5 insegnamenti dalla chiusura del fondo di Michael Burry

Alla fine è successo: Michael Burry ha chiuso il suo fondo Scion Asset Management.

Uno degli investitori “contrarian” più iconici della storia moderna ha deciso di lasciare il palco della finanza, con stile e dignità, senza clamori e senza alibi.
La notizia, inevitabilmente, suona come una resa non tanto rispetto alle sue idee ma al mercato rialzista che da anni continua a smentire qualunque previsione di normalizzazione.

I successi, certo, ispirano ma sono gli errori, soprattutto quelli delle celebrità, a insegnarci davvero quanto sia difficile investire con lucidità in un mondo che cambia e corre sempre più veloce.
In questo articolo non ci uniremo al coro di chi deride chi sbaglia. Burry non ha certo bisogno di essere difeso ma, la sua parabola, può insegnarci moltissimo.
Piuttosto che celebrare il mito del visionario che era riuscito a prevedere il crollo più drammatico del nuovo millennio, proveremo a imparare dalla sua disfatta (ammesso che si possa definire tale).
Perché dentro la storia di Michael Burry si nascondono insegnamenti preziosi per chiunque investa, a qualunque livello.

Chi è Michael Burry

Classe 1971, laureato in medicina, Burry inizia la sua carriera medica come neurologo.
Tuttavia la passione per la finanza lo spinge presto altrove: nel 2000 decide di lasciare la professione medica per fondare il suo hedge fund, Scion Capital.

Oltre alla capacità di analisi e di costruire strategie fuori dagli schemi, il suo tratto distintivo resta, probabilmente, la disciplina ferrea, una dote rara persino tra i professionisti più affermati.
Burry è stato uno dei pochi gestori capaci di anticipare e trasformare a proprio vantaggio la Grande Crisi Finanziaria del 2008: la bolla immobiliare che, in poco tempo, si propagò al settore bancario mettendo in ginocchio il sistema finanziario globale.

In quegli anni, mentre gestori e analisti confidavano in una crescita vigorosa e apparentemente inarrestabile, Burry fu tra i pochissimi a intravedere le crepe del sistema. Decise così di scommettere contro il mercato immobiliare e contro i prestiti ipotecari che lo alimentavano.
Le sue posizioni “anticonformiste” gli costarono mesi di perdite, pressioni legali, minacce di ritiro del capitale e la rabbia dei suoi stessi investitori, frustrazioni rese celebri dal film intramontabile The Big Short.

MICHAEL BURRY CHIUDE HEDGE FUND


Come spesso accade, la fase rialzista continuò ancora a lungo prima che la bolla arrivasse a deflagrare. A Burry va il merito di essere rimasto fedele alle sue convinzioni finché i numeri non gli diedero ragione consegnandolo alla storia come uno dei pochi ad aver previsto e cavalcato la crisi del 2008.


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La chiusura di Scion Asset Management

Dopo una carriera costruita sulla sua capacità (reale o presunta) di anticipare crolli e crisi, Michael Burry ha maturato la decisione di chiudere il suo fondo Scion Asset Management.

Molti osservatori hanno interpretato la scelta come un atto di resa al mercato rialzista pluriennale soprattutto dopo anni in cui Burry aveva ripetutamente scommesso al ribasso contro alcuni dei titoli simbolo dell’intelligenza artificiale (tra cui Nvidia e Palantir Technologies).
Scommesse costose che sono state puntualmente smentite dall’inarrestabile ascesa del settore.

A dir la verità, la realtà dei fatti è molto più articolata.
Nella sua lettera agli investitori Burry scrive con estrema trasparenza e onestà:

“La mia stima del valore dei titoli non è, e non è stata da tempo, in linea con i mercati”.

Non è un’ammissione di fallimento, né un abbandono delle sue convinzioni.
E’, piuttosto, un riconoscimento lucido dei limiti del suo approccio in un mercato che, oggi, sembra muoversi secondo schemi e narrative difficili da decifrare con  logiche e metriche del passato.

CHIUSURA HEDGE FUND MICHAEL BURRY

La notizia arriva con un timing perfetto, proprio nel momento in cui si moltiplicano analisi, ricerche e commenti che parlano di possibili segnali precoci di bolla sull’AI: valutazioni elevate e aspettative di crescita a volte scollegate dalla realtà, a detta di molti osservatori, iniziano a sollevare interrogativi seri sulla sostenibilità del rally in corso.
Paradossalmente Burry lascia proprio mentre molti iniziano a sollevare i dubbi che lui esprime da anni.

Chi oggi deride Burry per le sue decisioni “fallimentari” dovrebbe ricordare quanto suonavano improvvisamente ragionevoli le sue previsioni catastrofiste nei momenti in cui il mercato scendeva e, in preda all’ansia, ci domandavamo se questa volta sarebbe stato diverso. 
E non dovremmo neppure dimenticare l’inquietudine che spesso accompagnava l’apertura delle sue nuove scommesse ribassiste: ogni operazione short firmata Burry sembrava il preludio di una crisi imminente, una sorta di presagio che molti interpretavano come un campanello d’allarme.
È sempre molto facile liquidare come ingenui o visionari esagerati coloro che avevano previsto una crisi, quando ormai è evidente che quei presagi si sono rivelati un abbaglio.

Possiamo, invece, scegliere un’altra prospettiva: leggere l’esperienza di Michael Burry come una vera lezione di finanza personale.
Una lezione che non riguarda solo il crollo del 2008 o le sue scommesse fallite sull’AI, ma il rapporto che tutti noi abbiamo con le nostre convinzioni, con la disciplina e con l’umiltà necessaria per accettare che nei mercati, nulla è mai scontato, nemmeno quando siamo convinti di avere ragione.

Le lezioni di Michael Burry

Le 5 lezioni di Michael Burry

Siamo abituati a cercare fonte di ispirazione dai miti che hanno raggiunto il successo: Warren Buffett, Stanley Druckenmiller, Howard Marks, sono alcune delle icone della finanza a cui più spesso guardiamo.
I vincitori affascinano, rassicurano, ci danno la motivazione per andare avanti.
Eppure Daniel Kahneman ci ha insegnato un principio molto più scomodo e molto più utile:
se davvero vogliamo capire come funziona il mondo dobbiamo focalizzarci su chi perde e non su chi vince. I vincitori, spesso, rappresentano l’eccezione brillante, i perdenti, invece, sono la regola e nelle loro sconfitte si trovano le vere lezioni sulla natura dell’incertezza e sui limiti delle nostre convinzioni.

E’ per questo che la vicenda di Michael Burry merita attenzione.
Non tanto perché abbia perso una scommessa contro l’intelligenza artificiale, ma perché ci mostra, con chiarezza, quanto sia facile trasformare una convinzione razionale in un’ostinazione costosa.
E soprattutto perché nessuno, nemmeno chi ha previsto la crisi del secolo, è immune all’errore.

La domanda da porsi non è perchè Burry abbia sbagliato (ammesso che abbia davvero sbagliato) ma cosa può imparare un investitore comune da questa storia.

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La seduzione del “contrarianismo romantico”

Essere contrarian è un esercizio affascinate: scegliere e decidere in contrasto con “la massa” ci fa sentire più lucidi e razionali.  Scegliere ciò che è sottovalutato, puntare sui settori dimenticati, guardare dove gli altri non guardano sono tentazioni fortissime.
Il problema è che questo approccio funziona solo quando il mercato decide che funziona:
possono volerci anni a volte decenni, molto più di quanto un investitore sia disposto ad attendere.
Essere nel giusto troppo presto equivale a essere nel torto troppo a lungo con un costo emotivo e finanziario altissimo.
Il punto non è evitare ciò che è sottovalutato ma evitare di innamorarsene.
Non dovremmo mai trasformare un’idea ragionevole in una battaglia personale.

Non pretendere troppo dalla tua disciplina

Si dice spesso che la virtù più importante di un investitore non sia l’intelligenza ma la disciplina.
Tuttavia la disciplina può diventare un’arma a doppio taglio anche perché non esiste un modo esatto per misurarla prima di doverla usare in campo.
Siamo portati a pensare che con la disciplina sia possibile superare qualunque burrasca.
In realtà trovarsi dalla parte sbagliata del mercato per mesi o, addirittura, anni, fa desistere anche gli investitori più preparati proprio quando sarebbe più importante mantenere la disciplina.

Costruire un portafoglio che ci metta nella condizione di non stare dalla parte sbagliata troppo a lungo è una scelta di buonsenso. Significa riconoscere i propri limiti senza provare la sgradevole sensazione di essere costretti a spingersi oltre.

Burry non ha certo perso disciplina ma ha riconosciuto che questa dote non è più sufficiente quando il contesto cambia in modo strutturale.
Ecco perché un buon portafoglio dovrebbe sapersi adattare al cambiamento.

La mean reversion è difficile da cavalcare

La mean reversion (regressione alla media) è la forza più potente dell’universo (cit.).
La mean reversion è una dinamica statistica: nel lungo periodo gli eccessi tendono a rientrare verso la media.
Stiamo parlando della legge secondo cui ciò che sale troppo, prima o poi scende, e ciò che scende troppo, prima o poi risale. E’ un principio matematicamente intrigante.

Purtroppo non c’è niente di intrigante nel dover aspettare cinque, dieci, quindici anni prima che i mercati si ricordino della regressione alla media.
Burry ha puntato sulla mean reversion, vincendo molto (nel 2008) ma sbagliando anche molto a lungo.

La regressione alla media è una forza reale che, tuttavia, spesso si manifesta ben oltre l’orizzonte finanziario, psicologico e personale dell’investitore medio.
Quindi prima di cavalcare l’inversione del trend, dovremmo  preoccuparci di cavalcare il trend in atto e non andare contro il nostro orizzonte temporale rischiando di compromettere, senza ragione, la nostra serenità psicologica.

Circoscrivi bene le tue convinzioni

Avere le proprie convinzioni è naturale e, in parte, inevitabile.
Probabilmente reprimerle non è saggio perché un giorno potremmo rimpiangere di non averle seguite.
Il problema non sono tanto le convinzioni, quanto lo spazio che vi viene dedicato nell’asset allocation.

Stanley Druckenmiller sintetizza il concetto in modo magistrale:

“Bisogna avere forti convinzioni tenute debolmente”

Significa credere nelle proprie idee, ma relegarle a una parte marginale del portafoglio in modo da non compromettere i risultati nel momento in cui fossimo costretti a cambiare opinione. 
In termini di costruzione del portafoglio questo significa ricordare che deviare “troppo” dal mercato globale, che rappresenta la saggezza collettiva, può rivelarsi molto costoso.

Resta sempre con i piedi per terra

In finanza l’eccesso di fiducia è, probabilmente, una delle insidie più pericolose.
Una scelta particolarmente riuscita, un titolo centrato, un settore azzeccato o un timing di uscita perfetto, spesso ci dà l’illusione di essere più abili di quanto siamo realmente.
E’ un inganno subdolo perché più crediamo alla nostra capacità di “capire” il mercato più ci allontaniamo dal processo razionale che dovrebbe guidarci.

Burry è diventato celebre grazie a una previsione straordinaria che non è stato, tuttavia, in grado di ripetere con sistematicità.
Con le dovute proporzioni, chiunque viva un successo finanziario corre il rischio di sovrastimare la capacità di replicarlo.
Il mercato non premia le scelte brillanti ma la coerenza ragionevole, la prudenza e la disciplina.

contatta David Volpe

Conclusioni

Io non perdo mai: a volte vinco, a volte imparo.

Nelson Mandela

Michael Burry ha deciso di chiudere il suo hedge fund ammettendo di non riuscire più a interpretare un mercato che, oggi, sembra muoversi secondo dinamiche nuove e difficili da decifrare. Non è un mercato per tutti.

Interpretare correttamente una fase di mercato  può farci sentire delle celebrità ma replicare quella abilità nel tempo è quasi impossibile.
L’esperienza di Burry ci insegna, prima di tutto, che anche i migliori possono sbagliare molto e molto a lungo e che non c’è nulla di disonorevole nell’ammetterlo.

Investire con consapevolezza significa saper costruire un portafoglio che non ci costringa mai ad avere ragione entro una certa scadenza e che sia capace di sopravvivere ai nostri errori, alle nostre convinzioni premature, ai nostri inevitabili passi falsi.


Parafrasando Nelson Mandela, in finanza a volte si vince a volte si impara.

Guarda il video: La bolla dell’AI

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David Volpe

Consulente finanziario abilitato all'offerta fuori sede. Autore de "Il Sentiero dell'Investitore" (Hoepli). Mi occupo di pianificazione finanziaria personale, portafogli ETF e lazy portfolio per investitori privati italiani. Scopri di più →

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4 Comments

  1. …” ma al mercato rialzista che da anni continua a smentire qualunque previsione di normalizzazione.”
    Scusa ma qui devo eccepire: il mercato rialzista è la normalità, sono i componenti le variabili. Buona domenica e complimenti come sempre 🫡

    1. Beh, sì Luca! Hai ragione.
      Diciamo che il mercato rialzista, negli anni, ha portato le valutazioni su livelli ampiamente sopra le medie storiche. Dal punto di vista di Burry (ma non solo dal suo), valutazioni molto care non hanno comunque impedito al mercato di continuare a salire (portando a valutazioni ancora più care).

  2. Forse mi sbaglio – e se mi sbaglio apprezzerò la correzione – ma la tesi che sottostà a tutto l’articolo sembra essere un poco originale “Stavolta è diverso”.
    Ho cominciato negli anni 2000 e ho attraversato il 2008 con sudori assai freddi, ma siccome io c’ero posso pure dire che le newsletter di allora agitavano segnali di rischio esattamente come oggi. La vera lezione che ho imparato, a parte a evitare l’esposizione a rischi con tecniche d’oro per tempi normali ma demolenti alla comparsa del cigno nero, è che la bomba atomica scoppia quando ormai nessuno l’aspetta più. E, mi pare, che al momento in troppi si aspettino una bomba.
    Grazie.

    1. Per la mia esperienza, ogni volta è diverso. Qualcuno ha detto che in economia accadono continuamente cose che non erano accadute prima 😅.
      L’idea dell’articolo è quella di guardare la realtà dei fatti dal punto di vista di Burry per capire che tipo di insegnamenti apprenderne.
      Da una prospettiva oggettiva delle cose, dobbiamo riconoscere che il mercato di oggi non è davvero più interpretabile con le metriche del passato (p/e, cape ecc) e, dunque, le cose sono in effetti un po’“diverse”.
      Io credo che, alla fine, bisogna trovare un modo di stare dentro al mercato sempre e comunque a prescindere da ciò che sarebbe ragionevole fare. Questo significa accettare di attraversare il prossimo crollo senza volere a tutti i costi evitarlo ma, piuttosto, puntando a contenerne l’impatto. Le lezioni, in parte, insegnano questo.
      Si tratta del mio punto di vista, non mi permetto di correggere nessuno, ci mancherebbe.

      Un saluto.

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