COSTI FISCALI MONEYFARM

Sembra proprio che un nuovo modo di fare consulenza stia facendo breccia tra una schiera di investitori delusi: società indipendenti propongono un modello moderno, trasparente ed efficace che riscontra un’attenzione crescente.
Tra queste spicca, senza dubbio, Moneyfarm che offre un servizio semplice, funzionale ed economico. 
Un modello che si contrappone all’industria della consulenza tradizionale caratterizzata da un servizio decisamente più caro con risultati, ahimé, non sempre all’altezza delle aspettative.

Visto che i costi sono “certi” e i rendimenti sono “attesi” (e per definizione incerti), è logico e giusto puntare a contenere gli oneri.
Un buon risultato passa necessariamente attraverso un’”attenta” valutazione dei costi.
Il punto è proprio questo: quanto è davvero attenta la valutazione dell’investitore medio?

Quanto il contenimento dei costi di gestione si traduce in un effettivo miglioramento delle performance di medio lungo termine?

In questo post chiariremo uno degli aspetti meno comprensibili di alcuni modelli di consulenza a basso costo online tanto graditi agli investitori: l’incidenza della fiscalità.
In altre parole qual è il costo fiscale che deve essere considerato quando si decide di affidare i propri risparmi a società di consulenza come, appunto, Moneyfarm.

Il servizio di gestione di portafogli

Il servizio di gestione di portafogli è forse più conosciuto al pubblico come “gestione patrimoniale”.
Sostanzialmente l’investitore affida il proprio patrimonio ad un intermediario autorizzato che provvede ad investirlo in una serie di strumenti (azioni, obbligazioni, fondi, etf ecc..) con l’obiettivo di accrescerne il valore nel tempo.
Il tutto, ovviamente, nel rispetto del profilo di rischio del cliente.

Sia ben chiaro: non ho niente contro le gestioni patrimoniali. Ci sono ottimi prodotti egregiamente gestiti con costi assolutamente onesti.
Le gestioni Moneyfarm, da questo punto di vista, rappresentano uno strumento efficace, che, senza tanti fronzoli, mira diretto all’obiettivo: rendimento e contenimento dei costi tramite utilizzo esclusivo di etf.
La commissione che il cliente deve pagare per il servizio è incredibilmente onesta: 0,50% (oltre iva al 22%)  per patrimoni tra 200.000 e 500.000  a cui deve essere aggiunto il costo degli etf sottostanti (0,20%) e l’imposta di bollo statale (0,20%).
Praticamente con un costo dell’1% annuo (inarrivabile per il mondo della consulenza tradizionale) l’investitore si avvale della consulenza di un operatore professionale altamente qualificato.
Si potrà scegliere tra 7 diverse soluzioni in funzione del proprio profilo di rischio.

Fin qui tutto chiaro e inattaccabile. 

Nutro però qualche dubbio sul fatto che l’investitore abbia interpretato correttamente il “funzionamento fiscale” di queste gestione patrimoniali (comune, ovviamente, a tutti i servizi di gestione di portafogli).

Moneyfarm & gestioni patrimoniali: il trattamento fiscale

Si sa: il sistema fiscale italiano è perverso, incomprensibile ed estremamente mutevole.
Quando poi si parla di rendite finanziarie la questione si complica ulteriormente.
Ne ho parlato approfonditamente in questo post.

Qui mi limiterò a ricordare che chi investe in fondi ed etf non ha nessuna possibilità di compensare i guadagni con le perdite: nel momento in cui si vende uno strumento (magari per un operazione di ribilanciamento), l’investitore si vedrà tassata l’intera plusvalenza (al 26% o al 12,5% se si tratta di prodotti che investono in titoli di stato).
Non c’è modo alcuno di portarsi in deduzione eventuali perdite (sigh!😥).

Le gestioni patrimoniali, al contrario, consentono di effettuare operazioni di ribilanciamento (vendita e acquisto) in neutralità fiscale: le operazioni di aggiustamento o modifica del portafoglio effettuate nel corso dell’anno non saranno soggette a tassazione.
Inoltre, nel caso in cui l’anno si chiuda con un risultato negativo, sarà possibile portare la perdita in deduzione dai guadagni realizzati nel corso dei 4 anni successivi.

Fantastico!

Non proprio: le gestioni patrimoniali sono soggette al regime del cosiddetto “risparmio gestito”.
Questo significa che alla fine di ogni anno solare la gestione sarà tassata sul guadagno maturato nel corso dello stesso anno.
In altre parole alla chiusura di ogni anno, il patrimonio investito sarà ridotto per effetto della tassazione.

