si può vivere di rendita con i dividendi?

Sempre più investitori vedono nei dividendi la risposta ideale per ottenere entrate costanti dal proprio portafoglio.
E’ davvero possibile vivere di rendita con i dividendi azionari? Possono i dividendi creare una rendita passiva a prova di crollo dei mercati?

La rete abbonda  di contenuti e siti specializzati che esaltano i benefici delle strategie sui dividendi azionari, ma un approccio di questo tipo è davvero idoneo ad alimentare una rendita passiva stabile e sostenibile?

In questo articolo analizzeremo il funzionamento di un portafoglio ad alto dividendo per capire se sia davvero all’altezza dell’ambizioso obiettivo: generare una rendita passiva.

Dividendi: il parere di Warren Buffett e degli accademici

Iniziamo dal parere dei grandi investitori rispetto ai dividendi azionari.

Lo stesso Warren Buffett si è scomodato per esprimere la sua opinione personale su questo tema.
In passato un gruppo di azionisti di Berkshire Hathaway  (la società guidata, appunto,  da Buffett)  criticò aspramente l’oracolo di Omaha per aver deciso di non distribuire un dividendo in contanti. Nella sua lettera gli azionisti del 2012 Buffett spiegò che chiunque avesse preferito ricevere un dividendo, avrebbe potuto comunque ottenerlo vendendo una parte di azioni ottenendo un maggiore vantaggio.

L’idea è quella di vendere una parte di azioni per incassare un importo pari a un dividendo teorico.

Questo banalissimo concetto teorico è stato spiegato dagli economisti Merton Miller e Franco Modigliani (ebbene sì: un italiano!) nell’articolo accademico Dividend Policy, Growth, and the Valuation of Shares.
Ogni volta che una qualsiasi azione stacca un dividendo, il suo prezzo scende di pari importo. Praticamente con il pagamento del dividendo la società distribuisce una parte del valore che ha creato. Per cui, per  qualsiasi investitore, è indifferente percepire  € 1 sotto forma di dividendo o sotto forma di vendita di azioni.


Prendiamo due ipotetiche azioni “Rendita da dividendi” e “Dividendo fatto in casa” . Considereremo che sia possibile vendere anche frazioni di un’azione 🤓.

Ipotizziamo che il prezzo dell’azione  “Rendita da dividendi”  salga da € 10 a  € 11 e la società decida di pagare un dividendo dell’importo di € 1:  dopo il pagamento il prezzo scenderà a € 10 e l’investitore avrà 1 € in più sul suo conto corrente.
Anche l’azione “Dividendo fatto in casa”, sale da € 10 a € 11 ma, in questo caso, la società decide di non pagare dividendi.
L’investitore potrà comunque vendere € 1 di azioni per incassare lo stesso importo ottenuto dall’azionista di “Rendita da dividendi”. 
A questo punto l’investitore avrà una quota di azioni inferiore per effetto della vendita: il  valore totale dell’investimento scenderà a € 10 e avrà 1 € in più sul conto corrente.
Esattamente lo stesso risultato del caso precedente.

DIVIDENDO FATTO IN CASA

Visto che, a parità di altre condizioni, il risultato tra le due opzioni (incasso del dividendo e dividendo fatto in casa con una vendita parziale di azioni) è identico, la domanda da porsi, a questo punto, è:
le azioni ad alto dividendo sono più redditizie?

Le azioni ad alto dividendo sono più redditizie?

Una larga maggioranza di investitori rimane convinta che le azioni ad alto dividendo siano, nel tempo, più redditizie delle altre tipologie di azioni. Quindi, oltre ad assicurare entrate costanti (obiettivo che, come abbiamo appena visto, è raggiungibile con la semplice vendita di una quota azionaria pari all’ipotetico dividendo che si vuole incassare), le strategie basate sui dividendi garantirebbero anche un rendimento superiore.

Le azioni ad alto dividendo sono davvero più redditizie?
Questo grafico confronta la performance di un Etf azionario globale, Ishares MSCI ACWI (in blu)  con uno dei più grandi e longevi Etf focalizzati su azioni ad alto dividendo, SPDR Global dividend aristocrat (in verde).
Per un paragone coerente, ovviamente la performance dell’Etf SPDR Global dividend aristocratsvconsidera anche il rendimento frutto dei dividendi:

Il confronto è quasi imbarazzante:
€ 10.000 investiti nel 2013 nell’Etf azionario globale sarebbero diventati € 33.729,76.
Gli stessi € 10.000 investiti nell’Etf azionario sui dividendi, oggi sarebbero solo € 22.133,19.

