“Non comprare mai un’azione dopo un forte aumento, mai vendere un’azione dopo un forte calo”
Benjamin Graham.
Se dovessimo riassumere il buonsenso dell’investitore intelligente, partiremmo proprio da qui: non farsi trascinare dall’entusiasmo quando tutti comprano. Non cedere al panico quando tutti vendono.
Eppure è proprio quello che fa il fattore momentum che, da trent’anni, batte il mercato.
Per chi ha costruito un portafoglio con metodo basato su semplicità senza inseguire le mode o cercare il trend del momento, qualcosa non torna.
Come può funzionare una strategia che viola una delle regole fondamentali della letteratura finanziaria?
Per chi pensa a come gestire un’asset allocation ottimale le domande sono tre:
- Dovrei inserire il fattore momentum nella mia asset allocation?
- Può cambiare in modo sostanziale i risultati nel lungo periodo, o è solo una complicazione inutile?
- Quanto spazio dargli, se decido di farlo?
In questo articolo proveremo a rispondere in modo pratico, partendo dalla ricerca accademica e arrivando agli spunti pratici per chi gestisce un portafoglio lazy.
Cos’è il fattore momentum
Il momentum è inquadrabile all’interno della più grande famiglia del factor investing: l’approccio che punta a ottenere rendimenti superiori individuando i titoli che presentano determinate caratteristiche specifiche (appunto i fattori).
Alcuni fattori sono più noti: value, quality, size (small cap) ecc. Il momentum appartiene a questa stessa famiglia.
All’atto pratico il fattore momentum acquista i titoli che sono saliti di più nell’ultimo periodo e vende quelli che sono saliti di meno o che sono scesi.
La strategia si basa sull’assunto che le azioni che accelerano al rialzo tendono a mantenere questa tendenza per un certo periodo di tempo.
Quando si parla di momentum e, più in generale, di factor investing è necessario fare una distinzione tra ciò che sostiene la teoria accademica e ciò che è davvero investibile per l’investitore privato.
Gli studi sul momentum analizzano strategie long/short, cioè portafogli che comprano i titoli vincenti e vendono allo scoperto quelli perdenti. Un ETF momentum, invece, è uno strumento long only: seleziona una parte del mercato con caratteristiche momentum, ma non replica in modo puro la strategia accademica (vendendo allo scoperto i perdenti).
I rendimenti sono quindi diversi da quelli documentati negli studi ma restano comunque significativi.
Cosa dicono i dati
I dati spiegano perché il momentum attiri così tanta attenzione.
Dal 1994 al 2026 il fattore momentum (MSCI World Momentum Factor) ha prodotto un extra-rendimento di circa 3 punti percentuali annui rispetto all’azionario globale (MSCI World). Tre punti all’anno sembrano pochi. Su trent’anni, fanno la differenza tra raddoppiare il capitale e quasi quadruplicarlo.
Questa l’evoluzione dei due indici dall’inizio del nuovo millennio:
Il distacco tra le due linee non è frutto di pochi anni favorevoli ma si accumula in modo persistente nel tempo.
Secondo la ricerca, il momentum è uno dei premi fattoriali più robusti mai documentati.
Il quadro su periodi più ristretti è meno lineare ma il momentum tende, comunque, a sovraperformare con una certa regolarità su finestre temporali lunghe:
Sulla carta i numeri dicono che il momentum funziona.
La domanda successiva è: come è possibile?

Perché il fattore momentum genera extra-rendimento
C’è un’ironia sottile in tutto questo.
Benjamin Graham, padre del value investing e maestro di Warren Buffett raccomandava di comprare titoli sottovalutati, quelli ignorati dalla folla irrazionale degli investitori sprovveduti.
Il momentum fa l’esatto contrario: stiamo parlando di una strategia che, sulla carta, viola ogni principio del buon senso finanziario.
Eppure la ricerca accademica ha documentato con grande ampiezza la persistenza del premio momentum. I test su due secoli di dati del mercato statunitense hanno mostrato un extra-rendimento statisticamente significativo.