Ricapitoliamo le differenze tra l’investimento in singoli fondi ed etf e gestioni patrimoniali:

  • Investimento in singoli fondi e etf: 
    • Ogni operazione di aggiustamento/ribilanciamento è soggetta a tassazione; 
    • Nessuna compensazione delle minusvalenze;
    • Nessuna tassazione a fine anno sui guadagni maturati. Le tasse vengono pagate “solo” al momento del disinvestimento;
  • Investimento in gestioni patrimoniali:
    • Ogni operazione di aggiustamento è eseguita in “neutralità fiscale” cioè senza nessuna tassazione;
    • Le minusvalenze realizzate possono essere portate in deduzione sui guadagni dei 4 anni successivi;
    • Alla fine di ogni anno si subisce la tassazione sul guadagno “maturato” sebbene non sia consolidato.

Quale dei due sistemi è vincente?
Meglio poter ribilanciare/movimentare in neutralità fiscale oppure meglio  rinunciare alle compensazioni ma non subire tassazioni alla fine di ogni anno?

I problemi vengono proprio qui: 



Non interrompere mai l’interesse composto senza un motivo

Charlie Munger

La fiscalità delle gestioni patrimoniali: l’interruzione dell’interesse composto

Dal punto di vista fiscale, più l’investitore riesce a rimandare il pagamento delle tasse, più vantaggi avrà: un capitale maggiore (perché non ha subito prelevamenti per il pagamento di imposte) produrrà maggiori rendimenti che, a loro volta, aumenteranno il capitale e la base di calcolo per i rendimenti futuri. E’ il principio basilare dell‘interesse composto.

Visto che un portafoglio ben costruito (🤞) sale e produce utili per la maggior parte del tempo, la tassazione sul maturato tipica delle gestioni patrimoniali rischia di vanificare i benefici di tutte le più nobili compensazioni fiscali in fase di ribilanciamento.

La gestione, infatti, impone la tassazione sull’intero guadagno.
Ipotizzando ad esempio un rendimento annuo del 5% su un ipotetico portafoglio, il costo fiscale di una gestione rispetto ad un portafoglio in fondi/etf in regime di “risparmio amministrato” sarebbe pari all’1,3% (cioè il 26% del 5% di rendimento).
Un portafoglio “amministrato” prevederà la tassazione in fase di ribilanciamento ma soltanto sulla parte effettivamente movimentata e non sul guadagno complessivo.

Proviamo a fare un esempio che confronti il peso della fiscalità su operazioni di ribilanciamento in un portafoglio di fondi ed etf rispetto ad una gestione patrimoniale.

Mettiamo (sempre per puro esempio) che abbia costruito un portafoglio 60/40 con due etf per un totale di  € 100.000 così ripartiti:

  • ETF azionario:
    Valore quota acquisto:  € 10
    Totale quote: 6.000
    Totale investito:  € 60.000
  • ETF obbligazionario:
    Valore quota acquisto:  € 5
    Totale quote: 8.000
    Totale investito: € 40.000

Ipotizziamo che alla fine dell’anno l’ETF azionario sia salito del 15% e quello obbligazionario sia sceso del – 10%.

  • ETF azionario
    Valore quota fine anno:  € 11,50
    Totale quote: 6.000
    Totale controvalore: € 69.000
  • ETF obbligazionario societario
    Valore quota fine anno: € 4,5
    Totale quote: 8.000
    Totale controvalore: € 36.000

    Controvalore totale fine anno:  € 105.000


A questo punto deciderò di ribilanciare visto che l’esposizione azionaria è salita al 65%
Dovrò cioè spostare il 5% del portafoglio dalle azioni alle obbligazioni.

105.000 / 100 x 5 = € 5.250

Dovrò, cioè, vendere 456 quote (controvalore ribilanciamento € 5.250 : valore finale quota € 11,50 = 456 quote).

Dopo un’operazione del genere quali saranno i costi fiscali sostenuti dalle due gestioni?

Nel caso in cui i due etf (entrambi soggetti a tassazione del 26%) siano inseriti all’interno di una gestione patrimoniale (es. Moneyfarm) non ci sarà tassazione sull’operazione di ribilanciamento.
Inoltre potrò compensare i guadagni di un etf con le perdite dell’altro. Sarò cioè tassato sul guadagno maturato (plusvalenze etf azionario – minusvalenze etf obbligazionario). Ma dovrò pagare la tassa annuale sul guadagno maturato:

Guadagno maturato a fine anno:   € 5.000
Tassazione: 5.000 x 26% = € 1.300
Controvalore finale portafoglio: €103.700

Nel caso in cui i due ETF, invece, sia all’interno di un portafoglio amministrato, il guadagno soggetto a tassazione a seguito dell’operazione di ribilanciamento sarà:

Valore finale quota: €11,50 – prezzo di acquisto: 10 = € 1,5
Guadagno per quota € 1,5 x numero quote vendute 456 = € 684.
Tassazione: 684 x 26% = € 177,84
Controvalore finale portafoglio:  € 104.822,16

Nel caso della gestione patrimoniale avrò quindi sottratto al compounding (capitalizzazione composta) € 1.300, nel caso del risparmio amministrato “soltanto” € 177,84.

