vantaggio.
    Attenzione però ai costi di gestione;
  3. Le considerazioni finora espresse valgono per un portafoglio diversificato preferibilmente strutturato con fondi e etf. Per singoli titoli azionari il ribilanciamento potrebbe essere controproducente (vedi recente caso Bio on).
    Meglio saper riconoscere le scelte sbagliate e evitare di peggiorare la situazione;
  4. Il ribilanciamento è funzionale all’età: le esigenze di ognuno di noi variano con il variare dell’età. Entrando più nello specifico, nella giovane età è lecito ricercare un’esposizione azionaria più elevata perché si ha il tempo alleato: si possono sfruttare i vantaggi dell’investimento azionario e mitigare gli effetti della volatilità.
    Mano a mano che l’età anagrafica aumenta la logica vorrebbe che venisse preferita   un’impostazione più conservativa riducendo azioni ed aumentando le più conservative obbligazioni.  

Ogni quanto tempo effettuare il ribilanciamento del portafoglio

Piuttosto che individuare una periodicità ideale per ribilanciare il proprio portafoglio, è molto più efficace attenersi ad un’attività di manutenzione costruttiva:

il ribilanciamento esprime la sua massima efficacia se applicato in quei momenti in cui la ripartizione del portafoglio subisce uno scostamento significativo.
In termini pratici considerando le due classi di investimento più importanti AZIONI/OBBLIGAZIONI si dovrebbe procedere come segue:

  • Quando ad la parte azionaria riporta  guadagni significativi rispetto a quella obbligazionaria (che magari ha sofferto) è saggio (seppur controintuitivo) ribilanciare riducendo la parte azionaria ed incrementando quella obbligazionaria;
  • All’opposto, in caso di significative correzioni sui mercati azionari, diventa proficuo ridurre l’esposizione obbligazionaria in favore di quella azionaria che ha sofferto.

Conclusioni

  • Il ribilanciamento è un processo di “ordinaria manutenzione” che serve a mantenere dritta la rotta verso gli obiettivi pianificati nella fase iniziale;
  • Contribuisce a proteggere i profitti ed a ridurre i rischi nel medio periodo;
  • Deve essere seguito con criterio e non deve diventare “un’abitudine fobica”;
  • Volendo definire una periodicità ideale, il ribilanciamento dovrebbe essere effettuato mediamente 1 volta all’anno o, comunque, andrebbe valutato tutte le volte che l’andamento del portafoglio subisce una deviazione significativa rispetto ai rendimenti attesi (cioè ipotizzati su base statistica);
  • Il ribilanciamento dovrebbe accompagnare ogni investitore durante la sua crescita finanziaria ed anagrafica visto che con il passare degli anni, cambiano le esigenze e si riduce fisiologicamente l’orizzonte temporale.
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