“Chi si ferma è perduto”
Un mantra che ci accompagna da sempre.
Nel lavoro, nelle relazioni, nella cura della salute fisica e mentale, migliorarsi è spesso una necessità. Restare fermi significa arretrare o, peggio, fallire.
E negli investimenti?
Su questo blog parliamo spesso di lazy portfolio e pigrizia. Un’espressione che, in finanza, risulta quasi provocatoria: mentre restiamo fermi, il mondo intorno a noi cambia velocemente.
Le leadership si alternano, i regimi economici si trasformano, i settori ruotano e le narrazioni si spostano.
Di fronte alle rotazioni e ai cambiamenti in atto non è forse venuta l’ora di rimboccarsi le maniche e di darsi una mossa?
Non sarebbe saggio intervenire per modificare, adattare il portafoglio per mantenerlo al passo coi tempi?
In realtà pazienza e pigrizia hanno senso solo a una condizione:
che preventivamente sia stato costruito un portafoglio capace di adeguarsi al cambiamento.
L’alternativa non è tra attivismo e immobilismo ma tra inseguire le rotazioni e progettare un asset allocation in grado di attraversarle.
In questo articolo vedremo cosa significa costruire un portafoglio capace di adattarsi al cambiamento senza dover inseguire mode e tendenze.
Il fascino del dinamismo
Negli ultimi anni abbiamo assistito a trasformazioni profonde.
Siamo passati dalla trappola dei tassi negativi e dallo spettro della deflazione alla stretta aggressiva delle banche centrali per domare una crisi inflativa senza precedenti. Dal dominio indiscusso di Stati Uniti e tecnologia al ritorno della old economy guidata da Emergenti, energia ed Europa.
Come si può rimanere immobili di fronte a queste evoluzioni geografiche, settoriali ed economiche?
Se il mondo cambia continuamente, non dovremmo cambiare anche la struttura del nostro portafoglio?
La gestione attiva mette a disposizione competenze e strumenti per analizzare il contesto, interpretare i segnali e provare ad anticipare il prossimo cambio di regime.
E l’investitore fai-da-te, comprensibilmente, persegue spesso strategie più o meno avanzate spostando i pesi, privilegiando un settore o riducendo un’area geografica.
L’intenzione è ragionevole: se il contesto cambia, adeguarsi sembra una scelta di buon senso.
Ma quanto è davvero efficace questo approccio nel tempo?
Il rischio del dinamismo
Per provare a rispondere, partiamo da un dato concreto.
La Global Fund Manager Survey di Bank of America rileva, ogni mese, il posizionamento dichiarato dai gestori professionali: quali sono i settori verso i quali gli asset manager risultano particolarmente ottimisti (e, quindi, sovrappesati) e quali sono, viceversa, quelli meno favoriti (sottopesati).
Questo è il posizionamento a dicembre 2022 con le aree sovrappesate in blu e quelle sottopesate in rosso:

Dopo una stretta monetaria senza precedenti e un’inflazione ancora fuori controllo, la recessione sembrava l’evoluzione più logica. Sovrappesare i bond e i settori difensivi sembrava ragionevole.
Così come ridurre tecnologia, azioni e i settori più ciclici come i consumi discrezionali.
Questo è ciò che è accaduto nei dodici mesi successivi non è stato altrettanto ragionevole:

I top performer sono proprio tra le aree più sottopesate, mentre quelle sovrappesate hanno offerto, risultati modesti (in termini relativi) o addirittura negativi.
Vediamo quali fossero le prospettive e il conseguente posizionamento alla fine del 2024:

Il consenso era tornato decisamente positivo su azioni, Stati Uniti e tecnologia (sovrappesati), molto meno su Europa, consumi difensivi, commodity, materiali ed energia.
Queste le performance del 2025:

Anche questa volta, le aree più brillanti si trovano tra quelle sottopesate.
Non si tratta di un processo alle intenzioni. I gestori avranno sicuramente aggiustato il tiro più o meno tempestivamente.
L’obiettivo dell’analisi è un’altro. La ragionevolezza delle scelte tende a consolidarsi quando la narrativa diventa dominante. E quando la narrativa è dominante, spesso una parte rilevate del movimento è già avvenuta.
Se anticipare le rotazioni è difficile per strutture dotate di team di esperti, modelli e strumenti avanzati, quanto è realistico pensare che possa riuscirci in modo sistematico un comune mortale (consulente o un investitore fai-da te)?
Questo non significa che ogni tentativo di adattamento sia destinato a fallire.
Significa, piuttosto, che l’adattamento “in corsa” espone a un rischio concreto: inseguire un trend maturo che potrebbe, ormai, avere già espresso gran parte del suo potenziale.
Ogni volta che pensiamo di poter migliorare qualcosa attraverso un atteggiamento dinamico, rischiamo di creare un problema più grande di quello che volevamo risolvere.