La simulazione ovviamente non tiene in considerazione i costi di negoziazione che, per cifre meno cospicue possono avere un impatto anche importante.
Tuttavia per i patrimoni più significativi, pur non trattandosi di un costo propriamente detto, stiamo parlando di un onere fiscale  che sottrae, nel tempo, importanti risorse alla capitalizzazione composta. Non si può non tenerne conto:
sostanzialmente su archi temporali di breve/medio periodo il beneficio della compensazione fiscale tipico delle gestioni patrimoniali risulta vincente.
Ciononostante, su archi temporali pluriennali, sottrarre annualmente il costo fiscale al capitale investito implica una penalizzazione sui risultati finali.
Questa considerazione è tanto più vera quanto più è alto il rendimento atteso dal portafoglio:
sottrarre il prelievo fiscale dal capitale investito ogni anno distrugge il coumpounding nel lungo termine.

Conclusioni

Si misura l’intelligenza di un individuo dalla qualità d’incertezze che è capace di sopportare.

Immanuel Kant

Il fine di questo post non è quello di demonizzare nessun servizio e nessuno strumento: le gestioni Moneyfarm sono senza dubbio molto più funzionali di tante soluzioni flessibili dell’industria tradizionale.
Tuttavia bisogna porre attenzione all’eccessiva polarizzazione sugli estremi: bello/brutto, bianco/nero, consulenza tradizionale/consulenza indipendente, economico/costoso.

E’ certo vero che l’industria tradizionale spesso sforna prodotti idonei a far lievitare i bilanci delle società, piuttosto che i rendimenti dei clienti.
E’ altrettanto vero che “la caccia alle streghe” sta portando molti investitori a mettere il fattore “costi” avanti a tutto. 

E nella fretta di ridurre i costi si finisce per pagare di più e ricevere di meno in termini di servizio.

L’attenzione ai costi è un punto fondamentale nell’allocazione dei propri risparmi. Ma non può essere l’unico.
Non è detto che investire solo in etf a basso costo funzioni sempre e sia adatto a tutti.
E non significa che la gestione attiva sia condannata a fallire.
In generale la discussione tra gestione attiva e gestione passiva si è arroccata sull’una o sull’altra estremità.
E sono particolarmente agguerriti coloro che si oppongono con intransigenza all’investimento attivo.
Quindi va bene tutto purché sia a basso costo e “passivo”.

Battere il mercato deve essere difficile!
Le probabilità di riuscirci devono essere basse altrimenti tutti riuscirebbero e, così, non ci sarebbero più le opportunità. Perciò non ci si dovrebbe stupire tanto se la maggioranza dei fondi che provano a battere il mercato non ci riesca. Oltretutto, come abbiamo visto in questo post, la sovraperformance dei fondi attivi sugli etf è ciclica!

Ogni investitore, dunque, dovrebbe scegliere la sua strategia sulla base dei suoi obiettivi e non solo su una superficiale attenzione ai costi.
Volendo essere più specifici, l’obiettivo di ogni investitore è il rendimento con contenimento della volatilità.
Sappiamo che più allunghiamo l’orizzonte temporale, più aumentano le probabilità di successo. Con un portafoglio correttamente impostato si vince sempre purché si investa con un orizzonte di lungo termine.
Attenzione però: più si allunga l’orizzonte temporale maggiore è l’effetto negativo del prelievo fiscale (tipico delle gestioni patrimonali).

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3 Comments

  1. In un portafoglio non basilare può efficaciemente coesistere una corretta ripartizione del tipo di gestione, amministrata o gestita, in base ai singoli obiettivi. Sbagliato negli strumenti d’investimento (fondi attivi) demonizzare a priori i costi, anche decuplicati, di una gestione attiva contro una passiva quali gli ETF (circa 2% contro 0,20%), come poco efficiente non valorizzare il valore aggiunto di breve che una, corretta, consulenza possa dare in un campo da gioco, FISCALE, neutro quale il gestito nella parte a “gestione dinamica” del portafoglio, ad esempio oggi potrebbe essere il “satellite inflazione”: infatti poter fotografare le perdite a fine anno fiscale, senza alcuna capitalizzazione della stessa, in quanto non devo fare alcuna liquidazione rendendo anche neutro l’aspetto dei costi di transazione e tagliare quindi con tali minus la plus totale da tassare, se fatto in modo professionale ed oculato, non può essere ignorato e stigmatizzato… chiaramente qui il “vestito” alias portafoglio deve essere tagliato su misura e non generalizzato, senza contare che poi se all’interno della gestione patrimoniale riesco ad utilizzare fondi attivi in classe istituzionale forse, sempre il giusto ed equilibrato connubio tra capitalizzazione e neutralità fiscale, ad oggi potrebbe veramente essere pagante. Buona domenica

  2. Grazie David per condividere questi ottimi contenuti.

    1. 🤓 Grazie a te per il riscontro positivo Alessandro

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