Dunque, almeno da questo confronto, non ci sarebbe nessun vantaggio in termini di maggior rendimento nello scegliere strategie su dividendi.

A dire la verità il periodo preso in esame (2013 – 2024) non è sufficientemente lungo per poter ricavare indicazioni veramente attendibili.
Non disponibili dati relativi a Etf azionari globali su dividendi per il periodo precedente, possiamo ampliare l’orizzonte dell’analisi prendendo due indici (cioè i “panieri” di azioni replicati dagli stessi Etf): l’MSCI World (azionario globale) e l’MSCI World High dividend Yield (azionario globale su dividendi):

MSCI - AZIONI GLOBALI VS AZIONI GLOBALI DIVIDENDI
Fonte: MSCI

Il divario imbarazzante scompare tuttavia rimane il fatto che non c’è nessuna magia nei dividendi: nel lunghissimo periodo (1999 – 2024) l’azionario globale tradizionale ha restituito una performance superiore.

Rimane comunque  il tema della presunta “stabilità” del rendimento: secondo una convinzione molto diffusa, le azioni ad alto dividendo sarebbero in grado di garantire ritorni stabili soprattutto in condizioni di mercato avverse.

E’ davvero così?

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Le azioni ad alto dividendo garantiscono rendimenti più stabili?

Nel 2019 S&P Dow Jones Indices (quelli dell’S&P500 per intendersi), ha pubblicato uno studio in cui sono state analizzate le performance di una  strategia di investimento  basata  sui dividendi durante le fasi di mercato negative  (Dividend Growth Strategies and Downside Protection) nel periodo che va dal 1989 al 2018.
Ricordiamo che in quegli anni due pesanti sciagure finanziarie si sono abbattute sul mercato azionario: lo scoppio della bolla tecnologica degli anni 2000 e la grande crisi finanziaria del 2008.

Il responso dell’analisi è che nelle  fasi di stress dei mercati l’approccio sui dividendi riesce ad ottenere un rendimento superiore di circa il 13%

Questa tabella, tratta, appunto, dallo studio di S&P, confronta la performance della strategia su dividendi (S&P500 dividend aristocrats) con l’S&P500:

DIVIDENDI VS S&P500
Fonte: S&P

Negli anni più bui per il mercato azionario, la strategia sui dividendi ha ottenuto risultati superiori rispetto al mercato complessivo (S&P500), registrando rendimenti ampiamente positivi nel 1990, nel 2000 e nel 2002, e limitando le perdite in altri anni. Questo suggerisce che le azioni ad alto dividendo possano contribuire a rendere un portafoglio più stabile, soprattutto durante le fasi di turbolenza.

Tuttavia, in finanza, le deduzioni più intuitive e immediate possono rivelarsi fuorvianti.
La ricerca accademica ha approfondito questa questione e ha concluso che i benefici attribuiti ai dividendi derivano in realtà da altri fattori.
Come evidenziato da fonti autorevoli ( Morningstar: There is nothing special about dividends e FPA: Dividend investing: a value tilt in disguise), i rendimenti superiori non dipendono dai dividendi stessi, ma da specifiche caratteristiche dei titoli azionari, i cosiddetti “fattori di investimento”.

Ad esempio, le società con bilanci solidi tendono a resistere meglio ai rallentamenti economici, mentre quelle di minori dimensioni beneficiano maggiormente delle fasi di ripresa.
Investendo in azioni ad alto dividendo, si finisce spesso per selezionare grandi aziende con bilanci robusti e basso indebitamento, che sono tipicamente più difensive nei periodi difficili. Tuttavia, non tutte le aziende con queste caratteristiche pagano dividendi elevati; quelle che lo fanno rappresentano solo un sottoinsieme.
Molti investitori attribuiscono erroneamente la stabilità di queste società ai dividendi, quando invece il vero punto di forza risiede in altri fattori, come il value (che identifica le aziende sottovalutate) e il quality (che caratterizza le aziende con bilanci solidi e basso indebitamento).
Questi fattori, che tendono a sovraperformare nelle fasi di ribasso del mercato, sono gli elementi chiave che hanno determinato l’extraperformance.

Le strategie basate sui dividendi offrono esposizione indiretta a questi fattori, ma sarebbe più efficace  integrarli direttamente in portafoglio attraverso una strategia mirata di investimento fattoriale (ne abbiamo parlato dettagliatamente in questo post).