Il portafoglio che si adatta al cambiamento
Se il mondo e i mercati cambiano, e se anticipare i cambi di regime e le rotazioni è così difficile, quali sono le alternative percorribili?
La parola d’ordine è “progettazione”.
L’alternativa all’attivismo non è il semplice immobilismo, ma la progettazione di un asset allocation che non debba essere cambiata ogni volta che cambia la narrativa: un portafoglio che contenga già il futuro prima che il futuro diventi di moda.
Cosa significa all’atto pratico?
Significa partire dagli indici principali e dalle asset class globali che, automaticamente, incorporano i trend dominanti. Ma significa anche avere il coraggio e la disciplina di includere le aree e i settori che oggi le masse evitano.
Un portafoglio costruito solo sulle aree dominanti del momento è comprensibile e spesso ragionevole. Ma, di fatto, si fonda sulla scommessa che la narrativa corrente continui a funzionare.
Un portafoglio realmente diversificato, invece, contiene al suo interno il possibile cambio di leadership e consente di affrontare la successiva rotazione senza doverla prevedere.
Il ribilanciamento opportunistico basato su regole ben definite farà il resto del lavoro.
Oggi siamo nel bel mezzo di una rotazione settoriale e geografica (tratto da un precedente articolo)

Non sappiamo se si tratti di un falso segnale o di un cambio di leadership strutturale.
La vera questione non è come predisporre il portafoglio al nuovo contesto, ma come costruire una struttura capace di attraversarlo senza costringerci a intervenire.
Per un portafoglio realmente adattabile, il “cambio di paradigma” ha un’importanza relativa.
Un portafoglio adattabile non sarà mai il migliore in ogni fase.
Si pone un obiettivo più realistico: ridurre la dipendenza dalla previsione e rendere sostenibile il percorso nel tempo.
L’adattabilità a prova di rotazione
Se anticipare la prossima rotazione è così complesso anche per i gestori professionisti, proviamo a tentare un esercizio diverso: osservare come si comportano portafogli diversi quando si sposta il baricentro del mercato.
Per isolare il fenomeno della rotazione andremo ad analizzare tre portafoglio interamente azionari:
- Il primo è concentrato su Stati Uniti e tecnologia, cioè sull’area che ha dominato gran parte dell’ultimo ciclo;
- Il secondo è costruito intorno a Europa, Paesi Emergenti, Materiali e fattore value, principali protagonisti della rotazione più recente;
- Il terzo è un portafoglio generalista concentrato, per la metà, su azionario globale e distribuito per la restante metà tra aree geografiche, fattori e settori con l’obiettivo di diversificare i motori di rendimento.
Accanto a questi tre portafogli riportiamo anche un benchmark globale azionario (MSCI ACWI) per avere un riferimento neutrale.
Questa è la composizione dei portafogli a confronto:

Vediamo, dunque, le performance nel quinquennio 2020 – 2024 (in blu), dominato da tecnologia e da Stati Uniti e quelle della fase più recente iniziata nel 2025 (in arancione) con Europa, Emergenti e azioni del settore delle materie prime in grande spolvero:

