E' giusto inserire bitcoin in portafoglio?

Da oscuro esperimento digitale a vera e propria asset class investibile: il bitcoin e, più in generale, il mondo delle criptovalute, rappresentano uno degli strumenti più discussi e controversi del panorama finanziario globale.
Per molti il bitcoin rispecchia l’inizio di una nuova era monetaria, per tanti altri soltanto una bolla pronta a esplodere.

Tra entusiasmo e scetticismo sorge una domanda cruciale per chi deve gestire un portafoglio di investimento:  ha senso inserire il bitcoin nell’asset allocation?
In questo articolo analizzeremo le caratteristiche essenziali della regina delle criptovalute per valutarne il potenziale ruolo come strumento di diversificazione:

Il bitcoin può svolgere davvero il ruolo di “oro digitale”?

Quali sono i rischi e i potenziali benefici dell’inserimento del bitcoin in portafoglio?

Proviamo a dare una risposta a queste domande e a capire se e come il bitcoin possa rappresentare una fonte di diversificazione in un mondo sempre più incerto.

Cos’è il bitcoin?

Per dare una definizione tecnica corretta e completa sarebbe necessario un esperto di criptovalute (e, ahimé, io non lo sono) e un intero articolo di approfondimento dedicato.
Ci soffermeremo, quindi, sugli aspetti fondamentali, focalizzandoci soltanto sull’utilizzo del bitcoin come asset class.

Il bitcoin è una cosiddetta criptovaluta ideata nel 2008 da un personaggio conosciuto con lo pseudonimo di Satoshi Nakamoto. Chi e quante persone si nascondano dietro a questo pseudonimo è tuttora un mistero.

Satoshi Nakamoto FOTO
Una improbabile foto di Satoshi Nakamoto

Con il termine “criptovaluta” si intende una moneta come l’euro e il dollaro che però non esiste in forma fisica (banconote e monete) ma soltanto in forma digitale, cioè come scambio di dati tra computer.

Gli elementi distintivi che ci interessano per le nostre valutazioni sono due:

  • Indipendenza dai sistemi finanziari tradizionali
    Le valute tradizionali vengono emesse e controllate dai governi e dalle banche centrali.
    Stati e banche regolano la quantità di moneta in circolazione. Un eccesso di moneta nel corso del tempo può essere causa di inflazione (e, quindi, di svalutazione del denaro tradizionale).
    La quantità di bitcoin in circolazione è invece regolata esclusivamente sulla base dell’algoritmo inventato da Satoshi Nakamoto.
    Si tratta di un processo immodificabile che periodicamente (ogni 4 anni circa), in modo automatico, riduce la quantità di nuovi bitcoin creabili fissando un quantitativo massimo che non è superabile (21 milioni di pezzi). E questa particolarità ci porta direttamente al secondo elemento distintivo;
  • Scarsità
    Il bitcoin è scarso esattamente come l’oro. L’oro è scarso a livello fisico perché non può essere creato artificialmente: la sua quantità è limitata. Il bitcoin è scarso a livello digitale: la produzione si riduce nel tempo fino a raggiungere il quantitativo massimo non superabile.

Queste due caratteristiche rendono il bitcoin  una potenziale riserva di valore cioè un asset class capace di apprezzarsi nel tempo e fornire una difesa contro inflazione e svalutazione delle valute tradizionali.
Per capire meglio questo concetto proviamo a fare un’analogia con l’oro:
il nobile metallo è stato accettato da tutte le civiltà come prima forma di moneta, senza l’imposizione da parte di nessuna autorità centrale (come governi e banche centrali).
Per secoli è stata la moneta di maggior successo e ha dato il via allo sviluppo di tutti i sistemi monetari. Nel corso del tempo è stato poi superato e sostituito negli scambi da forme di moneta più sofisticate senza, per questo, diventare obsoleto.
Quello che è accaduto nel corso dei secoli all’oro fisico sta accadendo al bitcoin, che potrebbe diventare una riserva di valore come l’oro (il condizionale è d’obbligo). Non a caso, si fa riferimento a questa asset class come oro digitale.

Bitcoin: andamento nel tempo

Abbiamo visto quali sono i tratti distintivi del bitcoin, ma qual è stata la resa del bitcoin dal suo lancio?

Siamo istintivamente portati a identificare l’azionario statunitense e il Nasdaq come le asset class più performanti. A dire il vero le performance messe a segno dal bitcoin fanno letteralmente impallidire qualsiasi altra asset class:

Bitcoin - grafico storico
Performance Bitcoin – Fonte: Koyfin

La performance annua (CAGR)  del bitcoin è stata del 160% circa (annua: hai letto bene).
Questo rende difficile un confronto di lungo periodo con indici come  S&P500 e Nasdaq: il divario è tale che le due asset class azionarie assumerebbero le sembianze di una linea orizzontale insignificante.