Il rendimento aggiuntivo del fattore momentum è riconducibile a due motivazioni diverse.
- La prima è di natura comportamentale
I mercati, almeno nel breve e medio periodo, non incorporano sempre le nuove informazioni in modo immediato e perfetto. Gli investitori reagiscono con ritardo, in modo frammentato. Poi, una volta che la tendenza diventa visibile, altri si accodano per non restare fuori. Questo flusso progressivo di capitale alimenta il rialzo più a lungo di quanto la razionalità suggerirebbe.
- La seconda è strutturale
Una parte della sovraperformance del momentum può essere interpretata come compensazione per un rischio specifico: il rischio di trovarsi esposti proprio ai vincitori del ciclo precedente nel momento in cui il mercato cambia direzione.
Un rischio che molte analisi liquidano in poche righe ma che invece merita attenzione.
Il rischio che pochi raccontano: il momentum crash
Il rischio più spettacolare del fattore momentum ha un nome preciso: momentum crash.
Il momentum funziona benissimo nelle fasi rialziste, quando i trend persistono: se i vincitori continuano a vincere e i perdenti continuano a restare indietro, la strategia riesce a rimanere esposta alla parte più forte del mercato.
Questa virtù espone la strategia a ribassi più profondi durante le fasi di stress di mercato:

Non si tratta semplicemente di accettare che “il momentum va male quando il mercato scende”. La verità è che la strategia momentum collassa durante i rimbalzi forti successivi a fasi di stress, quando, cioè, il mercato cambia improvvisamente direzione.
In queste fasi il momentum si ritrova dalla parte sbagliata due volte: perde più del mercato durante il crollo e sale meno durante la ripresa.
Quando il mercato cambia regime, i vincitori di ieri iniziano a perdere forza e i titoli penalizzati tornano protagonisti. Il momentum, che tendeva a privilegiare ciò che si era comportato meglio nella fase precedente, può ritrovarsi ancora esposto ai vecchi vincitori proprio mentre il mercato premia i perdenti di ieri.
È qui che nasce il momentum crash.
Stiamo parlando dei periodi in cui l’investitore è già emotivamente provato per una crisi o, peggio, per un bear market e, dunque, più vulnerabile alle decisioni sbagliate.
Il grafico mostra quanto possa essere penalizzante detenere momentum durante le fasi di rotazione successive a un ribasso.
Vengono proposti i rendimenti annualizzati di azioni e momentum durante le principali rotazioni a partire dal 2000:
Ancora una volta il problema del lungo termine è il breve termine:
per ottenere un extra-rendimento di lungo termine di 3 punti percentuali circa, l’investitore ha passato lunghe fasi di sottoperformance. La più lunga è durata 2 anni circa con una penalizzazione di 8 punti percentuali annui (settembre 2020 – luglio 2023).
Il momentum è facile da apprezzare nei grafici storici, molto meno facile da mantenere quando attraversa una fase di rotazione violenta.
Perché considerare il fattore momentum nel tuo lazy portfolio?
C’è una massima che accomuna il pensiero di molti investitori e professionisti con anni di mercato alle spalle: più cerchi la sovraperformance più rischi di ottenere sottoperformance.
Vale per molti gestori attivi, per chi insegue i temi del momento e, ovviamente, per chi costruisce un portafoglio fattoriale senza una logica chiara.
Il vero motivo per cui vale la pena considerare il momentum non è garantirsi un rendimento di lungo termine superiore. È, piuttosto, migliorare la diversificazione pagando il prezzo inevitabile di una maggiore complessità.
Un lazy portfolio tradizionale si basa su pochi strumenti, costi contenuti e ampia diversificazione. È un approccio solido proprio perché evita di trasformare ogni fase di mercato in una nuova decisione da prendere. Ma questo non significa che debba essere per forza banale.
L’investimento fattoriale nasce proprio da qui: dall’idea di inserire nel portafoglio motori di rendimento alternativi che possono contribuire a sostenere le performance quando gli indici principali faticano.
Il problema è che il compromesso per ottenere questo vantaggio è una potenziale debolezza per periodi anche prolungati. Basti pensare alla lunga sottoperformance di value, small cap ed equal weight degli ultimi anni.
Il momentum lavora in modo completamente diverso: si concentra sul tema dominante del momento, quello che sta facendo meglio.
Da questo punto di vista, quindi, il momentum può contribuire a ridurre la sottoperformance nei periodi di forte persistenza di un trend in cui fattori come value o small cap girano a vuoto.
In altre parole può servire a ridurre la frustrazione quando diversificare rispetto al tema dominante (Stati Uniti, tecnologia, megacap) sembra non avere alcun senso.
Non lo fa in modo né perfetto né garantito ma introduce nel portafoglio un’ulteriore fonte di diversificazione e di ribilanciamento.
C’è un ulteriore aspetto pratico difficile da ignorare: la nostra innata tendenza a cercare il tema del futuro.
Intelligenza artificiale, semiconduttori, data center, aerospazio, difesa: passiamo ore, giorni a scovare il trend vincente quando, forse, potremmo semplicemente introdurre un po’ di momentum in portafoglio affidandoci alla saggezza della folla e alla sua capacità di individuare i titoli a maggior potenziale. Un ETF momentum lo fa in modo sistematico, ribilancia automaticamente e non richiede alcuna previsione.

Momentum: avvertenze importanti
Momentum crash e aumento della complessità non sono gli unici aspetti da considerare.
Prima di inserire un ETF momentum in portafoglio ci sono almeno due avvertenze importanti da tenere a mente.
Rischio sovrapposizione
Gli indici tradizionali (cap-weighted) seguono già una logica vicina al momentum. Pesano di più le aziende di grandi dimensioni (quelle a elevata capitalizzazione) cioè i titoli che sono saliti di più.
Aggiungere ETF momentum in un portafoglio costruito principalmente (e giustamente) su indici tradizionali cap-weighted può significare una duplicazione delle esposizioni in determinate fasi di mercato. Per un lungo periodo le megacap tecnologiche hanno trainato i rialzi degli indici azionari. Aggiungere ETF momentum ha significato aumentare l’esposizione a titoli, settori e aree geografiche già ampiamente rappresentate nell’MSCI World.
Vista la dinamicità del fattore momentum (che può trovarsi a cambiare velocemente i titoli sottostanti) questo rischio evolve in modo difficilmente prevedibile. L’unica costante è che il momentum sovrappesa sempre qualcosa che sta già andando bene e che può, quindi, essere già presente in altre componenti del portafoglio.
Un rischio che può aumentare le performance nelle fasi rialziste ma che rende il portafoglio potenzialmente più vulnerabile alle rotazioni.
Costi di transazione
Il momentum per sua natura compra i vincenti e vende i perdenti. Questo implica una frequenza delle compravendite (turnover) nettamente superiore rispetto a uno strumento passivo tradizionale. Turnover elevato si traduce in costi più alti (i dati che abbiamo visto si riferiscono a indici che non considerano l’impatto dei costi. Per maggior trasparenza a questo link è disponibile il confronto tra i due ETF che replicano gli indici esaminati).
Alcuni studi hanno evidenziato come l’elevato turnover possa ridurre in modo significativo l’extra-rendimento teorico. Tuttavia ricerche più recenti, basate su dati effettivi di esecuzione, mostrano che i costi reali possono essere molto più contenuti rispetto alle stime tradizionali e che il premio momentum rimane significativo.
Quanto momentum nel tuo portafoglio?
Chiaramente non esiste una risposta corretta: le allocazioni ideali al fattore momentum dipendono da come è strutturato complessivamente il portafoglio, dalle preferenze personali e dal livello di complessità che si è disposti ad accettare.