Cosa emerge?
- Il portafoglio “USA & Tech” nel periodo 2020 – 2024 (e, in realtà, anche molto prima) ha letteralmente umiliato qualsiasi forma di diversificazione. Dal 2025, tuttavia, sottoperforma in modo evidente il benchmark;
- Il portafoglio “Emergenti, Europa, Materiali, Value” mostra risultati inferiori al benchmark nel primo quinquennio e vince di misura nel periodo più recente;
- Il portafoglio “adattabile” ha ottenuto risultati in linea con il benchmark nella prima osservazione e superiori nel corso della rotazione in atto.
Per mantenere un minimo di obiettività dobbiamo fare due precisazioni importanti:
- Il periodo preso in considerazioni è oggettivamente breve;
- Sull’intero arco temporale (2020 – 2026) il portafoglio concentrato tra Stati Uniti e tecnologia continua a stravincere.
L’obiettivo di questa analisi, in ogni caso, non è individuare il portafoglio migliore.
La questione centrale è un’altra: capire come costruire un asset allocation sostenibile in ogni fase di mercato.
Sono in grado di mantenere un portafoglio “brillante” dopo oltre un anno di netta sottoperformance rispetto al benchmark di riferimento?
Riesco a sopportare mesi, talvolta anni, in cui i protagonisti si spostano altrove senza cedere alla tentazione di cambiare qualcosa per “adattarlo”?
E’ quello che sta accadendo al portafoglio “USA e Tech”.
Quando la struttura è fortemente sbilanciata su un’unica area, la tentazione di intervenire diventa irresistibile proprio nel momento meno opportuno.
E’ in quella fase che si compie l’errore tipico: modificare l’asset allocation per inseguire ciò che sta funzionando, quando il movimento potrebbe aver già espresso una parte significativa del suo potenziale.
E’ inutile che tentiamo di violentarci illudendoci di poter diventare investitori razionali: il nostro dna, la nostra biologia ci rende irrimediabilmente pessimi investitori incapaci di resistere alle tentazioni.
Un portafoglio solido e costruito in modo equilibrato non promette performance brillanti e non elimina le turbolenze nei passaggi da un ciclo all’altro. Le rende semplicemente più gestibili.
L’obiettivo è attraversare le rotazioni senza costringerci a riprogettare nuovamente la strategia.
L’adattabilità non nasce dalla movimentazione frequente e tempestiva ma dalla coerenza della struttura iniziale: l’asset allocation ottimale dovrebbe essere capace di non sottoperformare il benchmark in condizioni normali e sovraperformarlo quando il vento cambia stabilizzando le performance.
Significa rinunciare a primeggiare in ogni fase, per preferire un portafoglio che rimanga investibile in ogni ciclo.
Come costruire un portafoglio che si adatta al cambiamento
Come si costruisce un portafoglio capace di adattarsi al cambiamento?
Non esiste, ovviamente, una formula universalmente valida.
Le regole dovrebbero nascere dall’incontro tra buon senso e preferenze personali.
“Preferenze personali” non significa non significa inseguire le convinzioni nate dalle narrative del momento. Significa costruire un asset allocation con cui sentirsi a proprio agio nel bene e nel male.
Ricordiamoci che il portafoglio deve realizzare un obiettivo ambizioso: farci resistere alla tentazione di modificarlo quando qualcosa sembra non funzionare.
Per evitare che le preferenze personali si trasformino in convinzioni pericolose è necessario maturarle attraverso studio e consapevolezza.
Comprendere il funzionamento dei mercati, conoscere il ruolo delle diverse asset class e accettarne la volatilità è la condizione minima per trasformare una preferenza in una scelta razionale.
Consapevolezza significa anche accettare che il rendimento ha un prezzo che deve, comunque, essere pagato: ribassi, tempi di recupero, incertezza e dubbio sono il costo che nessuna asset allocation, per quanto solida, può eliminare.
Su questa base si possono individuare alcune regole generali di buon senso.
- Costruire l’esposizione azionaria partendo dagli indici globali principali.
Il nucleo dovrebbe essere ampio e rappresentativo dell’economia mondiale; - Integrare la diversificazione geografica.
Un’eventuale inclinazione verso l’Europa può avere senso, purché resti coerente con l’equilibrio complessivo; - Utilizzare i settori come strumento di equilibrio.
REIT, energia, materie prime o tecnologia possono contribuire a rendere il portafoglio più robusto nei passaggi tra fasi economiche diverse, ma senza trasformarsi in concentrazioni eccessive; - Valutare, con misura, la diversificazione fattoriale.
Value, small cap o momentum possono essere inseriti fino a una quota contenuta dell’esposizione azionaria, integrandoli nella struttura geografica (ad esempio: azionario globale value, azionario Europa small cap value, azionario globale momentum ecc.).
Questo è uno schema semplice che riepiloga le regole di diversificazione dell’esposizione azionaria:

La composizione della parte difensiva dovrebbe essere progettata con la stessa attenzione e calibrata sulla base della quota azionaria del portafoglio.
Un portafoglio con una quota azionaria elevata richiederà strumenti obbligazionari governativi di qualità per stabilizzare le oscillazioni.
Una quota obbligazionaria contenuta consente di “osare di più” nell’inserimento di obbligazioni corporate e high yield (ne abbiamo parlato approfonditamente in questo articolo dedicato alla costruzione dell’esposizione obbligazionaria).
I principi per “l’adattamento al cambiamento” dovrebbero riguardare anche l’inserimento di asset reali come oro e materie prime. Trattandosi di asset class estremamente instabili dovrebbero essere utilizzate con moderazione.
in due guide dedicate abbiamo individuato le seguenti allocazioni massime:
- Oro: esposizione massima 10% (guida al corretto utilizzo dell’oro);
- Materie prime: esposizione massima 5% (guida al corretto utilizzo delle materie prime).