Attenzione però, perché  a fronte di queste performance stellari, i ribassi sono stati altrettanto spettacolari:

Bitcoin - ribassi massimi
Bitcoin: ribassi massimi – Fonte: Koyfin

Il ribasso massimo del bitcoin si è verificato nel 2012 ed è stato del 93%.
Quindi attenzione a considerare il bitcoin come un asset rifugio o una valuta che offre protezione: il rischio potenziale è quello di incorrere in una perdita pressoché integrale del capitale investito.
L’andamento del prezzo del bitcoin segue dinamiche molto diverse rispetto a quelle delle valute tradizionali. Non essendoci un organo centrale (banca o governo) che ne regola l’emissione e la quantità circolante, il prezzo del bitcoin è stabilito soltanto dal mercato, cioè dall’incontro della domanda e dell’offerta.
Proprio per questo il prezzo del bitcoin è soggetto a sbalzi repentini e violenti (cioè è molto volatile): quando compratori e venditori tentano di mettere a fuoco il valore di un bene così controverso come il bitcoin il processo di formazione dei prezzi (che sono il punto di incontro tra chi compra e chi vende) sarà altrettanto controverso.

Uno studio sul bitcoin: gli effetti in un portafoglio diversificato

Un recente studio redatto da Etc group (società attiva nella gestione di Etf su criptovalute) e Macro Hive (società di ricerca indipendente che fornisce analisi a società del calibro di JP Morgan e Bank Of America) ha analizzato l’impatto dell’inserimento di una piccola percentuale di criptovalute in un portafoglio diversificato.
Partendo da un portafoglio composto da azioni globali, azioni emergenti, obbligazioni europee, oro e materie prime,  viene testato il contributo dell’inserimento di criptovalute in percentuale variabile dall’1 al 5% nel periodo che va dal 2010 al 2023.

Secondo lo studio (consultabile a questo link anche nella versione in italiano), l’inserimento di una dose “omeopatica” di criptovalute  migliora le performance del portafoglio senza particolare aggravio di rischio.
Questi sono i risultati per l’inserimento di criptovalute fino a un massimo del 5%:

Bitcoin impatto su portafoglio - Backtest Etc Group
Bitcoin: impatto su portafoglio diversificato – Fonte: Etc Group/Macro Hive

La prima colonna mostra il portafoglio senza criptovalute. Scorrendo verso destra ci sono i risultati con l’inserimento di una percentuale crescente di criptovalute.
Inserire l’1% di criptovalute ha contribuito a incrementare la performance annua (CAGR) senza un aggravio significativo in termini di aumento della volatilità e di ribasso massimo (drawdown massimo).
Via via che aumenta la percentuale di criptovalute è vero che aumenta il rendimento ma il costo è un aumento anche significativo della rischiosità del portafoglio (in termini di volatilità e ribasso massimo).

Riflessioni sull’analisi di Etc Group e Macro Hive

Un elemento da considerare per chi sta valutando l’inserimento di bitcoin o, più in generale, di criptovalute, all’interno del portafoglio è l’onerosità che ne deriva in termini di ribilanciamento.
Abbiamo visto come il bitcoin sia soggetto a bruschi movimenti al rialzo e ribassi repentini ben superiori a quelle delle asset class tradizionali. Dopo un rialzo significativo, senza un’adeguata manutenzione, il peso che il bitcoin avrà assunto all’interno del portafoglio sarà ben superiore all’1% stabilito. A questo punto il portafoglio sarà esposto a drawdown più profondi al successivo movimento al ribasso della criptovaluta (perchè impatterà su una porzione superiore all’1%).
I dati visti nel paragrafo precedente si riferiscono a un ribilanciamento trimestrale.
Impostando un ribilanciamento annuale i risultati cambiano profondamente: 

Bitcoin impatto su portafoglio - Backtest Etc group ribilanciamento annuale
Bitcoin: impatto su portafoglio diversificato – Fonte: Etc Group/Macro Hive

Come puoi vedere con un solo ribilanciamento annuo, ribasso massimo e  volatilità aumentano in modo rilevante anche aggiungendo solo l’1% di criptovalute.
L’altro aspetto da considerare è che questo studio non si limita a considerare il bitcoin, ma fa riferimento all’inserimento di un paniere di criptovalute (tramite l’utilizzo di un Etc diversificato).

Acquista il libro di David Volpe "Il sentiero dell'investitore"

Bitcoin in portafoglio – un backtest artigianale

Proviamo allora a effettuare lo stesso esercizio fatto dallo studio di Etc Group simulando l’inserimento di una piccola percentuale di bitcoin all’interno di un portafoglio 40/60 (40 azioni, 60 obbligazioni – l’esatto contrario del portafoglio 60/40).
E’ stata utilizzata una combinazione di due sole asset class per cercare di capire rischi e benefici derivanti dal solo inserimento del bitcoin senza la contaminazione di altre asset class.
Quindi un portafoglio 40/60 è stato confrontato con un portafoglio 39/1/60 (visto che il bitcoin, per la sua volatilità, può essere interpretato come  asset rischioso, è stato inserito riducendo di pari peso l’esposizione azionaria). Per l’attività di ribilanciamento, invece, è stata scelta una periodicità trimestrale.

