E' SUFFICIENTE UN SOLO INDICE GLOBALE AZIONARIO NEL PORTAFOGLIO?

“La semplicità è la massima sofisticazione”. sosteneva Leonardo da Vinci.
Nell’era della complessità, dei modelli quantitativi avanzati e degli algoritmi, molti investitori hanno fatto proprio il principio di Leonardo sposando la strategia più semplice: investire tutto in un unico indice azionario globale.

D’altronde perché mai complicarsi la vita? Un Etf World contiene migliaia di aziende, diversifica geograficamente e settorialmente, costa poco e ha dimostrato, negli anni, di fare molto meglio di tante strategie sofisticate. La soluzione perfetta per tutti gli investitori.

E’ davvero così semplice? Oppure come intuiva il genio rinascimentale, dietro questa apparente semplicità si nascondono dinamiche più sofisticate che meritano qualche riflessione in più?

In questo articolo proveremo a dare la risposta per capire se costruire l’esposizione azionaria del portafoglio usando un solo indice globale ampiamente diversificato sia davvero una soluzione efficace.

Indici globali: perchè funzionano

I mercati finanziari rappresentano probabilmente il più grande esperimento di intelligenza collettiva mai realizzato nella storia umana. Ogni giorno, miliardi di investitori  (dai piccoli risparmiatori ai grandi fondi istituzionali)  esprimono le loro convinzioni attraverso decisioni di acquisto e vendita.
Il risultato di questa immensa aggregazione di opinioni si traduce nella composizione degli indici globali ponderati per capitalizzazione.

E’ la teoria della  “saggezza delle folle” a cui, in più occasioni, abbiamo fatto riferimento: quando un gruppo sufficientemente ampio e diversificato di individui formula delle stime indipendenti, la media delle loro opinioni tende a essere sorprendentemente accurata, spesso superiore anche ai giudizi dei singoli esperti.
Nel caso dei mercati finanziari, questa saggezza collettiva si manifesta nei prezzi e, di conseguenza, nei pesi che ogni azienda assume all’interno degli indici globali.

Si può essere più furbi di un altro, ma non più furbi di tutti gli altri. e, quindi, del mercato nel suo complesso.
Discostarsi dagli indici tradizionali (cd. cap-weighted) significa, in sostanza, scommettere contro questo giudizio collettivo.
Una scommessa che, secondo  la storia finanziaria,  si rivela perdente nella maggior parte dei casi.

È per questo motivo che, guardando indietro tra venti o trent’anni, investire in un indice globale ponderato per capitalizzazione si rivelerà, molto probabilmente, la strategia più efficace per la gran parte degli investitori.
Mantenere un’asset allocation coerente con questi indici rappresenta quindi, in linea generale, una scelta saggia e prudente.
Tuttavia, questo approccio,  per quanto solido nella sua teoria, non considera alcuni fattori aggiuntivi che potrebbero influenzare la costruzione ottimale di un portafoglio di lungo termine. Fattori che, senza mettere in discussione la validità del presupposto iniziale, suggeriscono l’opportunità di integrare la strategia di base con elementi di diversificazione supplementari.

I mercati sono saggi per la maggior parte del tempo

Se i mercati sono così saggi, allora investire in un unico indice globale non dovrebbe essere la scelta da preferire?
Il problema è che i mercati sono saggi per la maggior parte del tempo ma, talvolta, prendono degli abbagli clamorosi.
Studi più approfonditi  sostengono che, affinché la saggezza collettiva funzioni davvero, sono necessarie alcune condizioni ben precise:

  • Diversità di opinioni
    I partecipanti devono avere idee, convinzioni e conoscenze differenti;
  • Indipendenza dei giudizi;
    Ogni individuo deve essere in grado di farsi un’opinione personale senza essere troppo influenzato dagli altri;
  • Decentramento:
    Le persone devono attingere a fonti di informazioni diverse o specializzate e non a un’unica fonte.



Gli indici globali riflettono la “saggezza delle folle” perché soddisfano, in parte, queste condizioni.
Ma quando le emozioni collettive come euforia o paura prevalgono sull’analisi razionale, quando tutti gli investitori guardano le cose nello stesso modo, o si influenzano l’un l’altro, il mercato diventa un gregge senza senno. E’ allora che scoppiano bolle speculative e crisi.

Quando la percezione condivisa di un’opportunità si autoalimenta, spinge la folla a convergere verso i temi dominanti. 
Gli investitori si convincono di aver individuato la migliore occasione di investimento e l’indipendenza dei giudizi svanisce.
Che si tratti di un settore, di un’area geografica o di una nuova tecnologia, gli investitori si condizionano a vicenda alimentando acquisti di massa che spingono le valutazioni a livelli tali da azzerare, o addirittura rendere negativi, i rendimenti futuri.
È in questi momenti che la composizione degli indici principali  (cosiddetti. cap-weighted) riflette non più la saggezza collettiva, ma l’euforia di massa.

E’ proprio qui si apre uno spazio per quelle strategie che osino andare controcorrente, investendo marginalmente in settori e aree geografiche che la folla, temporaneamente, non gradisce.

INDICI GLOBALI QUANDO NON BASTANO

I mercati, l’economia, gli indici cambiano

Osservando la  tendenza degli ultimi 15 anni risulta evidente  la superiorità con cui gli indici globali si sono imposti.
Tuttavia quando guardiamo ai backtest del passato, spesso tendiamo a dimenticare un dettaglio fondamentale: i mercati finanziari, l’economia, gli indici globali non sono entità statiche ma sistemi in continua evoluzione che cambiano profondamente nel corso del tempo.
Potremmo dire che non esistono più gli indici di una volta.
Non parliamo soltanto di nomi diversi o di aziende che sono entrate e uscite dai listini, ma di trasformazioni strutturali profonde che hanno ridisegnato completamente il panorama degli investimenti.

Questo grafico mostra l’evoluzione geografica dei due principali indici globali: azionario globale dei Paesi Sviluppati (MSCI WORLD) e azionario globale comprensivo dei Paesi Emergenti (MSCI ACWI):

USA E MEGACAP SU MSCI WORLD E MSCI ACWI
Fonte: Schroders

Negli anni ‘90 l’MSCI world aveva una concentrazione geografica molto più equilibrata:
gli Stati Uniti rappresentavano circa il 40% dell’indice. Negli anni 2000 siamo passati al 50% contro quasi il 70% di oggi.
All’inizio del 21 secolo il settore tecnologico pesava meno del 15% rispetto all’oltre 25% attuale.
Le prime 10 aziende più grandi costituivano una percentuale significativamente inferiore del totale rispetto alla concentrazione odierna delle megacap tecnologiche americane con un conseguente aumento dell’esposizione al dollaro USA.
Riassumendo oggi investire nell’indice globale per eccellenza (Msci World) significa esporsi in larga parte a Stati Uniti, Megacap, tecnologia e, inevitabilmente, al dollaro USA.

Questa evoluzione ha implicazioni concrete per il futuro. Se dovesse verificarsi un indebolimento prolungato degli Stati Uniti, del settore tecnologico o delle megacap, l’impatto sulla performance degli indici globali sarebbe oggi molto più significativo di quanto sarebbe stato vent’anni fa.
La diversificazione che ci aspettiamo dall’indice globale potrebbe rivelarsi, nei fatti, un’illusione.

E’ fondamentale possedere  tecnologia, Stati Uniti e megacap perché, ragionevolmente, il vantaggio competitivo acquisito da questi fuoriclasse, consentirà loro di mantenere il primato delle performance. Ma, al tempo stesso, è indispensabile possedere anche tutto il resto per non farsi trovare impreparati quando, e se,  la tendenza dovesse invertirsi per effetto della regressione alla media.
Il problema è che, oggi, “tutto il resto” non è facilmente acquistabile con un singolo indice globale. Investendo solo in indici globali oggi sei molto meno diversificato di quanto non lo fossi 10 e 20 anni fa.

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Gli indici globali selezionano le migliori aziende ma…

Gli indici globali si adeguano al cambiamento e, in quanto a selezione delle migliori aziende, sono il più abile dei gestori.
Il mercato globale è l’arena economica dove vige la legge del più forte: le aziende più dinamiche e competitive sono destinate a progredire, quelle più deboli a soccombere.
Un indice globale seleziona i nuovi vincitori ed elimina i perdenti.

Questo è senz’altro vero… nel lungo termine.
Il processo di selezione e di “rotazione” tra vincitori e perdenti non avviene però in modo indolore: il cambio di leadership può causare ribassi profondi e lunghi periodi dai rendimenti molto magri.
Quando ciò accade, diventa estremamente difficile mantenere salda la fiducia nel lungo termine.

Prendiamo per riferimento l‘S&P500, oggi il cuore pulsante degli indici globali,  per il quale è disponibile una profondità di dati che ci permette di estendere l’analisi su periodi ragionevolmente lunghi.
Questo grafico, tratto da un articolo che invita in modo ineccepibile a conservare una prospettiva di lungo termine, mostra come su periodi trentennali l’indice abbia restituito rendimenti annuali eccellenti nonostante disastri, guerre, crisi ed ecatombe finanziarie di vario genere.

Quello che l’articolo non evidenzia è che per ognuno di questi fantastici periodi trentennali si sono avvicendate lunghe fasi di vera e propria desolazione finanziaria:


Ammesso che esistano investitori con un orizzonte temporale trentennale, in quanti riuscirebbero davvero a mantenerlo dopo decenni di di rendimenti piatti e dopo aver visto dimezzare il proprio portafoglio azionario?

È proprio qui che diversificare anche al di fuori degli indici principali, che, ricordiamo, oggi sono fortemente sbilanciati su Stati Uniti e tecnologia , può aiutare a superare meglio queste rare ma devastanti decadi perdute.

Stati Uniti: un mercato sempre più globale?

Di fronte ai rischi di concentrazione molti investitori sollevano un’obiezione solida e pertinente: le società statunitensi e, più nello specifico, le megacap, non sono semplici aziende tecnologiche. Sono ecosistemi economici completi.

Questi colossi hanno costruito imperi diversificati che si estendono su continenti, settori e modelli di business articolati.
Apple non vende soli iPhone ma servizi, software, dispositivi. Microsoft domina il cloud, la produttività aziendale, i videogame, Google controlla ricerca, pubblicità, cloud computing e persino veicoli a guida autonoma. Inoltre gran parte del fatturato delle aziende statunitensi è prodotto all’estero rendendole, di fatto, multinazionali globali più che aziende americane in senso stretto.
Oggi investire in una di queste megacap significa, probabilmente, ottenere un livello di diversificazione superiore rispetto a un paniere di 50 piccole aziende mono-business. Questi colossi sono diventati veri e propri “indici viventi” dell’economia mondiale.
Ben venga, dunque, la concentrazione di indici come Msci World o Msci ACWI verso Stati Uniti e nei confronti di questi giganti tecnologici.

Il problema è che sono società prezzate per la perfezione.

Queste aziende operano in settori dove l’innovazione procede a ritmo esponenziale e lo sconvolgimento tecnologico  può arrivare da angoli inaspettati. Nei settori dirompenti non è affatto raro assistere all’ingresso di un attore sconosciuto che entra nel mercato prepotentemente grazie a tecnologie rivoluzionarie capaci di sbarazzare i giganti precedenti. E’ successo quando Apple ha spazzato via Blackerry quando i televisori a schermo piatto hanno annientato Grundig e Telefunken, quando Netflix ha superato Blockbuster. Certo questa volta potrebbe essere davvero diverso. 
Ma cosa accadrebbe se domani gli enormi investimenti in intelligenza artificiale di queste aziende si rivelassero un vicolo cieco perché emerge una tecnologia di implementazione drasticamente più conveniente?
L’esempio di DeepSeek, che ha scosso i mercati con un approccio radicalmente più economico all’AI, ci ricorda quanto velocemente possano cambiare gli equilibri.
Anche IBM e General Motors sembravano inarrestabili negli anni ’70.

