RENDITA PASSIVA TASSO PRELIEVO

Internet è piena di fonti (più o meno autorevoli) che dispensano consigli e regole sulle corrette modalità di investimento. Non mancano certo indicazioni per far crescere nel tempo i propri risparmi: piani di accumulo, fondi pensione, lazy portfolio ecc…

Ma come fare per mettere “a reddito” un capitale già accumulato? E’ possibile ottenere una “rendita passiva finanziaria” decorosa  dai propri investimenti?

In questo post vedremo come utilizzare un capitale per alimentare una rendita periodica integrativa. In altre parole l’alternativa moderna alla cara vecchia cedola ormai introvabile.

I limiti delle proposte tradizionali

Prima di tutto partiamo esaminando le soluzioni tradizionali messe a disposizione dalla finanza e dall’industria del risparmio gestito:

  • Obbligazioni e titoli di stato:
    Come già anticipato, oggi la cedola periodica offerta dai “sicuri titoli di stato non può certo definirsi idonea alla costruzione di una rendita passiva. Rimanendo nella nostra Italia, il miglior risultato che si può ottenere è un misero 1,85% netto (puntando su una scadenza di 50 anni! approfondisci a questo link).
    Guardando oltre i confini nazionali, la situazione cambia di poco (in peggio ovviamente).
    La stessa Grecia offre rendimenti addirittura più bassi rispetto a quelli del Belpaese.
    Attenzione a pensare di “accontentarsi”: dietro a rendimenti così esigui si celano rischi molto più alti di quanto si possa immaginare (guarda il breve video sul rischio tasso);
  • Obbligazioni in valuta, ad alto rendimento e dei Paesi emergenti:
    Alzando l’asticella del rischio, la situazione certo diventa più appetibile.
    Possiamo trovare obbligazioni in lira turca con rendimenti che possono superare il 20%.
    In questi, però, casi il rischio valutario può compromettere irrimediabilmente il risultato (leggi il post di approfondimento sul rischio di cambio). Ad esempio, chi avesse deciso di investire 500.000 € in obbligazioni turche 10 anni fa oggi si ritroverebbe un capitale di € 130.000. Il grafico che segue mostra l’effetto della svalutazione valutaria della lira turca rispetto all’euro:
TRY / EUR

Per quanto si possa essere attenti nella diversificazione, il rischio che si corre perseguendo questo tipo di strategia è incalcolabile. Farsi abbagliare dai rendimenti elevati di obbligazioni emergenti, obbligazioni High Yield, obbligazioni in valuta significa andare incontro a perdita certa (ammesso che non si ricorra a soluzioni ampiamente diversificate come fondi ed etf);

  • Azioni ad alto dividendo:
    Investire in azioni con dividendi stabili è un’altra delle alternative relativamente semplici. Si tratta di selezionare società solide che offrono dividendi generosi, mantenerle in portafoglio e attendere l’accredito dei flussi periodici.
    Escludendo il fai da te, esistono etf a basso costo che offrono soluzioni ampiamente diversificate. Il grafico che segue mostra l’andamento di un etf azionario globale su società ad alto dividendo: 
ETF AZIONI ALTO DIVIDENDO

Alla data di pubblicazione di questo articolo, il rendimento da dividendi ammonta al 3,3% annuo (2,44% netto).
Oltre al rendimento, tuttavia, bisogna tener presente l’effetto delle oscillazioni di mercato sul capitale investito.
Nel caso in esame, nel primo trimestre 2020 il patrimonio avrebbe subito un ribasso di circa il 40%.
Gli ipotetici € 500.000 iniziali  sarebbero cioè diventati € 300.000.
Hai un’idea di quanto possa essere difficile mantenere i propositi di lungo termine quando le azioni crollano in queste proporzioni? 

Altro aspetto da considerare è l’inefficienza fiscale di questi strumenti.
Uno dei punti di forza di fondi ed etf è proprio la possibilità di compensazione fiscale delle compravendite interne al fondo: le plusvalenze e minusvalenze realizzate dal gestore nel corso della sua attività saranno compensate internamente. L’investitore pagherà la tassazione sull’effettivo guadagno soltanto al momento del disinvestimento.
La distribuzione dei dividendi, al contrario, è assimilata ad un “reddito da capitale”.
Questo significa che viene tassata al momento dell’accredito in conto corrente a prescindere dall’andamento dell’investimento sottostante. Quindi il dividendo viene tassato anche se al momento dell’accredito l’investimento presenta un valore in perdita.
In altre parole si finisce per pagare una doppia imposizione fiscale: al momento dell’accredito e nel momento in cui l’investimento sarà dismesso.