portafoglio bilanciato vs portafoglio bilanciato 1% bitcoin

Questi sono i risultati per il periodo che va da gennaio 2009 a dicembre 2023:

Metriche portafoglio bilanciato 1% bitcoin
Portafoglio 40/60 vs portafoglio 39/1/60 – Fonte: Lazy Portfolio Etf

Il backtest conferma le conclusioni della precedente analisi: l’inserimento dell’1% di bitcoin migliora la performance complessiva senza un aggravio significativo del rischio. Nonostante nel periodo esaminato il bitcoin abbia sofferto crolli di oltre il 90%, volatilità e ribasso massimo del portafoglio restano, tutto sommato, molto simili a quelli del portafoglio senza bitcoin.
Emerge, inoltre, che su periodi più brevi (5 anni) il contributo alla performance del bitcoin è, talvolta, stato significativo: nel peggiore dei quinquenni maturati tra il 2009 e il 2023, il portafoglio con bitcoin ha ottenuto un rendimento annuo comunque superiore rispetto all’omologa asset allocation senza bitcoin. Ma, soprattutto, nel migliore dei quinquenni il divario di performance è importante: 16,98% a fronte di un 9,60% per il portafoglio senza bitcoin.
Ricordiamoci sempre che i backtest raccontano soltanto una parte della storia: il miglioramento delle performance ottenuto con l’inserimento del bitcoin non dovrebbe sorprendere più di tanto. Inserendo in un portafoglio una qualsiasi asset class che ha ottenuto rendimenti astronomici, è naturale che migliori il risultato.
Se c’è un aspetto degno di nota, è il fatto che i ribassi drammatici del bitcoin hanno avuto conseguenze trascurabili sul portafoglio.

Allora piuttosto che fare affidamento soltanto su un backtest o su uno studio focalizzato su un periodo particolarmente favorevole alla regina delle criptovalute, cerchiamo di capire perché valutare l’inserimento del bitcoin in portafoglio.

LEGGI E SCARICA L'ESTRATTO DEL MIO LIBRO

Due veri motivi per cui valutare l’inserimento del bitcoin

Quando si pensa ai benefici dell’inserimento del bitcoin in portafoglio si parte spesso dal presupposto che la sua corsa al rialzo sia, probabilmente, destinata a continuare.

C’è chi sostiene che l’halving darà un impulso al rialzo delle quotazioni del bitcoin. La produzione di nuovi bitcoin si riduce nel tempo: ogni 4 anni il quantitativo di nuovi bitcoin che possono essere emessi si dimezza. Questo processo di dimezzamento viene definito, appunto, halving.
L’halving è il processo automatico che periodicamente (più o meno ogni 4 anni), dimezza il quantitativo di nuovi bitcoin che possono essere emessi e, in passato, è coinciso con un aumento delle quotazioni (anche se, questa volta, potrebbe non essere così).

Secondo altri, l’approvazione degli Etf sul bitcoin avrebbe segnato una pietra miliare nella storia della criptovaluta: a gennaio del 2024 la SEC (l’equivalente statunitense della Consob) ha ufficialmente approvato gli Etf sul bitcoin. Il bitcoin è diventato, in tutti i sensi, una asset class investibile e i portafogli di grandi e piccoli investitori prevederanno, nel tempo, un’allocazione, seppur modesta, al bitcoin.
La domanda sarebbe, perciò, destinata ad aumentare a fronte di un’offerta condannata a ridursi fino a interrompersi. Ciò porrebbe le basi per un potenziale forte rialzo della quotazione.

Si tratta di considerazioni condivisibili, tuttavia la valutazione dell’eventuale inserimento di bitcoin in portafoglio non dovrebbe limitarsi alla banale ricerca di rendimento.
Le ragioni per cui considerare l’utilizzo del bitcoin e delle criptovalute hanno piuttosto a che fare con i benefici che ne possono derivare in termini di contributo alla diversificazione del portafoglio.

Vediamo allora più in dettaglio in che modo il bitcoin possa migliorare la diversificazione.

Evoluzione della correlazione e potenziale diversificazione

Molti appassionati e studiosi di bitcoin spesso sottolineano la scarsa correlazione con le asset class principali (azioni e obbligazioni). “Correlazione scarsa” significa che un asset class si muove in modo indipendente o, addirittura, contrapposto rispetto a un’altra. 
La conclusione è che l’inserimento di bitcoin in un qualsiasi portafoglio diversificato ne migliorerebbe l’efficienza.
A dire la verità la mia impressione (da profano delle criptovalute 🙏) è che un po’ di correlazione con le azioni ci sia.
Questo grafico confronta bitcoin e Nasdaq:

Correlazione Bitcoin - Nasdaq
Bitcoin vs Nasdaq – Fonte: Tradingview

Negli ultimi anni il bitcoin sembra si sia mosso in tandem con ill settore tecnologico.
Dunque, sulla base del passato, non ci sarebbe tutta questa utilità ai fini della diversificazione.