Se si segue un regime alimentare corretto e, allo stesso tempo, si beve una tisana drenante, il merito della perdita di peso sarà della dieta e non alla tisana.
Allo stesso modo, un investitore che punta sui dividendi potrebbe beneficiare inconsapevolmente dell’esposizione ai fattori value e quality (la dieta), ma attribuire i risultati positivi ai dividendi (la tisana).

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Problemi pratici con i dividendi

Ora che abbiamo visto come non ci sia nessun superpotere nei dividendi, vediamo quali sono i problemi pratici per chi punta su questa strategia per alimentare una rendita passiva.

Tassazione


C’è un aspetto che molti investitori che amano i dividendi, non tengono in adeguata considerazione: la tassazione.

Incassando un dividendo da un’azione o da un qualsiasi Etf azionario, le tasse vengono pagate sull’intero importo distribuito.
Viceversa scegliendo la strada del dividendo fatto in casa (che consiste nella vendita di un quantitativo di azioni pari all’ipotetico dividendo che si vuole incassare), viene tassata soltanto la parte della vendita che costituisce davvero il guadagno.

Proviamo a fare un esempio.

Ipotizziamo di aver investito € 100.000 in 10.000 azioni della società Avatar al prezzo di € 10.
Il prezzo dell’azione sale da € 10 a € 12,5, al tempo stesso la società decide di pagare € 2,5 di dividendo.

L’importo incassato sarà:

  • Dividendo lordo: € 2,5 x 10.000 azioni = € 25.000 
  • Tassazione: 25.000 x 26% = € 6.500
  • Dividendo netto: € 18.500

Prendiamo ora lo stesso esempio ipotizzando che la società stabilisca di non pagare dividendi e, per ottenere l’accredito lordo di € 25.000, si decida di vendere la quota di azioni corrispondente (dividendo fatto in casa).
Abbiamo detto che il prezzo è salito da € 10 a € 12,5 quindi dovrò vendere 2.000 azioni (2.000 x € 12,5 = € 25.000).
La tassazione sarà applicata “soltanto” sul guadagno realizzato dalla vendita dato dalla differenza tra prezzo di vendita e prezzo di acquisto moltiplicata per il numero di azioni vendute.

Questo sarà il calcolo:

  • Vendita lorda: € 12,5 x 2.000 azioni = € 25.000 
  • Calcolo plusvalenza: € 12,5 – € 10 = € 2,5 – € 2,5 x 2.000 = € 5.000
  • Tassazione: € 5.000 x 26% = € 1.300
  • Netto incassato: € 23.700

La differenza tra le due opzioni non è poi così trascurabile.
Ovviamente si tratta di un esempio teorico che serve semplicemente a dimostrare l’inefficienza fiscale dei dividendi.

Al di là del significativo risparmio fiscale, il concetto più importante da far proprio è che  il dividendo comporta “l’interruzione della capitalizzazione composta”
Nel primo paragrafo abbiamo detto che per l’investitore incassare il dividendo o vendere un quantitativo di azioni pari al dividendo è esattamente la stessa cosa.
Visto che con la vendita di azioni (dividendo fatto in casa) incasso un importo netto superiore ( € 23.700 contro €18.500), posso decidere di reinvestire la differenza in nuove azioni, o,in alternativa, di vendere un quantitativo inferiore di azioni.
In entrambi i casi avrò a disposizione un capitale investito più elevato rispetto alla scelta del dividendo e questo, nel tempo, aumenterà la base di calcolo dell’interesse composto e, quindi, il rendimento di lungo periodo.

Diversificazione

Scegliere una strategia basata sui dividendi comporta , inevitabilmente, una riduzione dell’universo disponibile per costruire l’esposizione azionaria del portafoglio.

Circa il 60% delle azioni statunitensi e circa il 40% delle azioni globali non pagano dividendi.
Questo significa che qualsiasi strategia che miri a selezionare azioni ad alto dividendo si traduce in portafogli meno diversificati.

Diversificare adeguatamente l’esposizione azionaria è fondamentale perché consente di dare al portafoglio motori di performance alternativi: maggiore è la diversificazione, maggiore sono i propulsori azionari che creano rendimento.
Quando uno di questi si ingolferà, il portafoglio potrà contare comunque sul supporto di un motore ausiliario (in questo post abbiamo parlato di diversificazione dell’esposizione azionaria).
Ad esempio quando i mercati sviluppati attraversano lunghi periodi di rendimenti modesti, potrà subentrare il contributo dei mercati emergenti (è il principio della mean reversion o regressione alla media).
Un portafoglio meno diversificato, invece, è meno efficiente perché comporta maggiore vulnerabilità ai ribassi senza nessuna ricompensa sotto forma di maggior rendimento di lungo termine.

Praticamente il dividend investing significa pagare di più in termini di rischio e ottenere di meno in termini di rendimento di lungo termine.

Taglio e sospensione dei dividendi

Si tende spesso a fraintendere la natura dei dividendi. Per quanto rappresentino un flusso di cassa per l’investitore, i dividendi non sono cedole obbligazionarie: non c’è nessun obbligo da parte della società né di pagare un dividendo costante né di perseguire una politica di crescita o stabilizzazione dei dividendi.

La storia finanziaria più e meno recente è piena di periodi in cui le società hanno deciso o sono state costrette a sospendere il pagamento dei dividendi.
Guarda caso questi fenomeni accadono proprio in concomitanza o a ridosso dei periodi di crisi e instabilità quando, immancabilmente, il valore del portafoglio scende bruscamente.
A quel punto cosa deve fare l’investitore per trarre la fonte di sussistenza dal suo patrimonio? Naturalmente deve vendere o meglio svendere una parte più o meno consistente del suo portafoglio.

Ecco una breve rassegna stampa internazionale sul taglio dei dividendi:

Oltre i dividendi

Quello della rendita passiva è un problema complesso che non può essere risolto con soluzioni semplici.

Titoli di stato, singole obbligazioni, dividendi azionari rappresentano soluzioni semplici che non tengono in adeguata considerazione variabili come inflazione, rischio default, taglio dei dividendi ecc.

La questione dovrebbe essere affrontata in modo più scientifico e consapevole per riuscire a costruire un portafoglio di lungo termine capace di generare una rendita sostenibile.
Rispetto a chi investe con l’obiettivo di  una crescita di lungo termine, chi desidera percepire una rendita periodica si trova a dover gestire un insidia in più: il rischio di sequenza dei rendimenti a cui qualsiasi strategia basata sui dividendi è irrimediabilmente vulnerabile.

contatta David Volpe

Conclusioni

Gli psicologi hanno documento a lungo la tendenza dell’ Homo Sapiens a sopravvalutare le proprie capacità e prospettive di successo. Ciò è particolarmente vero per la sottospecie che investe in azioni.

James Smalhout

Le strategie di investimento basate sui dividendi sono affascinati,  ragionevoli e facilmente comprensibili. Sembrano un’ottima soluzione per ottenere entrate stabili e costanti.

In realtà, a ben guardare, non c’è nulla di magico nei dividendi: non offrono un maggior rendimento di lungo termine né sono idonei a dare stabilità al portafoglio.

L’unico aspetto positivo che emerge dall’analisi condivisa in questo post è che i dividendi, indirettamente, espongono a fattori di investimento che possono contribuire a costruire un portafoglio più stabile e meno vulnerabile ai periodi di crisi.

Per l’investitore alla ricerca di una rendita passiva, i dividendi non sembrano affatto una soluzione idonea: 

sono penalizzanti dal punto di vista fiscale, riducono la diversificazione di portafoglio e possono essere tagliati.

La strada verso una rendita passiva sostenibile e, ancora una volta, un portafoglio diversificato che tenga in adeguata considerazione il rischio di sequenza dei rendimenti, la più pericolosa insidia per chi non intende sopravvivere ai propri soldi.

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David Volpe

Consulente finanziario abilitato all'offerta fuori sede. Autore de "Il Sentiero dell'Investitore" (Hoepli). Mi occupo di pianificazione finanziaria personale, portafogli ETF e lazy portfolio per investitori privati italiani. Scopri di più →

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8 Comments

  1. …” La tassazione sarà applicata “soltanto” sul guadagno realizzato dalla vendita dato dalla differenza tra prezzo di vendita e prezzo di acquisto moltiplicata per il numero di azioni vendute.” SENZA CONTARE CHE IN QUESTI CASO LA PLUS PUÒ ESSERE COMPENSATA CON EVENTUALI MINUS GIACENTI!
    Grande articolo David!!!

  2. Interessantissime considerazioni. Utilizzando ad esempio in.un portafoglio diversificato anche un etf globale dividend QUALITY accantonamento potrei.sfruttarlo.come.etf fattoriale con minor volatilità di un msci world e miglior rendimento..Che ne pensi?aziende di qualita con dividendi nei momenti difficili del mercato .hanno.minor volatilità .periodo natura come.hai evidenziato.. grazie David.

    1. L’idea ha assolutamente senso, almeno a livello teorico. Io credo che, alla fine, sia necessario fare delle scelte: non si può inserire tutto in portafoglio e questo vale, ovviamente, anche per i fattori di investimento. La strategia fattoriale dovrebbe servire per migliorare la diversificazione del portafoglio inserendo quello che non è presente investendo negli indici globali (che devono sempre rappresentare la prima scelta). Il fattore Quality oggi implica un’esposizione significativa a Stati Uniti e megacap e, quindi, una duplicazione di ciò a cui mi sono già esposto con un indice globale. Personalmente interpreto i fattori non tanto come una difesa dai periodi di stress (per questa finalità ci sono già gli asset difensivi) quanto, piuttosto, come motore di performance alternativo nel caso in cui gli indici globali debbano fare i capricci per periodi di tempo prolungati (i mercati ribassisti secolari che, mediamente, ogni 20 – 25 anni allontanano per sempre gli investitori dall’investimento azionario).
      All’atto pratico nei miei modelli di portafoglio utilizzo, quindi, il fattore size, value e momentum ma non il fattore quality. Si tratta, naturalmente, di una scelta personale dettata dalla mia esperienza.
      Un caro saluto.

  3. Gentile David,

    innanzitutto desidero ringraziarti per l’importante attività divulgativa che svolgi. Ho letto con attenzione questo post, insieme ad altri tuoi articoli su argomenti affini, e avrei alcune riflessioni da condividere (non le definirei critiche, benché su alcuni punti possa avere un’opinione differente).

    Partendo dal confronto proposto: avresti potuto paragonare due ETF maggiormente simili. Nel grafico, invece, hai messo a confronto due strumenti piuttosto diversi, uno a distribuzione (Dist) e uno ad accumulazione (Acc). In particolare, mi sembra peculiare paragonare iShares (che include 1.409 titoli) con SPDR (che ne include solo 97). Le differenze emergono anche nella composizione geografica e settoriale: iShares ha il 69% di esposizione agli USA (contro il 51% di SPDR) e una quota del 5% sul Giappone, assente nel secondo. Dal punto di vista settoriale, iShares ha il 27% di informatica e il 13% di finanza, mentre SPDR è focalizzato sui servizi di pubblica utilità (26%) e sulla finanza (24%). Sebbene il grafico mostri una somiglianza nei trend a lungo termine (oltre 10 anni, questo fenomeno è comune alla maggior parte degli ETF azionari legati ai paesi sviluppati) non li vedo così simili i due ETF.

    Vorrei poi approfondire un aspetto che riguarda la percezione psicologica dei due approcci, in particolare nell’ambito di una “critica generalizzata” verso i dividendi, spesso condivisa dalla maggior parte dei consulenti finanziari.

    1. Gestione delle fasi di mercato sfavorevoli: Durante i momenti in cui il mercato azionario registra performance negative, un ETF ad accumulazione può trasmettere una maggiore percezione di perdita. Al contrario, un ETF a distribuzione, pur mostrando un calo nei grafici, offre un flusso di liquidità che può essere reinvestito a prezzi più vantaggiosi.

    2. Difficoltà nel generare una rendita: Accumulare capitale su un ETF ad accumulazione non consente, a prima vista, di identificare un “momento ideale” per liquidare parte dell’investimento e ottenere una rendita. Questo può generare una certa resistenza psicologica nel vendere quote, soprattutto in fasi di mercato sfavorevoli.

    3. Integrazione pratica del reddito: Per chi dispone di un reddito fisso basso, come uno stipendio o una pensione modesti, ricevere regolarmente una rendita mensile da un ETF a distribuzione potrebbe ridurre lo stress legato alla gestione di risparmi accumulati.

    Ti chiedo: ritieni che queste osservazioni siano valide?
    Ti ringrazio per l’attenzione e per il prezioso lavoro divulgativo che continui a offrire.