Oggi queste megacap pesano sui mercati più degli utili che producono, e questo può significare due cose:
o il mercato sta correttamente anticipando una crescita futura straordinaria, o gli investitori sono semplicemente troppo ottimisti.
Nel primo caso un’indice globale si rivelerà la soluzione ottima per continuare a cavalcare la crescita. Nel secondo, meglio farsi trovare preparati con un portafoglio davvero diversificato.

Gli indici globali e il lato oscuro del progresso

Una celebre frase di Winston Churchill recita: “Più si riesce a guardare indietro, più avanti si riuscirà a vedere”.
Oggi l’opinione diffusa è, invece, che paragonare i mercati attuali a quello del lontanissimo passato sia di scarsa utilità. Abbiamo banche centrali più attente e tempestive, sistemi di controllo e di stabilizzazione più efficienti, maggiore interconnessione e trasparenza negli scambi.
Sono tutti fattori che indurrebbero a credere che crisi e depressioni delle proporzioni di quelle viste negli anni ‘30, ‘70 o del 2000 siano ormai storia passata, difficilmente destinata a ripetersi.

E’ senz’altro un’idea condivisibile, tuttavia c’è da considerare anche il lato oscuro del progresso tecnologico.
Oggi le informazioni, i social media. le opinioni e l’accesso ai mercati sono a portata di click. Questo ha drammaticamente aumentato la reattività degli investitori al flusso di notizie. Le modalità di reazione dei mercati a uno shock inatteso potrebbe essere profondamente diversa rispetto al passato.
Il progresso tecnologico dovrebbe migliorare l’efficienza dei mercati aumentando la velocità e la qualità delle informazioni che contribuiscono alla formazione dei prezzi. Tuttavia stiamo assistendo al processo inverso.
Se è vero che le informazioni sono più rapidamente disponibili, è altrettanto vero che gli investitori non le elaborano in maniera razionale. Non agiamo più in modo indipendente: attraverso smartphone e social media facciamo un uso distorto di queste informazioni, influenzandoci reciprocamente e dedicandoci a un trading compulsivo che ha trasformato l’investimento in un videogame.

Questa dinamica condiziona sempre più le nostre scelte: i prezzi che si formano per effetto dei nostri ordini di acquisto e vendita sono sempre più frutto di suggestione reciproca che ha poco a che fare con l’efficienza di mercato. La conseguenza è un aumento della volatilità e prezzi delle azioni sempre meno riflettenti la realtà economica sottostante.

Con il portafoglio a portata di click e le informazioni accessibili in tempo reale, è davvero difficile immaginare come potrebbe reagire il mercato a uno shock inatteso.
La migliore difesa contro un rischio di cui non possiamo nemmeno immaginare le proporzioni rimane una diversificazione più accurata, che non può limitarsi ai soli indici globali.

Come integrare la diversificazione degli indici globali

La risposta non è affatto abbandonare gli indici globali, che rimangono il cuore di qualsiasi portafoglio sensato, ma affiancarli con ulteriore strategie di diversificazione.
L’obiettivo è esporsi proprio ai segmenti di mercato meno alla moda e meno rappresentati negli indici principali ma che potrebbero esprimere un valido potenziale in caso di inatteso cambio delle leadership.

Diversificazione geografica, fattoriale e settoriale

Inclinare il portafoglio verso aree geografiche oggi sottorappresentate (Europa e Mercati Emergenti) e verso fattori di investimento e settori che espongono alle società ormai fuori moda (small cap, value, reit) può rappresentare una valida strategia di integrazione.
Queste asset class minori e così evitate dalla maggioranza, spesso brillano proprio quando i mercati dominanti attraversano le loro decadi perdute.