Vale comunque la pena riflettere su questo tema. Questa correlazione positiva (bitcoin e azioni che si muovono nella stessa direzione senza beneficio per la diversificazione) può essere motivata dall’affinità nelle preferenze degli investitori: gli investitori del bitcoin sono gli stessi che operano nei mercati azionari e, soprattutto, nella tecnologia e nei settori ad alta crescita (growth).
Questo spiegherebbe i movimenti simili delle due asset class: quando questi investitori riducono il rischio, vendono sia azioni che bitcoin.
Il bitcoin è, a tutti gli effetti, percepito come un asset class speculativa quindi beneficia dei flussi di capitale in cerca di rendimento nelle fasi di ottimismo e soffre per le vendite nelle fasi di pessimismo quando gli investitori fuggono dal rischio. Sono le stesse dinamiche che muovono i prezzi delle azioni tecnologiche nel breve periodo.

Nonostante finora la correlazione con gli asset rischiosi sia positiva, c’è un argomento interessante da sviluppare:
il bitcoin, data la sua unicità, potrebbe non essere permanentemente legato all’andamento delle azioni. Il legame con i mercati azionari potrebbe cambiare per alcuni motivi:

  1. Maturazione del mercato:
    Mano a mano che il mercato delle criptovalute si evolve, la base degli investitori potrebbe diversificarsi. In questo senso l’autorizzazione da parte dell’autorità di regolamentazione americana (la SEC) al lancio degli Etf sul bitcoin rappresenta un passaggio epocale: gli investitori istituzionali che hanno un approccio diverso rispetto agli speculatori, è uno dei fattori che potrebbe modificare le correlazioni del bitcoin rispetto al mercato azionario;
  2. Evoluzione come asset class:
    Se il bitcoin venisse progressivamente davvero percepito come “oro digitale”, cambierebbe la sua correlazione con le asset class tradizionali, soprattutto in contesti di stress del mercato (crisi economiche o crisi inflative).
    Fondamentalmente se la percezione cambiasse e il bitcoin iniziasse ad essere visto come potenziale protezione contro l’inflazione (data la sua natura di scarsità), la sua correlazione con il mercato azionario potrebbe invertirsi migliorandone la funzione diversificativa;
  3. Shock esterni:
    I cambiamenti nell’economia, nelle politiche dei governi e in quelle delle banche centrali potrebbero far cambiare la percezione del bitcoin rendendolo una protezione contro l’inflazione o una valuta alternativa a quelle ufficiali.

Alla luce di queste considerazioni, inserire bitcoin in un portafoglio, dunque, non rappresenta soltanto una scommessa sulla potenziale replica delle sue impressionanti performance ma, piuttosto, una scelta di diversificazione.
La possibilità che il suo comportamento si distacchi dagli asset tradizionali è concreta, come il beneficio che ne potrebbe derivare in termini di diversificazione di lungo termine.

Ma adesso andiamo ad approfondire il più interessante dei tre aspetti appena esaminati: il terzo.

Il tema dell’aumento del debito

Non passa giorno in cui non si senta parlare del tema del debito pubblico e di quanto sia importante mantenerlo sotto controllo. Si tratta di un problema che non riguarda soltanto il nostro paese ma tutta l’economia globale.

Questa immagine mostra l’andamento del debito globale:

La linea rossa mostra la crescita del debito globale espressa  in dollari, mentre la linea blu indica l’andamento del debito rispetto al PIL globale.
Finché viene utilizzato per aumentare la produttività dei paesi (cioè la loro capacità di produrre beni, servizi e creare ricchezza), il debito non è un problema. Quando, però, all’aumento del debito non corrisponde un adeguato incremento della produttività il problema c’è eccome.
E’ quello che viene evidenziato, appunto, dalla linea blu che punta verso l’alto. Con l’emergenza legata al Covid il debito globale è esploso e, dopo un’iniziale ridimensionamento, ha ripreso a salire.

Osservando la crescita del debito pubblico nella principale economia mondiale, gli Stati Uniti, la situazione appare forse ancora più preoccupante. Negli ultimi 5 anni il debito pubblico statunitense è cresciuto del 59%:

Crescita debito pubblico USA
Crescita debito pubblico statunitense – Fonte: Creative Planning

Una larga parte di questo aumento è avvenuta durante il covid, quando il governo USA ha fronteggiato l’emergenza con una serie di stimoli e sussidi pubblici per scongiurare una depressione economica. Questo è ragionevole: quando l’economia è in difficoltà lo stato interviene per stimolarne la ripresa. Quando l’economia riprende a crescere, lo stato rimuove gli stimoli e si preoccupa di ridurre il debito. L’aspetto controverso è che l’economia USA va a gonfie vele ormai da oltre 4 anni ma il debito continua a crescere.

Quali sono le conseguenze di un aumento incontrollato del debito globale?
Non è così semplice quantificarle (potrebbe essere argomento di un prossimo post 🤓) quel che è certo e che non sono affatto positive: crisi di fiducia sulla sostenibilità del debito, crisi inflative, crisi valutarie, crisi sociali… Il comune denominatore resta sempre “crisi” con cui dovranno confrontarsi le economie occidentali.