In linea generale il momentum dovrebbe occupare un ruolo marginale all’interno della quota azionaria dentro un portafoglio più ampio. Il momentum, come abbiamo visto, dà il meglio di sé quando viene combinato con altri fattori. È in questo modo che può davvero migliorare il rapporto rischio-rendimento del portafoglio.
Un range ragionevole può essere collocato tra il 5 e il 15% dell’esposizione azionaria.
La soluzione più efficace, in ogni caso, non è cercare la percentuale perfetta. L’approccio più raccomandabile è quello di affiancare il momentum a strategie diverse (value, small cap, equal weight) ricordando che, in ogni caso, la quota destinata complessivamente all’investimento fattoriale non dovrebbe superare il 20% circa dell’esposizione azionaria.

Conclusioni
Le sottovalutazioni causate da negligenza e pessimismo possono resistere per un tempo sconvenientemente lungo e lo stesso vale per i prezzi gonfiati causati da eccessivo entusiasmo o altri stimolanti.
Benjamin Graham
Comprare ciò che è già salito può sembrare irragionevole. Vendere ciò che è rimasto indietro può apparire contrario al buon senso dell’investitore paziente. Eppure la storia dei mercati mostra che, in alcune fasi, ciò che appare già caro può continuare a salire, mentre ciò che sembra conveniente può restare penalizzato molto più a lungo del previsto.
Il momentum va quindi valutato per il ruolo che può svolgere dentro un portafoglio, più che per la promessa di battere il mercato.
Associato ad altri fattori, può contribuire a migliorare il profilo rischio/rendimento perché introduce una fonte di rendimento diversa: più esposta ai trend dominanti e meno legata alla logica di comprare ciò che è rimasto indietro.
Questo potenziale vantaggio ha però un prezzo: maggiore complessità, maggiore turnover, possibili sovrapposizioni e il rischio di attraversare fasi di rotazione difficili da sopportare.
La sua utilità diventa più evidente nei momenti in cui la diversificazione sembra perdere senso. Sono le fasi in cui un unico tema domina il mercato, pochi titoli trainano gli indici e tutto ciò che è diverso resta indietro. Il momentum può offrire una risposta parziale a questa frustrazione: consente al portafoglio di mantenere una piccola esposizione sistematica a ciò che il mercato sta già premiando.
Invece di passare il tempo a cercare il prossimo grande trend (intelligenza artificiale, semiconduttori, difesa, energia, sanità o qualunque altra narrativa dominante) può essere più ragionevole valutare una quota contenuta di momentum dentro una struttura già ben diversificata.
In questo modo il portafoglio non dipende soltanto dai fattori che tornano a funzionare quando il mercato diventa di nuovo “ragionevole”. Mantiene anche una componente capace di seguire, con regole prestabilite, i trend che il mercato sta già
riconoscendo.
Se questo articolo ti è stato utile, condividilo con chi potrebbe apprezzarlo
Ricevi gratuitamente tutti i nuovi articoli via mail, insieme ad aggiornamenti esclusivi!
Domande frequenti sul fattore momentum
Cos’è il fattore momentum?
Il momentum è un fattore di investimento che acquista i titoli saliti di più nell’ultimo periodo e vende quelli rimasti indietro. Si basa sull’assunto che le azioni in accelerazione tendano a mantenere la tendenza per un certo periodo. Appartiene alla famiglia del factor investing, insieme a value, quality e size.
Il fattore momentum funziona davvero?
I dati storici dicono di sì. Dal 1994 al 2025 il fattore momentum (MSCI World Momentum Factor) ha prodotto un extra-rendimento di circa 3 punti percentuali annui rispetto all’azionario globale. Su trent’anni, la differenza tra raddoppiare il capitale e quasi quadruplicarlo.
Perché il momentum genera extra-rendimento?
Per due ragioni principali. La prima è comportamentale: gli investitori reagiscono con ritardo alle nuove informazioni, alimentando i trend più a lungo del previsto. La seconda è strutturale: parte della sovraperformance è compensazione per il rischio di restare esposti ai vincitori del ciclo precedente nel momento in cui il mercato cambia direzione.