Questa tabella mostra come si sono comportate queste idee di diversificazione nei periodi bui dell’S&P500 che abbiamo visto in uno dei paragrafi precedenti:

FATTORI E SETTORI PER MIGLIORARE GLI INDICI GLOBALI
Fonte: Lazy Portfolio Etf – performance annue – dati in dollari

Secondo questa tabella, durante i periodi più difficili per l’S&P500, asset class minori come reit e small cap value hanno offerto rendimenti superiori funzionando da vero e proprio motore ausiliario quando il motore principale (nel nostro caso un indice globale) va in avaria.
La tabella riporta anche i ribassi massimi: i diversificatori non hanno certo brillato in capacità difensiva registrando cali talvolta superiori rispetto a quelli delle azioni.
A questo proposito vale la pena ricordare che stiamo comunque parlando di “asset rischiosi” il cui compito non è quello di proteggere dai ribassi ma di apportare rendimento.

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Avvertenze per una diversificazione consapevole

Per un utilizzo consapevole di questi strumenti  è necessario prendere atto del contesto in cui viene presa qualsiasi decisione di investimento e viene presa sempre in condizioni di incertezza.
Non ci è dato sapere quanto i risultati riportati nella tabella siano il risultato di correlazioni destinate a ripetersi e quanto, invece, frutto del caso.
Diversificare al di fuori dei mercati più sicuri tracciati dagli indici globali espone inevitabilmente a un rischio maggiore. Questo rischio potrebbe manifestarsi anche con una mancata ricompensa.
Questo è il motivo per cui queste direttive aggiuntive di diversificazione dovrebbero rivestire un ruolo marginale nel portafoglio (25 – 30% dell’esposizione azionaria).

La supremazia degli Stati Uniti  potrebbe proseguire ancora per 10, 15 anni o oltre e, allora, gli indici globali diventerebbero ancora più redditizi perché aumenterebbero l’esposizione al mercato USA. Oppure potremmo assistere a un imminente declino della Corporate America che premierebbe una maggiore diversificazione.
Concentrare l’esposizione con gli indici globali è, quindi, la scelta migliore per massimizzare i rendimenti in caso di mantenimento dello status quo.
Diversificare è la soluzione migliore per massimizzare le probabilità di successo accettando una “sopportabile” sottoperformance fin quando proseguirà il trend in corso.

Il problema dell’aumento della complessità

Integrare la diversificazione azionaria affiancando agli indici globali fattori e settori di investimento comporta inevitabilmente un aumento della complessità di gestione del portafoglio.
Si tratta di un aspetto da non sottovalutare: maggior complessità significa, banalmente, maggior numero di decisioni da prendere e, quindi, maggiore possibilità di commettere errori.

Per chi decide di mantenere un approccio semplice è possibile comunque aggiungere validi strumenti di diversificazione senza complicarsi troppo la vita. Una soluzione pratica e immediata è l’utilizzo di Etf globali Equal Weight.
Questo approccio  consiste nell’attribuire a ogni titolo lo stesso peso all’interno del portafoglio, senza tenere conto della capitalizzazione o delle dimensioni aziendali.
In pratica, invece di concentrare l’esposizione sulle società più grandi (come le megacap) e sui Paesi più importanti (come gli Stati Uniti) , si distribuisce in modo uniforme tra tutte, dando pari dignità a ciascun investimento.

Per saperne di più: come diversificare nella pratica

Se fossi interessato ad approfondire le strategie per implementare queste strategie di diversificazione, questa lista di articoli di approfondimento potrà fornirti qualche indicazione pratica in più:

contatta David Volpe

Conclusioni



Anche le analisi razionali funzionano solo nella media e possono fallire per molto tempo

Antti Ilmanen

Tornando alla domanda iniziale: E’ sufficente investire in un indice globale?
La risposta non può che essere: dipende.

La diversificazione oggi non è garantita dall’utilizzo dei soli strumenti globali. Questo non significa abbandonarli, ma affiancarli con strategie che ci preparino a un futuro che, per definizione, non possiamo prevedere.

Se il futuro assomiglierà agli ultimi quindici anni, con la continua supremazia tecnologica americana e la crescente concentrazione del mercato, allora investire in un singolo indice globale si rivelerà probabilmente la strategia più semplice ed efficace. Le megacap continueranno a dominare, gli Stati Uniti manterranno la loro leadership, e la complessità aggiuntiva della diversificazione risulterà un peso inutile.