Il vero problema, in realtà, non è tanto l’incombere di una “crisi del debito” , quanto, piuttosto, il totale disinteressamento al problema da parte dei decisori politici.
Economia e mercati sono sempre stati capaci di riprendersi per la volontà comune a tutti gli individui di sistemare le cose: qualunque sia il contributo che possono dare alla collettività ,le persone hanno un forte incentivo a risolvere i problemi e a lavorare per garantirsi un tenore di vita sempre più alto. Questo è l’incentivo che muove il mondo e fa superare anche le crisi più profonde (ne abbiamo parlato in questo articolo).
Per quanto riguarda il debito pubblico sembra non esserci nessuna volontà, non solo di risolvere, ma neppure di affrontare il problema. Qualunque sia la forza politica al governo, il vero incentivo è quello di ottenere e mantenere il consenso degli elettori: chi chiede maggiore assistenza sociale e sanitaria, chi vuole un adeguato trattamento pensionistico, chi cerca sussidi per aprire un’attività in proprio. I decisori politici sono ricompensati con il voto degli elettori in funzione di quanto spendono per soddisfare queste esigenze.
Meno spendono (nel tentativo di porre un freno alla crescita del debito), meno consenso avranno dagli elettori. Allo stesso tempo non ci sarà nessuna recriminazione per non essersi preoccupati di ridurre il debito. Il problema sarà gestito da chi li succederà tra 3, 5, 10, 20, 50 anni, chissà.
Presidenti, capi di governo, esponenti politici agiscono secondo il proprio interesse e le circostanze del momento, lasciando ai loro successori l’onere di pagare il conto della mole di debito accumulata negli anni.

Come si gestisce il rischio di una potenziale crisi del debito?

L’aumento “incontrollato” del debito pubblico e la totale mancanza di volontà politica di affrontare seriamente questo problema, pone la questione di dover fronteggiare un potenziale rischio sistemico per il quale non abbiamo grandi precedenti storici.
Le crisi del debito sono eventi estremamente rari ma potenzialmente devastanti. E’ quindi necessario un approccio che non può basarsi solo sui modelli tradizionali perché semplicemente non esistono precedenti affidabili a cui fare riferimento.
Quando ci troviamo di fronte a un potenziale rischio “non noto” al di fuori dei consueti modelli di rischio, l’unica soluzione percorribile è quella di affidarsi al buonsenso e alla diversificazione del portafoglio.
L’introduzione di asset alternativi e scarsamente correlati con le valute tradizionali (cosiddette FIAT) diventa una scelta speculativamente prudente.
Il bitcoin, per la sua caratteristica di scarsità, rappresenta la nuova asset class con cui gestire il potenziale rischio che l’aumento incontrollato del debito possa trasformarsi, chissà quando, in una crisi di proporzioni non quantificabili.
Integrare bitcoin, seppur in modesta quantità, in un portafoglio che già comprenda altri asset reali (come oro, obbligazioni indicizzate all’inflazione e reit) significa adottare una migliore  strategia di gestione del rischio.
Ovviamente questa soluzione non è priva di incertezze: non ci è dato sapere se il bitcoin fungerà da ancora di salvezza in uno scenario di crisi del debito non backtestabile. Tuttavia, un utilizzo consapevole e oculato di criptovalute serve ad aumentare le probabilità che il portafoglio sia in grado di rispondere meglio a shock inattesi.

contatta David Volpe

Quanto bitcoin in portafoglio?

Quando pensiamo a un’allocazione “ideale” del bitcoin, dobbiamo avere ben presenti alcuni importanti aspetti:

  1. E’ un asset class estremamente volatile:
    Abbiamo visto come il bitcoin sia stato capace di perdere il 93% del suo valore. Anche escludendo i tracolli più drammatici, ribassi tra il 40 e il 50% sono all’ordine del giorno;
  2. E’ un asset class di cui sappiamo molto molto poco:
    Puntualmente ci troviamo a stupirci delle reazioni inattese di azioni e obbligazioni in contesti più o meno particolari. Nonostante la disponibilità di oltre 100 anni di storia di queste due asset class, ancora oggi dobbiamo riconoscere le nostre lacune nella comprensione del loro comportamento.
    Il bitcoin esiste da poco più di 16 anni: non siamo nemmeno in grado di immaginare come potrebbe evolvere questa asset class (nel bene e nel male);

La prima preoccupazione, quindi, dovrebbe essere quella di assicurarsi che un crollo delle quotazioni o un fallimento del progetto non comprometta le performance del portafoglio.

Questa tabella mostra i ribassi massimi di un portafoglio 60/40 integrato con una percentuale di bitcoin crescente (dall’ 1 al 9%).
Per ogni percentuale è indicato il ribasso massimo aggiuntivo rispetto al portafoglio senza bitcoin.
Per la nostra utilità consideriamo soltanto gli istogrammi blu:

Portafoglio 60/40 + bitcoin - ribassi massimi
Ribassi massimi in funzione dell’allocazione al bitcoin – Fonte: Wisdomtree

Una percentuale dell’1% avrebbe aggravato il ribasso massimo del portafoglio 60/40 dell’1% circa. Con una percentuale del 9% il drawdown sarebbe incrementato del 9%. Del resto si tratta di risultati abbastanza scontati visto che la perdita massima subita dal bitcoin si attesta al 93%.