Cos’è il momentum crash?
È il rischio principale del fattore momentum: perdite amplificate durante le fasi di rotazione violenta del mercato. Il momentum collassa nei rimbalzi forti successivi a una crisi, quando i vecchi vincitori perdono forza e i titoli penalizzati tornano a salire. L’investitore si ritrova dalla parte sbagliata due volte: perde più del mercato durante il crollo e sale meno durante la ripresa.
Il fattore momentum è adatto a un lazy portfolio?
Può esserlo, ma come complemento marginale e non come componente principale. Il momentum introduce una fonte di rendimento diversa, più esposta ai trend dominanti. Può ridurre la frustrazione nelle fasi in cui un unico tema domina il mercato e la diversificazione sembra non avere senso. Il prezzo è maggiore complessità e possibili sovrapposizioni con gli indici cap-weighted già presenti in portafoglio.
Qual è la differenza tra momentum e value investing?
Sono strategie decorrelate: il value compra ciò che è rimasto indietro e sembra sottovalutato; il momentum compra ciò che è già salito e sta accelerando. Proprio per questo possono comportarsi in modo complementare: il momentum tende a fare meglio nelle fasi in cui il value fatica, e viceversa.
Attenzione: momentum e value non sono opposti per definizione. Il momentum non scommette contro i titoli economici — semplicemente insegue le performance migliori, qualunque sia la loro origine. In una fase in cui il value sovraperforma il mercato, i titoli value diventano i titoli con il miglior momentum: l’indice momentum li sovrappesa di conseguenza. I due fattori si escludono solo quando il value è in difficoltà; quando il value corre, il momentum lo segue.
Quanto momentum inserire nel portafoglio ETF?
Un range ragionevole è tra il 5 e il 15% dell’esposizione azionaria. La soluzione più efficace è affiancarlo ad altri fattori (value, small cap, equal weight), ricordando che la quota complessiva dedicata al factor investing non dovrebbe superare il 20% circa dell’esposizione azionaria.
Quali sono i rischi del fattore momentum?
Tre rischi principali: il momentum crash (perdite amplificate nelle fasi di rotazione di mercato), il rischio di sovrapposizione con gli indici tradizionali cap-weighted (che già premiano i titoli saliti di più), e i costi di transazione più elevati dovuti all’alto turnover del portafoglio.





…momentum alias effetto leva. Troppo complicato per noi comuni investitori che dobbiamo conoscere cosa compone il nostro portafoglio ed ignorare le performance dei mercati.
Negli ETF che seguono un indice azionario a capitalizzazione di mercato è già presente un fattore momentum, perché il capitale viene investito via via maggiormente nelle aziende che hanno azioni che si rivalutano. Oggi ad esempio Lazio e che compri di più se il tuo ETF segue un indice globale è Invidia.
Verissimo. E’ un punto che è stato affrontato anche nell’articolo riguardo al rischio “sovrapposizione”.
Il tema è, tuttavia, un po’ più sfumato di quanto sembri: nel corso dell’anno il momentum ha “ruotato” significativamente l’esposizione in favore di Energia e industriali riducendo Stati Uniti e tecnologia (come molti si aspetterebbero dal momentum). Nvidia, Amazon, Microsoft, Apple, Meta, Tesla non fanno più parte dell’indice momentum che ha ruotato fuori dalle magnifiche 7.
Magnifico articolo come sempre. A questo punto, dopo small cap e momentum, sarebbe bello un articolo sul fattore value, il quale, ad onta dei vari detrattori dei fattori d’investimento sparsi per la rete, da almeno 6 anni sta nettamente battendo l’azionario globale pesato per capitalizzazione di mercato.
Grazie Paolo 🙏.
E’ un argomento a cui stavo pensando anche se è iperinflazionato (nel bene e nel male).