Le proposte del risparmio gestito

  • Fondi a cedola:
    L’industria del risparmio gestito si è da tempo attrezzata per soddisfare l’esigenza della “cedola” manifestata da molti investitori.
    A partire dal 2010 sono state lanciati i cosiddetti “fondi a cedola” che si prefiggevano il nobile intento di offrire una cedola stabile preservando il valore del capitale investito.
    Nascevano in quegli anni i cosiddetti fondi “multi-asset-income”: soluzioni bilanciate dove il gestore degli investimenti selezionava portafogli di titoli idonei a offrire cedole sostenibili nel tempo. In realtà sono pochi i fondi che, negli anni, hanno saputo raggiungere l’obiettivo (a questo link ne trovi una selezione).
    Inoltre questi strumenti presentano lo stesso svantaggio degli etf visti nel paragrafo precedente: l’inefficienza fiscale.
    La cedola distribuita da questi strumenti viene considerata reddito da capitale a tutti gli effetti e, quindi, soggetta a imposizione fiscale a prescindere dal valore del fondo (che potrebbe evidenziare anche una perdita rispetto al netto investito).
    Per la maggior parte dei fondi a cedola il capitale investito ha subito svalutazioni nell’ordine del 10 – 15% come nel caso riportato dal grafico:
FIDELITY GMAI
  • Fondi alternativi:
    Le recenti novità normative, hanno reso accessibile anche agli investitori privati soluzioni un tempo riservate esclusivamente ai grandi capitali.
    Tra queste il Private Debt rappresenta un’alternativa utile e ben diversificata idonea ad assicurare una cedola periodica. Si tratta di strumenti che selezionano obbligazioni e finanziamenti concessi a società non quotate e che riconoscono una cedola annua agli investitori. Al termine di vita dell’investimento (solitamente 6 – 7 anni) viene rimborsato un capitale rivalutato.
    Si tratta, inoltre, di strumenti che, in alcuni casi, godono del beneficio di esenzione dal pagamento delle imposte oltre a essere parzialmente protetti da garanzie pubbliche (ne parlo approfonditamente in questo post).

La soluzione evoluta

Eliminando il caso dell’investimento in singoli titoli (azionari od obbligazionari), le altre soluzioni presentate possono avere assolutamente senso purché se ne comprendano appieno rischi e benefici.

Tuttavia esiste una strategia efficiente, anche se concettualmente più complessa, che consente di ottenere una rendita periodica dai propri investimenti.

Si tratta del concetto del tasso di prelievo perpetuo (cd. perpetual withdrawl rate) cioè la quantità di denaro che si può prelevare da un patrimonio opportunamente investito senza intaccare il capitale originale.
Questo principio fu presentato  per la prima volta da William Bengen negli anni 90 che teorizzò la regola del 4%.

La regola del 4%: ieri e oggi

La regola del 4% è una regola empirica utilizzata per quantificare la percentuale di prelevamento dal patrimonio per vivere di rendita senza consumare il capitale.
Questa regola mira a fornire un reddito costante che consenta di mantenere lo stesso livello di reddito con il passare degli anni.

Il principio su cui si fonda, risiede nel fatto che i prelevamenti periodici vengono coperti dai rendimenti generati dal portafoglio sottostante.

Sostanzialmente si tratta di suddividere il portafoglio in varie attività di investimento, mantenendo una parte il liquidità. I prelevamenti verranno effettuati proprio sulla parte liquida che sarà periodicamente ricostituita con i rendimenti realizzati dal portafoglio e con l’attività di ribilanciamento.

Gli studi di Bengen analizzano il periodo che va dal 1926 al 1976 e  hanno dimostrato che non esistono casi in cui il prelevamento del 4% esaurisce il capitale su un arco temporale di 33 anni.

La domanda, a questo punto, sorge spontanea: “E’ possibile applicare la regola del 4% a un portafoglio moderno?”