Una percentuale tra l’1 e il 2% é quella che, probabilmente, più si avvicina ad essere l’esposizione ideale a questa valuta alternativa. Su questi livelli di esposizione anche una perdita totale non avrebbe effetti drammatici.
Anche per i profili più aggressivi andare oltre il 5% si avvicina più a una scommessa che non a una decisione di investimento ponderata.
In ogni caso la scelta della percentuale dipende molto dal profilo di rischio dell’investitore e dall’orizzonte temporale.

Per chi ha una tolleranza al rischio elevata (quella vera, che si misura durante i mercati ribassisti), piuttosto che incrementare l’allocazione oltre il 5%, la scelta dinamica potrebbe essere quella di non ribilanciare il bitcoin e considerare il capitale investito nella criptovaluta come un portafoglio indipendente.
L’assenza di ribilanciamento consentirebbe alla porzione di portafoglio dedicata al bitcoin di muoversi liberamente. L’allocazione iniziale potrebbe quindi salire notevolmente per via dell’”attitudine”  a produrre performance elevate da parte di questa asset class.
La ponderazione iniziale aumenterebbe, quindi, significativamente, con un beneficio in termini di rendimento, ma anche con un aumento significativo della volatilità: in assenza di ribilanciamento una parte dell’asset allocation, potenzialmente sempre più importante, sarebbe esposta ai ribassi profondi che caratterizzano il bitcoin.

Avvertenze finali

Abbiamo già sottolineato che la volatilità eccezionalmente alta fa del bitcoin un asset class non adatta a tutti i profili di investitore.
Abbiamo anche evidenziato che, oggettivamente, sappiamo ancora ben poco del bitcoin e delle criptovalute in generale vista la loro giovane età.

Ci sono anche altri fattori importanti che è bene avere ben chiari prima di valutare se inserire o meno bitcoin nell’asset allocation:

  • Complicazione in termini di manutenzione del portafoglio.
    Chi gestisce un portafoglio reale (i backtest non valgono!😅) sa bene che il ribilanciamento è un’attività semplice in teoria, ma molto meno in pratica. Più strumenti si inseriscono nell’asset allocation, più difficile diventa gestirne l’interazione.
    Tanto più un asset class è volatile tanto maggiore è la complicazione per via delle sollecitazioni emotive che ne derivano e per l’effettiva necessità pratica di ribilanciare con maggiore frequenza (come abbiamo visto nel paragrafo “punti di attenzione sull’analisi”);
  • Rischi regolatori.
    Con l’approvazione da parte dell’autorità di regolamentazione statunitense (la SEC), a gennaio del 2024 il bitcoin è diventato ufficialmente un asset class investibile.
    Nonostante il sigillo di ufficialità posto dalla SEC permangono ancora rischi regolatori che potrebbero compromettere il futuro di splendore del bitcoin.
    Cambiamenti normativi possono influenzare significativamente il prezzo del bitcoin e la sua accessibilità come strumento di investimento pregiudicandone lo sviluppo;

  • Superamento tecnologico.
    Gli esperti del settore sottolineano l’importanza della tecnologia e di tutta l’avanzata infrastruttura che sta alla base del bitcoin. Proprio la tecnologia sottostante sarebbe il vero punto di forza. Per quanto perfetta e all’avanguardia non possiamo escludere che in un futuro più o meno lontano possano nascere altre criptovalute più efficienti capaci di soppiantare il bitcoin;
  • Fallimento del progetto.
    Tutti i vantaggi che l’inserimento del bitcoin comporta, poggiano su una forte ipotesi fondamentale: il bitcoin deve dimostrare di essere una sorta di oro digitale. Questo esperimento “ardito” potrebbe tranquillamente fallire e, con esso, l’allocazione destinata al bitcoin.

Conclusioni

Inizia dove ti trovi, e lavora con qualsiasi strumento tu possa avere a disposizione, e troverai migliori strumenti mentre stai proseguendo. 

Napoleon Hill

In un mondo economico in continua evoluzione con prospettive sempre più incerte la gestione del rischio diventa una priorità per chiunque si trovi ad amministrare un portafoglio di investimento.
Il bitcoin, per la sua indipendenza dal sistema finanziario tradizionale e per la sua scarsità, può rappresentare un’opzione unica.
Nonostante i suoi connotati da “asset rischioso”, il suo contributo diversificativo potrebbe davvero rivelarsi prezioso: nella sempre più difficile ricerca di decorrelazione, il bitcoin rappresenta un asset class da tenere in adeguata considerazione. 

L’introduzione di bitcoin in portafoglio non deve, naturalmente, essere vista come un tentativo di massimizzare velocemente i rendimenti ma, piuttosto, come una strategia per affrontare al meglio shock non prevedibili. Il bitcoin, come parte marginale di un portafoglio bilanciato e ben diversificato, può essere la scelta controintuitiva capace di rendere l’asset allocation  più robusta e versatile di fronte a un futuro che potrebbe essere molto diverso da quello che conosciamo.