Ma la storia finanziaria ci insegna che i trend, prima o poi, si invertono sempre.
Le leadership cambiano, i settori attraversano cicli, le geografie si alternano nel primato economico. Quello che oggi sembra inarrestabile, la concentrazione su Stati Uniti, tecnologia e megacap,  potrebbe rivelarsi domani la fonte di una prolungata sottoperformance.

L’incertezza è l’unica certezza che abbiamo.
Non sappiamo se questa inversione avverrà tra due, dieci o vent’anni. Non sappiamo nemmeno se avverrà.
Quello che sappiamo è che, storicamente, nessun trend è durato per sempre e che la diversificazione ha sempre rappresentato la migliore difesa contro l’imprevedibilità dei mercati.
È per questo motivo che integrare la strategia di base con elementi di diversificazione supplementare non è una scommessa contro il successo degli indici globali, ma una forma di gestione del rischio.
Non è detto che questa strategia produca risultati migliori, anzi, potrebbe sottoperformare per anni in caso di prolungamento del trend attuale.
Tuttavia, se e quando le cose cambieranno, un portafoglio diversificato oltre i confini degli indici principali avrà maggiori probabilità di proteggere il capitale da perdite catastrofiche.

In fondo investire è l’arte di riuscire a trovare il giusto equilibrio che consenta, comunque, di massimizzare i benefici della diversificazione limitando la sottoperformance.

Domande frequenti

È sufficiente investire solo su un ETF MSCI World?

Per molti investitori è un ottimo punto di partenza. Un ETF MSCI World offre esposizione a oltre 1.500 aziende in 23 paesi sviluppati in un solo strumento, con costi molto bassi. Il limite principale è la forte concentrazione sugli USA (circa 70% del peso) e sul settore tecnologico, che nel tempo può creare squilibri.

Quali sono i rischi di un portafoglio con un solo ETF globale?

Il rischio principale è la concentrazione: oggi un ETF MSCI World equivale quasi a una scommessa sull’eccezionalismo americano e sulla tecnologia. Se questa narrativa dovesse invertirsi, il portafoglio ne risentirebbe in modo significativo. Non è un motivo per evitare l’indice globale, ma per valutare integrazioni geografiche e settoriali.

Come si può migliorare un portafoglio basato solo su MSCI World?

Aggiungendo diversificazione geografica (mercati emergenti, Europa small cap), fattoriale (value, small cap) e una componente difensiva (obbligazioni, oro). L’obiettivo non è complicare il portafoglio, ma ridurre la dipendenza da un’unica narrazione e migliorare la capacità di attraversare diversi regimi di mercato.

Quanti ETF sono necessari per un portafoglio ben diversificato?

Non esiste una risposta univoca. Un portafoglio con 3-5 ETF ben scelti può essere più efficiente di uno con 15 strumenti sovrapposti. L’importante è che ogni ETF aggiunga vera diversificazione, non ridondanza. Un’azione globale, un’obbligazione governativa e un elemento difensivo come l’oro possono già costituire una base solida.

L’MSCI World è davvero diversificato a livello globale?

Parzialmente. Copre i mercati sviluppati ma esclude i mercati emergenti (Cina, India, Brasile, ecc.), che rappresentano circa il 40% del PIL mondiale. Chi vuole un’esposizione veramente globale dovrebbe considerare l’MSCI All Country World Index (ACWI) o integrare separatamente un ETF sui mercati emergenti.

David Volpe

Consulente finanziario abilitato all'offerta fuori sede. Autore de "Il Sentiero dell'Investitore" (Hoepli). Mi occupo di pianificazione finanziaria personale, portafogli ETF e lazy portfolio per investitori privati italiani. Scopri di più →

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1 Comment

  1. Comprare un unico etf globale per la parte azionaria è come investire tutta la liquidità detenuta in un immobile, se ho bisogno di una parte del capitale in un momento di negatività cosa faccio vendo una “stanza” o il “balcone”? Buona domenica grande David!

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