Conclusioni
Non lasciare che la ricerca della perfezione diventi un ostacolo al raggiungimento di qualcosa di buono. Un’allocazione degli asset subottimale che riesci a portare avanti è meglio di un’allocazione ottimale che abbandonerai quando arriveranno momenti difficili. E arriveranno, almeno una volta ogni qualche anno.
William Bernstein.
Si dice che per trovare le risposte giuste bisogna porsi le domande corrette.
Quando si pensa a come comporre l’asset allocation una buona domanda da porsi è:
“Quale portafoglio mi permette di restare investito senza sentire il bisogno di intervenire ogni tre mesi?”.
Ciò che appare ragionevole non sempre è profittevole.
Ridurre l’esposizione a un’area che sta faticando può sembrare prudente. Aumentare il peso su ciò che sta guidando il mercato può sembrare logico. Ma spesso è proprio l’illusione del buon senso immediato la causa di errori sistematici.
Ogni volta che pensiamo di risolvere un problema inesistente, modificando l’asset allocation per adattarla al contesto del momento, rischiamo di creare un vero problema: aumentare la complessità e compromettere la strategia di investimento.
Un portafoglio ben progettato dovrebbe farci ragionare il meno possibile sui problemi da risolvere e sulla necessità di intervenire.
I mercati e l’economia cambiano velocemente e interpretarli in tempo reale è estremamente complesso.
Per la maggior parte degli investitori la soluzione più affidabile non è inseguire questi cambiamenti, ma affidarsi a un’asset allocation già costruita per attraversarli.
Domande frequenti
Come si costruisce un portafoglio che resiste ai cambiamenti di mercato?
Non inseguendo le rotazioni, ma progettando fin dall’inizio un’asset allocation diversificata. Un portafoglio adattabile contiene già esposizioni a diverse aree geografiche, settori e fattori: non deve essere modificato ogni volta che cambia la narrativa di mercato, ma è già strutturato per attraversare i cambi di regime.
Conviene modificare il portafoglio quando i mercati cambiano?
In genere no. La ricerca mostra che anche i gestori professionisti faticano ad anticipare le rotazioni in modo sistematico. Quando la narrativa dominante è già consolidata, gran parte del movimento è già avvenuto. Modificare il portafoglio “in corsa” significa spesso inseguire un trend maturo, aumentando il rischio e la complessità.
Cosa significa “asset allocation adattabile”?
Un’asset allocation adattabile è costruita per funzionare in diversi scenari di mercato senza richiedere interventi frequenti. Include un nucleo di indici globali, diversificazione geografica, esposizione settoriale equilibrata e un componente difensivo. Non è il portafoglio che massimizza i rendimenti in ogni fase, ma quello che resta gestibile in tutte le fasi.
Qual è la differenza tra un portafoglio concentrato e uno diversificato?
Un portafoglio concentrato su un’area (es. USA e tecnologia) offre rendimenti eccellenti nelle fasi in cui quella narrativa domina, ma espone a sottoperformance protratte quando la leadership cambia. Un portafoglio diversificato rinuncia a primeggiare in ogni ciclo per mantenere rendimenti più stabili e un percorso più sostenibile nel tempo.
Quanto spesso dovrebbe essere ribilanciato un portafoglio?
Il ribilanciamento dovrebbe essere basato su regole definite, non sulle condizioni di mercato. Può essere periodico (es. annuale) o a soglia (quando un asset si discosta significativamente dal peso target). Farlo in base alle notizie o alle emozioni del momento è una delle cause più comuni di errori sistematici.
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Basta investire su un solo indice globale?

…in pratica l’investitore deve riuscire a concentrarsi sui fattori positivi, ignorando quelli negativi, della propria diversificazione: geografica, di strumento e settoriale, oltre avere sempre liquidità come rifugio. Grande David, anche se credo che sia molto difficile che ciò accada davvero, nella pratica e non in teoria ex-ante, nel singolo essere umano.