Si investe sempre in condizioni di incertezze, a maggior ragione quando si parla di asset relativamente giovani come le criptovalute. Ma forse proprio per questo vale la pena considerarlo: adottare strategie non convenzionali può essere l’approccio per navigare un futuro sempre più incerto.

Leggi anche:

Bitcoin: due ragioni per non ignorarlo;

Bitcoin: oro del futuro? L’opinione di Ray Dalio;

Bitcoin: valuta del futuro o euforia irrazionale?

Ricevi gratuitamente tutti i nuovi articoli via mail, insieme ad aggiornamenti esclusivi!

Iscriviti

* indicates required

Fonti:

Gli effetti delle criptovalute sui portafogli tradizionali (Etc Group);

Bitcoin in un portafoglio multi asset (Wisdomtree);

Il ruolo del bitcoin in portafoglio (Wisdomtree);

12 buoni motivi per investire in asset digitali (D. Bernardi, D. Bonazzi).




David Volpe

Consulente finanziario abilitato all'offerta fuori sede. Autore de "Il Sentiero dell'Investitore" (Hoepli). Mi occupo di pianificazione finanziaria personale, portafogli ETF e lazy portfolio per investitori privati italiani. Scopri di più →

Potrebbero interessarti anche

11 Comments

  1. “Inizia dove ti trovi, e lavora con qualsiasi strumento tu possa avere a disposizione, e troverai migliori strumenti mentre stai proseguendo. Napoleon Hill” …in un portafoglio non basico e già ben diversificato si può far appoggiare sul bilanciere un satellite, tramite strumento quotato già esistente, creato magari da plus pregresse su altri settori, in modo che un domani non ci sia il rammarico di non aver partecipato alla “partita” qualora dovesse ripetere una “performance Apple” se non superiore, in caso negativo invece normale minus di portafoglio. Ancora meglio se si diversifica quel satellite, anche 50/50, con base la “blockchain” che è la base di funzione di tale asset. Grande David, buona domenica e grazie!

    1. Grazie Luca per il tuo puntuale contributo.

  2. Davvero un’ottima analisi, David, ma ci sono dei punti che, insieme all’idea di avere BTC in portafoglio (anche con esposizione limitata all’1-2%), non condivido affatto. E non lo dico solo perché si tratta di uno strumento molto volatile – più delle azioni – o perché è a tutti gli effetti classificabile come un asset speculativo, non si tratta di banale avversione al rischio.

    La ragione è un’altra: il valore intrinseco di BTC è zero.

    Molti fantatici del BTC lo considerano una riserva di valore, paragonandolo all’oro. Certo, anche l’oro è oggetto di speculazione e il prezzo è aumentato nel tempo, soprattutto negli ultimi anni grazie ai massicci acquisti da parte delle banche centrali. Ma mentre dietro l’oro esiste un bene fisico e tangibile, così come dietro le azioni esistono aziende reali che generano profitti, dietro BTC non c’è nulla, è speculazione pura.

    Dove sarebbe dunque la riserva di valore? Come hai fatto notare, il BTC ha avuto ribassi anche del 93%. Può superare i 100 k e arrivare perfino a 1 mln? Certo, se – per la teoria del superscemo – ci sono abbastanza cretini convinti che possa farlo. Come può benissimo scendere a zero nel momento in cui ci si dovesse rendere conto che non ha valore.

    Come hai giustamente scritto, BTC è un’asset class speculativa, peraltro delle più rischiose (dato che ha valore intriseco pari a zero). E, proprio per questa ragione, l’investitore medio dovrebbe tenersene distante anni luce. BTC non è un investimento, ma pura speculazione. Non è per la gente comune (che capisce poco o nulla di finanza), è roba per trader professionisti.

    La maggior parte delle persone che acquista BTC non sa veramente cosa sta comprando, si limita a imitare ciò che fanno altri. Né ha una percezione adeguata del rischio ad esso correlato, pensa solo a quanti soldi potrà ricavarne. Non a caso oltre il 90% di chi compra BTC, entrando e/o uscendo nel momento sbagliato, perde soldi. E se escludiamo i trader professionisti, chi ne ha ricavato un profitto lo deve alla fortuna, non certo alle proprie capacità.

    Tutto questo per dire che, se fossi un consulente finanziario, non consiglierei nemmeno un’esposizione minima ai miei clienti.