    Cordiali saluti,
    Ciao Nicola :-)

    1. Grazie a te per il tuo contributo Nicola.
      Cerco di risponderti fornendoti il mio personale punto di vista che è frutto delle mie conoscenze e della mia esperienza nel settore della finanza.
      Relativamente al primo punto (differenza nell’esposizione geografica e nella capillarità della diversificazione), puoi trovare la risposta nell’analisi stessa del posto nel punto “diversificazione”: scegliendo una strategia su dividendi inevitabilmente rinuncio a una porzione del mercato statunitense e riduco la diversificazione. Il 60% delle azioni USA e il 40% di quelle globali non distribuisce dividendi. Inevitabilmente una strategia su dividendi deve andare a “pescare” altrove e inevitabilmente deve ridurre la diversificazione. Questo si traduce in un portafoglio meno efficiente.
      Lo stesso problema lo avremmo avuto confrontando un Etf su un altro indice “dividend” come Vanguard Ftse All World High dividend (VHLY) con Ishares MSCI ACWI (ISAC). Pur presentando una maggiore diversificazione in termini di emittenti, l’Etf di Vanguard risulta meno esposto agli USA ed ha restituito una performance decisamente inferiore. Non è detto che vada sempre così ma, in ogni caso, minor diversificazione significa maggior rischio e portafogli meno efficienti.

      Relativamente agli altri punti, hai posto tutte motivazione ragionevoli da un punto di vista psicologico ma che, a mio avviso, rappresentano bias tipici dell’investitore:
      1) un’Etf dividend, nelle fasi di mercato sfavorevoli offrirà sì un flusso di cassa gradito, ma a prezzo di una maggior flessione della quotazione (perché il dividendo distribuito determina una pari flessione del prezzo). L’eventuale maggior resilienza alle oscillazioni nelle fasi di turbolenza, non dipende dalla caratteristica “dividend” ma dall’esposizione indiretta ai fattori quality e value che possono essere più efficacemente inseriti in portafoglio con strategie di investimento fattoriale mirate. Reinvestire la liquidità del dividendo è un controsenso perché implica perdere per strada la tassazione (punto “tassazione” del post);

      2) Purtroppo non c’è niente di fare nel costruire e gestire una strategia per alimentare una rendita. Il problema legato al “momento ideale” per vendere si affronta con un’adeguata strategia di gestione del rischio (ne ho parlato nel post “dalla regola del 4% alla regola dei 4 anni);

      3) Verissimo. I flussi di cassa distolgono dallo stress da oscillazione di portafoglio: te lo posso confermare dopo aver gestito emozioni e portafogli dei miei clienti ormai dal 2001. Rimane il problema della tassazione che, a lungo andare, diventa una vera e propria zavorra per le performance. Ma a mio avviso il punto centrale è quello della diversificazione: a parità di esposizione azionaria un portafoglio dividend sarà inevitabilmente più vulnerabile di un portafoglio ben diversificato.

      Sono tutti temi che ho affrontato più in dettaglio nel libro “Il Sentiero dell’investitore”. Ti invito a leggere l’estratto gratuito per capire se può aiutarti a chiarire questi più che legittimi dubbi.

      Un caro saluto.

  4. https://www.mauldineconomics.com/frontlinethoughts/the-changing-nature-of-the-stock-market
    Mi sono imbattuto solo ora in questo pezzo di John Mauldin (uno che ti fa capire come gira il mondo e che è bene visitare ogni tanto). Della serie: si può dire tutto e il contrario di tutto, per tutto il resto c’è l’intelligenza di ciascuno. E per me personalmente, sul punto oggi vince Davide Volpe.

    1. La ringrazio Gabriele!
      Tempo fa ho letto una frase del fisico Niels Bohr (lo stesso he ha detto “E’ molto difficile fare previsioni, soprattutto sul futuro”): “Esistono due tipi di verità: le verità semplici, il cui opposto è un’assurdità, e le verità complesse , il cui opposto è un’altra verità”.
      La finanza, come molti aspetti della nostra vita, è piena di verità complesse. Io credo che l’approccio corretto sia quello di non prendere mai decisioni estreme. Per quanto riguarda il tema del post, l’idea di fondo resta quella che il miglior modo per comporre l’esposizione azionaria è puntare sugli indici globali, dopotutto i mercati sono efficienti per la maggior parte del tempo. Restano da gestire le fasi in cui perdono questa presunta efficienza (quelle che generano i mercati ribassisti secolari). Diventa quindi necessario abbinare agli indici globali una strategia per affrontare queste difficili fasi (secondo John Mauldin, che leggo di tanto in tanto, il mercato avrebbe, da tempo, perso il contatto con la realtà…). Mi sembra più logico selezionare fattori di investimento che si posizionano sul lato opposto delle preferenze degli investitori, piuttosto che una suggestiva strategia su dividendi. Questa è la mia personale verità che mi aiuta a convivere con tutti i miei dubbi.
      Un caro saluto.

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