I rendimenti futuri di un portafoglio diversificato (composto, cioè, da azioni, obbligazioni e beni reali) difficilmente eguaglieranno quelli dell’ultimo decennio.
I rendimenti delle obbligazioni oggi  sono, infatti, significativamente più bassi rispetto al periodo 1926 – 1976 e, ahimé, anche sulla parte azionaria sarà improbabile eguagliare i rendimenti del passato (in questo articolo ne spiego le motivazioni).

Un recente studio americano ha effettuato delle simulazioni stimando i tassi di prelievo sostenibili in relazione all’attuale livello dei rendimenti considerando un portafoglio 50% azioni / 50% obbligazioni:

TASSO DI PRELIEVO PERPETUO

La prima colonna in grassetto  indica il tasso di interesse obbligazionario al momento dell’attivazione del prelevamento, le colonne successive indicano, invece, le percentuali di successo dei rispettivi tassi di prelievo.

Individuando il caso pratico che ci interessa sarà tutto più semplice:
oggi i rendimenti obbligazionari sono inferiori al 3%. Vogliamo individuare un rendimento sostenibile per cui un tasso di prelevamento del 2,20% è quello che nel 90% delle ipotesi ha consentito di preservare il capitale iniziale.

Tre  importanti considerazioni:

  1. Si tratta di ipotesi che prevedono l’incremento del tasso di prelevamento in funzione della crescita dell’inflazione mantenendo intatta la rendita reale nel tempo;
  2. Trattandosi di “prelevamenti” e non di cedole, stiamo parlando di tassi netti (un 2,20% corrisponde circa ad un 3% lordo);
  3. In finanza non esistono certezze “ex-ante”. La definizione del tasso di prelevamento perpetuo non fa eccezione. 

E’ comunque certo che questa strategia sia di gran lunga più efficace e remunerativa rispetto a quelle viste in precedenza

contatta David Volpe

Quale portafoglio scegliere per un tasso di prelevamento più elevato?

Fino a qui abbiamo parlato di ipotesi su portafoglio equamente bilanciati tra azioni e obbligazioni.

Esistono portafogli in grado di offrire tassi di prelevamento più elevati?
Inoltre come individuare un portafoglio che possa conciliare prelevamenti e stabilità?

Infatti uno dei problemi più importanti da risolvere è proprio quello della volatilità: un brusco ribasso oltre che far perdere il sonno può portare ad abbandonare prematuramente un buon piano di investimento.
Abbiamo già analizzato il funzionamento di alcuni tra i più celebri Lazy Portfolio (Permanent , All Seasons, Golden Butterlfy, 60/40, Pinwheel, David Swensen).
Proprio a proposito di lazy portfolio esiste un sito americano che ha analizzato i tassi di prelevamento perpetuo per ognuno di essi. 
Questa immagine mostra in ordine decrescente i tassi di prelevamento perpetuo per ogni lazy portfolio (l’immagine contiene il link al sito).

TASSI PRELIEVO LAZY PORTFOLIO

Quella che ci interessa per la nostra analisi è la parte di destra. Il valore evidenziato in celeste mostra il tasso di prelevamento perpetuo per ognuno dei lazy portfolio analizzati (sull’arco temporale 1970 – 2021). Ad esempio il Golden Butterfly ha garantito un tasso di prelevamento perpetuo del 4,5%. Tutti i calcoli sono effettuati prendendo l’euro come valuta di riferimento. Il portafoglio “My Portfolio” è un “All Seasons” riadattato per l’investitore europeo (secondo le regole già viste nel post dedicato).

Prendendo proprio il caso dell’All Seasons riadattato per l’investitore europeo , con un tasso di prelevamento del 3,5% negli ultimi 20 anni questo portafoglio avrebbe dato questi risultati:

PORTAFOGLIO ALL SEASONS RENDITA PASSIVA

Oltre alla rivalutazione nel tempo, è importante considerare i ribassi massimi registrati dal portafoglio:

  • 2008: -25%;
  • 2016: -10%;
  • 2020: -10% (a fronte del -40% dell’etf su azioni ad alto dividendo).

Come impostare un corretto tasso di prelevamento

Ovviamente è impossibile dare soluzioni generiche. Tuttavia possiamo individuare due semplici regole generali:

  1. Inserire nel portafoglio una parte di liquidità tale da coprire i tassi di prelevamento per i primi 2 anni:
    I ribassi di mercato possono avere un impatto esponenzialmente più alto qualora si verifichino nei primi anni del piano: andando a prelevare da un capitale ridotto dall’effetto mercato, se ne pregiudicherebbero le potenzialità di sfruttare i rialzi nei periodi successivi. Inserire la liquidità come asset strategico consentirà di evitare di prelevare dagli asset eventualmente colpiti dai ribassi proprio nei primi anni;
  2. Impostare un tasso di prelevamento più basso da incrementare nel tempo:
    La ragione è la medesima del punto precedente.

Conclusioni

Se fai le cose che hai sempre fatto, arriverai dove sei già arrivato

Antony Robbins

Nel 1970 nel suo “L’investitore intelligente” Benjamin Graham scriveva: “La vecchia combinazione di buone possibilità di profitto unite ad un rischio moderato non è più possibile“.
Al tempo i rendimenti dei titoli di stato viaggiavano tra il 5 e il 7%.
Chissà cosa direbbe Graham oggi….

Non esiste più una soluzione semplice e “sicura” che consenta di realizzare i propri obiettivi di rendimento. Questo vale sia per l’investitore nella fase di accumulo che per quello nella fase di decumulo, cioè alla ricerca di una rendita passiva dai propri investimenti.

Non ci sono controindicazioni particolari a utilizzare strumenti specifici (etf ad alto dividendo, obbligazioni singole, fondi alternativi) a “distribuzione dei proventi”, purché lo si faccia per una parte contenuta del patrimonio (5%). 
Per la rimanente e più importante parte, un portafoglio diversificato che contempli le varie asset class è l’unica soluzione sensata: diversificazione, efficienza fiscale e contenimento dei ribassi sono le caratteristiche che creeranno un portafoglio vincente.

Sarà importante sentirsi a proprio agio con questo portafoglio, cioè comprenderne il funzionamento e condividere le potenzialità delle varie asset class combinate.
La diversificazione, infatti, non necessariamente dà i suoi frutti nel breve, ma lavora alla grande nel medio lungo termine rendendo l’investimento un processo in cui si vince sempre nei tempi giusti.
Quindi anche un portafoglio ben diversificato potrà “deludere le aspettative” nel breve termine.
Averne compreso il funzionamento ti aiuterà a non perdere la fiducia e a mantenere la disciplina per raggiungere i tuoi obiettivi di lungo termine
Impara quindi a pensare ad un portafoglio “da amare”.

Leggi anche:

Millennials: 4 regole per diventare furbi e costruire la vostra libertà finanziaria;

Focus sul crowdfunding immobiliare;

Come trasformare i tuoi soldi in felicità;

Rendita passiva: cosa è e come crearla realmente;

I dati che devi conoscere per costruire la tua rendita passiva.

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6 Comments

  1. Domanda: per rigenerare liquidità per compensare il prelievo presumo siano liquidate posizioni in guadagno, pertanto soggette al reddito da capitale, giusto? In ragione di ciò non vengo tassato al momento del preliavo della liquidità, ma quando la genero ex-novo , se ho ben interpretato. Come sempre grazie per il Tuo immenso contributo che generosamente ci offri a costo zero ! Buona domenica

    1. Corretto Luca:
      La rigenerazione della liqudità avverrà tramite l’attività di ribilanciamento periodico.
      Il ribilanciamento presuppone una liquidazione di parte delle posizioni in guadagno che saranno soggette ad imposizione fiscale come giustamente osservi.
      Questo sistema è di gran lunga più efficiente della distribuzione di dividendi (da fondi o etf): la tassazione si applica all’effettiva plusvalenza mentre il “provento” viene tassato nella sua interezza a prescindere dall’andamento dello strumento sottostante.
      Con il “prelevamento” la tassazione viene ridotta e, soprattutto, posticipata: il capitale resta investito al lordo (fatto salvo l’effettiva tassazione della plusvalenza sulla parte ribilanciata).
      Cerco di esemplificare ipotizzando un caso pratico di dividendo e prelevamento del 3%:

      Un dividendo del 3% (di un fondo o di un etf) viene interamente tassato all’atto della distribuzione;

      Il prelevamento è esentasse. L’attività di ribilanciamento per ricostituire il 3% prelevato sarà tassata solo sulla parte che ha generato effettiva plusvalenza.

      1. Il mio riferimento è proprio a questa parte:”(fatto salvo l’effettiva tassazione della plusvalenza sulla parte ribilanciata)”, preso atto che liquido sulla parte in plusvalenza, quindi pago la tassazione prevista sulla liquidazione e poi mi appoggio quella parte già tassata, nella liquidità in attesa del prelevamento. Sul prelevamento poi non mi applicano alcuna tassazione, ma sulla precedente liquidazione ho già pagato la plus che equivale più o meno alla tassazione della cedola. Sottolineo che non mi piacciono i fondi a cedola, però oggi alcune case d’investimento hanno ottimizzato la tassazione solo sulla parte di effettivo provento, ovvero il reddito che nel periodo il portafoglio ha generato, se distribuiscono capitale non lo tassano, almeno così dichiarano, ma poi chiaramente non si deve dimenticare che tale sistema rimane inefficiente perché il reddito generato dal portafoglio è alienato dalla commissione di gestione, molto spesso ben superiore all’ income distribuito…

        1. Luca, sull’”…equivale più o meno alla tassazione della cedola” non mi trovi d’accordo.
          Ti porto la mia evidenza.

          FONDO/ETF A DISTRIBUZIONE:
          Poniamo che tu abbia investito € 10.000 nel fondo/etf X con quota € 10 (dunque 1.000 quote). Mettiamo che questo fondo X distribuisca dopo un anno un provento del 5% cioè € 500. La tassazione sarà di 500 x 26% = € 130.

          RIBILANCIAMENTO:
          Poniamo che tu abbia investito gli stessi € 10.000 nel fondo/etf x con quota € 10 (dunque sempre 1.000 quote). Mettiamo che dopo un anno il fondo abbia realizzato un guadagno del 5% (quindi € 500. La quota sarà cioè passata da € 10 ad € 10,5) e che tu debba ribilanciare.
          Venderai un totale lordo di € 500. Cioè venderai 47,62 quote (500 / 10,5). Il guadagno complessivo sarà pari a 0,5 (guadagno per singola quota) x 47,62 = € 23,81. La tassazione sarà di 23,81 x 26% = 6,19

          In termini di efficienza fiscale Nel primo caso hai sottratto € 130 alla Capitalizzazione Composta Nel secondo caso “solo” 6,19.

          Se è vero che ci sono case di gestione che cercano di rendere il processo di distribuzione delle cedole più efficienti, gli strumenti a cedola difficilmente possono rappresentare una modalità di Asset Allocation Strategica (IMHO).

  2. Buongiorno David, e grazie per l’articolo davvero interessante.
    Volevo porti una domanda: in alternativa alla strategia del decumulo, che ne pensi della conversione in rendita vitalizia immediata del montante accumulato, mediante la stipula di una polizza assicurativa a premio unico?
    Un caro saluto.

    1. Buongiorno Gianfranco,
      le polizze che riconoscono rendite vitalizie sono una soluzione da tenere in considerazione.
      Penso, ad esempio, al caso pratico più frequente: la conversione in rendita del montante accumulato su un fondo pensione.
      Le questioni da considerare al riguardo sono 2:

      1) Il coefficiente di conversione in rendita: quanto riceverò come rendita vitalizia? Se si tratta di rendite ragionevolmente competitive con quelle che si possono ottenere con una strategia di decumulo (3, 4%) vale assolutamente la pena tenere in considerazione la soluzione. L’idea è proprio quella di “trasferire” il rischio alla compagnia (sarà lei a “vedersela” con i mercati ed io sarò esonerato dal gestirne i capricci). Osservo che le due strategie possono anche essere abbinate (ovviamente in funzione del patrimonio complessivo a disposizione);

      2) Il costo di conversione in rendita: la compagnia assicurativa, applica un costo percentuale sul montante accumulato. Questo costo può essere anche significativo (varia da compagnia a compagnia). Questo secondo punto merita un’attenta valutazione.

      Un caro saluto.

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