    1. Grazie Alessio per aver offerto il tuo punto di vista.
      Lancio una provocazione: più o meno tutti noi accettiamo la diversificazione valutaria come un valore aggiunto (le valute rifugio difendono nelle fasi di sell off, quelle emergenti, magari, possono offrire un contrappeso per il dollaro e così via).
      Perché riconosciamo che euro, dollaro, yen hanno un valore intrinseco? Per una convenzione accettata a livello globale: non esiste un bene reale tangibile a garanzia del valore riconosciuto alle monete tradizionali (FIAT). Nel momento in cui i sistemi monetari dovessero andare in crisi (ad esempio per una crisi del debito), quali sarebbero gli effetti su questa convenzione che accettiamo tutti? Probabilmente un “debasement”, una perdita di valore come accade durante le più pesanti crisi inflative. In scenari come questi ci si rifugia nei beni reali come l’oro che conservano valore (mente le valute FIAT si svalutano).
      Perché l’oro? Perché è scarso. Il bitcoin per la sua caratteristica di scarsità e la sua tecnologia potrebbe (e il condizionale è ancora d’obbligo) fungere da oro digitale. Il rischio che il progetto fallisca c’è eccome, tuttavia nella gestione di scenari a cui non siamo preparati la scelta di strategie non convenzionali come le cripto valute (opportunamente perimetrate), può essere una potenziale soluzione.
      Il tema è complesso e controverso. Nella pratica del mio lavoro di consulente, presento ai miei clienti questo scenario e, limitatamente al bitcoin, lascio loro la scelta di inserirlo o meno nell’asset allocation (fino a un massimo dell’1%).
      Per quanto riguarda gli altri asset reali (oro, reit, obbligazioni indicizzate e, eventualmente, materie prime), la quesitone, a mio avviso, non si pone: dovrebbero sempre essere contemplati nel processo di costruzione del portafoglio.
      Un caro saluto.

      1. …mi intrometto per porre un quesito: se il valore convenzionale che riconosciamo delle monete tradizionali (FIAT) viene meno, come si può esprimere il valore ad un bene reale, sia esso reale (gold) o virtuale (bitcoin)? Subentra la regola dello scambio bilaterale tipo baratto? Grazie

        1. In realtà non intendevo far riferimento a una crisi completa delle valute fiat con il loro disconoscimento. L’alluvione era al fatto che attribuiamo alle valute tradizionali un “valore” perché accettiamo una convenzione globale: non c’è un bene reale che vale 100 € dietro una banconota da 100 €. Con il bitcoin facciamo fatica a credere che possa avere un valore ma, in realtà, la questione non è così diversa: non esiste una convenzione ma solo l’incontro della domanda e dell’offerta.

          Per quanto riguarda crisi dei “sistemi monetari” alludo al tema dell’aumento del debito e di come questo venga trasmesso direttamente nell’economia: l’aumento dei debiti pubblici si traduce in nuovo denaro che si riversa nell’economia reale. Se a fronte di questo denaro non c’è un proporzionale aumento della produzione, una quantità di denaro sempre maggiore va a cercare una quantità di beni stabile: il valore del denaro diminuisce rispetto ai beni disponibili dando origine a spirali inflative e crisi del debito. In questi contesti un bene digitale scarso può rappresentare una riserva di valore esattamente come l’oro.
          Spero di averti dato risposta.
          Un saluto Luca!

          1. Grande come sempre David!

      2. Ciao David, grazie per la tua risposta.

        Il discorso sul fatto che il valore delle valute fiat sia una convenzione accettata da tutti è perfettamente sensato, per quanto, a differenza di BTC, il valore è comunque legato alla forza economica e politica di un paese, alle riserve monetarie, alla capacità di regolamentare e mantenere la stabilità economica. In un certo qual senso, anche se il valore intrinseco non è tangibile, esso deriva dalle politiche monetarie e fiscali che ne sostengono la stabilità.

        Ovviamente sono d’accordo sul fatto che sia un tema complesso, in generale su BTC sono contrario proprio perché è qualcosa che, come investitore medio, non comprendo. Molti si lasciano ammaliare dal guadagno facile e si convincono di capire in cosa stanno “investendo”, ma non è così.

        1. Verissimo: il bitcoin nella stragrande maggioranza dei casi è visto come un mezzo per arricchirsi il più possibile nel tempo minore possibile.
          Mi piace molto la riflessione sulla forza economica che si riflette nel “valore” delle valute FIAT. A mio avviso è proprio qui che ha senso fermarsi a riflettere sul valore diversificativo del bitcoin: abbiamo sempre più bisogno di soldi per finanziare la transizione energetica, il riarmo, il rimpatrio delle catene produttive. Finanziamo questi ingenti piani di investimento con un aumento del debito pubblico. Il rischio è di dover fronteggiare (chissà quando) un reset dei sistemi monetari tradizionali che non riescono più a gestire un debito che è aumentato troppo rispetto alla crescita economica. Tanto per fare un esempio attuale la Banca del Giappone non riesce più a svolgere la propria funzione di controllo della moneta (e dell’inflazione) perché manifestare la sola intenzione di aumentare i tassi genera instabilità finanziaria. A lungo andare (chissà “se” e “quando”) il sistema delle valute tradizionali potrebbe andare in crisi. Abbiamo pochi precedenti storici moderni a cui fare riferimento. Detenere in portafoglio una valuta scarsa che si contrappone ai sistemi tradizionali (unitamente ad altri asset reali tradizionali) potrebbe rivelarsi utile.

          Grazie per l’intervento utilissimo a stimolare una conversazione costruttiva sul tema.

          1. Carissimo sei il migliore

          2. Carissimo Volpe sei il migliore

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *